LA STANCHEZZA

di Giuseppe DEMAIO
(1° Premio - Inedito Club Ausonia 1996)

Era un luogo apparentemente neutrale, perchè l'ora era neutrale, un'ora in cui non si accendono le passioni e i sensi languiscono. Geometria, architettura, penombra, impasto di sonno e veglia, vetri appannati, cigolii sfumati, distanze psichiche, lì tutto si assimilava all'indistinto. Di giorno una Samarcanda di anime, archetipo dell'incontro. Di notte, fino all'alba, un mercato dismesso che nessuno ha voglia di ricomporre. Le voci, i contatti, le trattative, lo scambio umano sono rinviati a ore successive. Intanto risiedono, come fondi di caffè, corpi che sembrano resti di esistenza. Nessuno vuole correre il rischio di essere invaso dall,altro. Ognuno, da solo, in quell,ora e in quel posto che addensano la malinconia, subisce l'incombenza del ricordo nel distacco inavvertito dalla realtà.
Malinconia che, lì e allora, pervade uomini e cose, che da stato d,animo occasionale diventa condizione abituale. Malinconia che è sentimento spesso inaccessibile, così segreta com,è nella parallela, ambivalente esistenza delle sue due anime. Le accomuna una identica insinuazione invasiva in cui il sottile piacere e il sottile dolore convivono sovrapponendosi, intersecandosi, riconoscendosi l'un l'altro. Sottili il piacere e il dolore, sottile il limite che solo apparentemente li separa; laddove l'uno sembra prevalere, l'altro sconfina e a quello si sostituisce, e così senza soluzione di continuità si alternano, o univocamente si esprimono, fin tanto che dura il sentimento della malinconia.
Sul limite, lasciarsi trasportare dal leggero corso della risacca, la coscienza ammorbidita dall,abbandono, la corporeità, impalpabile ectoplasma, entrata in una non-dimensione; il gusto riassaporato di antichissimi istanti di vita così retroattivi da sembrare appertenuti all,infanzia felice; il peso del ritorno annullato dall,oblio, da questo abissale inesplorato pozzo della memoria. Piacere evocato dall,infinito. Sul limite, soffrire parimenti il dolore per certezza del non ritorno, tanto acuto da asfissiare la mente nel tentativo di ristabilire distanze tra presente e passato, di riprodurre la completezza del ri-cordo. Di esso solo le schegge, le più taglienti, le più impazzite, sopravvivono come meteore definitivamente staccate dalla stella originaria, meteore ormai "perseo/oo. Dolore infinito, piegato su se stesso dal tempo. Piacere e dolore, malinco-nia che viene dalla testa, dal cuore, dal ventre.
*"Attenzione prego. Il diretto Lamezia-Reggio viaggia con circa venti minuti di ritardo. Attenzione prego. Il diretto La-mezia-Reggio viaggia con circa venti minuti di ritardo.o/oo.
Questo gracchiante annuncio provocò nella sala d,attesa un brusìo generale.
Le solite scontate, sussurrate proteste, una minima ribellione che si esaurì nel breve giro di alcuni secondi. Poi, ognuno dei viaggiatori in attesa tornò alla propria sonnecchiante solitudine, che soltanto l,inaspettato stridore dell,altoparlante aveva turbato. Il professore era solo. Rac-colto nel suo cappotto grigio, acquistato a buon prezzo in qualche mercatino, se ne stava immobile con il collo immerso dentro il bavero alzato. Teneva la nuca appoggiata all'estremità dello schienale di una insicura poltroncina; il coccige puntato sull'orlo del sedile quasi a trattenere dallo scivolamento il peso del corpo; le mani affondate nelle ampie tasche; le gambe allungate, i piedi incrociati. Se la posizione scomposta non si confaceva al suo ruolo di educatore, la Stanchezza, invece la esigeva pressantemente. Un affaticamento che certo non traspariva dalla imponente corporatura, nè dai tratti distesi del volto, nè giustificato dall'appena mezzo secolo di vita. Forse le alzatacce all'alba e l'inesorabile pendolarismo avrebbero potuto provocare l'affaticamento, ma non la Stanchezza.
La Stanchezza è qualcosa di diverso, di più interamente vissuto, di più profondo, intimo. Risiede in un angolo del cervel-lo e da lì diffonde sullo spirito una bruma incombente. È simile a un ignoto buco nero che tutto attrae, contiene, rimesco-la, amalgama, comprime, ritrasforma in materia pesante. Un carico a volte eccessivo da sopportare e che non si vorrebbe fosse proprio. E laddove gli sporadici guizzi dell'anima sembrerebbe dovessero porvi rimedio, si scopre che anch'essa, al pari della mente, è schiacciata, zavorrata nella sua levità originaria da ogni sorta di fardello, da cumuli di esperienze e di affanni; è vinta da millenarie sconfitte che l'hanno perseguitata e isolata; è stata resa sostanza dolente.
