L'ALBA

di Pino Rotta


Si era alzato poco prima dell'alba d'estate, ed ora era là, fermo, dietro i vetri della finestra della sua casa di campagna.
Il sole cominciava a rischiarare il cielo, ed i ciottoli del cortile disegnavano forme di strani continenti nel mappamondo di un sogno ad occhi aperti.
Aprì la porta ed uscì, senza proprio nulla addosso, scalzo, e andò a sedersi in terra sui ciottoli; rannicchiato si strinse le ginocchia sul petto, e rimase fermo a sentire il calore della terra, che neanche la notte era riuscita a scacciare.
Il vento caldo gli accarezzava ogni millimetro del corpo asciutto e teso.
Il profumo del grano tagliato gli arrivava con l'aria che respirava, fermandosi in bocca ed in gola, mescolandosi a quello della terra e del legno.
Nella penombra del cortile, il sole appena spuntato fece brillare due righe di pianto che scavavano il suo volto proteso in alto.
Non aveva alcun pensiero, come se il suo mondo non fosse mai esistito prima di quel momento; sentiva solo un'immensa gioia che lo scuoteva forte e gli dava un'irrefrenabile eccitazione.
Rimase così per un tempo infinito, fin quando il sole, più alto, non asciugò le lacrime dal suo volto e cominciò a bruciargli la pelle. Allora sciolse le braccia e liberate le gambe si alzò.
Poco di lato, quasi in mezzo al cortile, c'era una grossa vasca di legno che un canaletto steccato manteneva sempre pulita e piena d'acqua. Prese dal davanzale della finestra una tazza di caffè‚ ancora caldo e se lo portò con sè‚ sdraiandosi dentro l'acqua, rimanendo così a lungo con un braccio penzolante da un bordo della vasca.
Dalla casa ora arrivava la musica di una radio appena accesa, era segno che l'ora del mattino era già cresciuta.
Rientrò asciugandosi il corpo con un telo di spugna.
Lentamente si vestì, poi percorse il cortile e raggiunse l'auto ferma davanti alla casa. Vi montò sopra e in pochi minuti percorse la strada di campagna fino ad arrivare all'imbocco dell'autostrada, tuffandosi nel caos del traffico, inghiottito dalle spire del serpente di metallo; allora riprese a guardare il mondo che gli sfrecciava attorno raffreddando la sua mente e rallentando i battiti del suo cuore.
In quel momento sentì un fremito che gli percorreva tutto il corpo. Una morsa di ghiaccio gli serrava i muscoli della faccia e gli bloccava il respiro. Strinse forte le mani sul volante dell'auto e puntò i piedi sul pavimento spingendo forte ed inarcando tutto il corpo.
Sotto la tensione dei muscoli l'auto si deformò allungandosi ed appiattendosi come un foglio di carta. Poi fu un guizzo, come una molla tesa fatta scattare, l'auto si liberò nell'aria con un volteggio sconnesso e spericolato, come se fosse in balia di un vento indeciso.
Si ritrovò a guardare il mondo con il corpo e la faccia appiattiti e schiacciati sul vetro; il mondo che piroettava davanti ai suoi occhi deformi.
Rimase a lungo in quella condizione, poi provò un leggero movimento ed il lungo foglio vivente rispose con immediatezza deviando la sua traiettoria. Ci riprovò, questa volta con più convinzione e rilassando i suoi muscoli appiattiti, così si accorse che poteva rallentare il volo e guidare la direzione di marcia.
Ora si librava leggero nell'aria, cogliendo la spinta del vento a suo piacere. Volò prima sulle auto ferme in colonna sulla strada, poi volteggiò piano piano verso l'alto, si alzò leggero e delicato nel cielo, e senza più guardare in basso scomparve dietro le nuvole, sempre più in alto.


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