L'ISOLA CHE NON C'E'
di Pino Rotta
Entrò in quella casa tante di quelle volte che ormai gli sembrava di conoscerla palmo a palmo, di riuscire a vederla anche ad occhi chiusi, eppure non riusciva, non riusciva proprio a sentirla sua quella casa. Troppi ricami, troppi fiori, quelle finestre così piccole e poi la luce; quella strana luce.
Lui non amava la luce, lo faceva sognare il bagliore della luna; e poi odiava la campagna, i fiori appesi, le piante che ornavano; il mare al tramonto e l'alba sulle vette più alte, quelli erano i suoi luoghi, lì la solitudine poteva prenderlo tra le braccia, cullarlo asciugandogli gli occhi. Ma quella casa era là ormai, non poteva più far finta di non vederla; avrebbe voluto trovare una traccia, anche piccola di sè, anche solo un segno della sua esistenza, ma per quanto si sforzasse di cercare non gli riusciva di trovarlo.
Se ne stava seduto in un angolo guardando quel fantasma di realtà; per terra sparsi tra fogli accartocciati ed inerti vedeva Bukowski, Freud, Peter Pan, Paperino e Che Guevara e quella casa pian piano cambiava forma, la terra esplodendo si alzava trasformandosi nell'isola di un naufrago, e lui restava fermo a guardare l'orizzonte e sentire la pioggia che scavava il suo volto.
Lui Peter Pan avrebbe voluto alzarsi in volo e seguire le nuvole, ma aveva le gambe di pietra e non riusciva a muovere neanche lo sguardo.
E quella casa così piccola, così estranea, così lontana da sè eppure così naturalmente reale, gli apriva nel petto una ferita che ogni giorno diventava sempre piùprofonda e dolorosa, ed ogni giorno sentiva più forte il desiderio di distruggerla e sempre più fievoli le forze per poterlo fare.
Peter Pan aveva trovato l'isola che non c'è‚ ed ora naufrago non riusciva più a volare.