di Pino Rotta
Il sapore dell'Africa era dappertutto. A cominciare dal colore delle case tinte di calce bianca, e poi le palme, un pò dovunque, sparse o a boschetto, alte anche dieci metri.
Le stradine dei paesi erano così interni erano così strette che a volte l'auto vi passava per un pelo, proprio come le avevo viste nelle medine della Tunisia o del Marocco.
Passeggiavo tra quel groviglio di viuzze guardando i balconcini delle case, minuscoli ed ornati spesso di splendidi lampioni di ferro battuto lavorato artisticamente; mentre sui terrazzini, incastonate nella parete potevi vedere delle lucerne di ceramica bianca, con tre finestrelle che ricordavano le finestre a volta delle moschee.
Ma non era l'Africa, te ne accorgevi dai patios ombreggiati da alberi di arancio e dalle mille decorazioni di ceramica colorata che ornavano i portoni d'ingresso delle case, le scalinate che si inerpicavano tra le stradine ed a volte le stesse pareti esterne delle case, oltre alle splendide panchine delle piazzette alberate.
Questi splendidi paesaggi arroventati dal sole di giorno e piacevolmente freschi di sera erano una vera esplosione di colore giallo, azzurro e verde mescolati nei quartieri dei paesini, arance, palme e ceramiche azzurre erano un vero contrasto con la terra arida crepata dal calore del sole delle colline che si alzavano a volte lievi a volte diventando subito montagne, alte, orlate di pinete, a poca distanza dal mare.
Non riuscivo mai a sentire il silenzio in quei posti. Di giorno le rondini ed i passeri affollavano l'aria con il loro trambusto di canti e con lo stormire di ali, di notte la musica delle discoteche inondava ogni angolo di strada, cozzando, ogni tanto, con il suono struggente e melodioso delle chitarre gitane che vendevano la loro anima ai turisti per qualche peseta.
Appena potevo mi rifugiavo sulle montagne di una delle tante sierras a qualche chilometro dalla costa; quei monti aridi d'inverno dovevano essere pressoché‚ disabitati, i paesini erano pochi e, spesso isolati, ma d'estate anche quest'anima profonda dell'Andalusia era violentata da carovane di turisti inglesi, francesi, tedeschi, italiani, in cerca delle fugaci emozioni raccontate sui depliants delle agenzie turistiche.
L'Andalusia che avevo conosciuto dieci anni prima era quella dei contadini che, sul bordo delle strade di montagna, vendevano miele, formaggio e pane ai camionisti di passaggio ed a qualche raro turista che, come me, abbandonava il resto del gruppo sulle spiagge di Malaga e percorreva in silenzio le strade della Sierra Nevada, tuffandosi nelle sterminate pianure a sud di Toledo per seguire, affascinato le vallate verso ovest, seguendo il serpente d'acqua del Tago fino in Portogallo.
Ora l'Andalusia è ferita dalle bancarelle di cianfrusaglie e dai campi da golf sorti a decine per far ritrovare sotto il sole cocente del sud il passatempo ovattato e straniero degli ospiti inglesi che hanno comprato l'anima andalusa pagandola in valuta pregiata.
A due passi dal Marocco non vedi un lavavetri o un venditore di fazzolettini di carta in Andalusia, forse è il prezzo che la Spagna deve pagare al razzismo della piccola borghesia anglosassone in cambio dell'agognata ricchezza.
Sulle strade della Costa del Sol si parla inglese e la gente che passa è bionda, trasandata e puzza di birra. Anche la sangria, un tempo bevanda comune, è diventata curiosità per turisti semialcolizzati e perbenisti.
Non resta, forse, che aspettare l'inverno quando la Spagna si toglie il costume di scena per tornare dietro le finestre dei balconcini di ferro battuto a guardare la pioggia sui vetri, pensando magari ancora una volta ai versi di Garcia Lorca, almeno per quei pochi che riescono a sfuggire al Juego de l'Oca, alla Rueta de la Fortuna ed alle altre fesserie onnipresenti dell'iberica e berlusconiana Tele
Cinco.