L'emozione, il pia-cere, l'estasi catartica finiscono nella pattumiera dell'illusione. Le aspirazioni, la libertà, le scelte non le appartengono più, si dissolvono per fare posto alla rassegnazione, concludono il viaggio tra le macerie dell'esistenza.
Il freddo pungente che invadeva la sala d'attesa bastò a scuoterlo, a ricondurlo all'usuale quotidianità. La bassa tempera-tura e l'abitudine all'osservazione, vizio innocente del suo comportamento, rappresentarono in quel luogo di tristezza le sole possibilità di veglia. Riemerse dall'appisolamento interiore e si ridestò all'attenzione volgendo lo sguardo sui partenti.
L'esile donna che gli stava di fronte, seduta dritta come fosse una candela o un filo a piombo, contribuiva con la sua pre-senza quasi inavvertibile a caratterizzare ancora di più l'uniformità insignificante di quell'ambiente così livido, così morta-le. Nella penombra dell'angolo più interno - dove la luce fioca risvegliava memorie di paure e di respiri misurati che gli oscuramenti dell'ultima guerra avevano provocato ad ogni allarme di attacco aereo - attendeva immersa anche lei in un cappotto grigio e di evidente basso costo. Le mani tenevano il manico largo e snodabile di una borsa appoggiata sulle gambe fasciate da calze scure. Le scarpe di pelle nera e senza tacchi completavano la parte bassa di quella figura pietrifi-cata. L'uomo procedette nel suo esame sul percorso inverso e, risalendo dai piedi alle gambe, al busto eretto si sentì cat-turato dal volto e dal collo di lei. Questo si innalzava dal bavero circolare, chiuso davanti da una spilla indecifrabile. I ca-pelli bruni, tenuti alla nuca da un fermaglio, e i lobi privi di orecchini davano maggior risalto alla forma affusolata e al candore del collo, che concludeva la sua corsa verso l'alto nella fragilità dell'ovale minuto. Il taglio minimo delle labbra e il naso sottile evidenziavano, invece, gli occhi, dalle cui oscure profondità emergeva uno sguardo smarrito nel vuoto: ri-gido, fissato nell'attesa, si connetteva alla stagnante malinconia della stazione. Malgrado non volesse suscitare l'imbarazzo della donna, che sicuramente si sentiva osservata, egli non riuscì a distogliere l'attenzione dalla purezza di quella pelle e dalla estensione di quel collo. Continuò a esaminare la viaggiatrice e notò che in lei niente si muoveva. Era spenta, senza vita, come se avesse delegato qualcuno a vivere per lei. Comprese in un attimo che la donna conosceva la Stanchezza, che a questa si era convenientemente votata non avendo altra scelta. Invece che supinamente subirla, l'aveva snidata dai suoi nascondigli e smascherata. Elemento originario della sua vita, l'aveva scoperta chi sa per quali vie misteriose fino a condividerla, fino a conviverci da figlia devota. Non si può fare diversamente. L'appropriazione della Stanchezza, l'averla intuita categoria universale, averla colta ed eletta realtà ineluttabile, comporta un'esistenza che si muove in punta di piedi, un quotidiano non più articolato in ore spese bene e in ore spese male.
Una tale distinzione appartiene all'ambito del moralismo: niente da spartire con l'etica. Mutano le regole dei comportamenti; le vicende e la storia ridisegnano continuamente i confini tra bene e male; le leggi degli uomini alzano o abbassano il tiro. L'etica no, è la Legge, la Voce, la presenza-ombra immutabile che esiste fin dall'inizio e che finirà, se mai finirà, solo con la dissoluzione ultima dell'universo. La Stanchezza è la coscienza di questa realtà, così uguale a se stessa che niente può essere pensato di dissimile, che ci concede l'illusione della rivolta, del particolare riconducibile all'uomo.
Egli non ebbe più alcun dubbio. L'immobilità, il distacco marmoreo, l'insufficienza del corpo confermavano che quella donna incarnava la Stanchezza, Stanchezza arcana che non risuona di alcun rintocco. In lei sembrava resistere l'orrore dell'incombenza, l'algida sacralità dell'infinito, la cinica imperturbabilità di un dio. In lei il presente, il passato, il futuro sembrava non avessero scansioni, non fossero storia. In lei il tempo sembrava atono, indistribuito, piatto come nebbia che ottunde, che schiaccia, che rende ogni attimo indistinto e ripetuto. Non esiste niente di più raccapricciante del mistero della ciclicità, di questo moto circolare che ruota ossessivamente tornando sempre a se stesso. Da qui la Stanchezza sca-turisce, si diffonde, diventa materia e corpo. È la stessa essenza delle cose. Tutto in quella donna conduceva all'irrever-sibilità, anche la sua presenza appariva irreversibile.
L'altoparlante che annunciò l,arrivo del treno lo fece sobbalzare. I viaggiatori in attesa, quasi obbedendo a un ordine pe-rentorio, si precipitarono verso i binari. La sala si svuotò completamente. Il professore, ormai esperto di resse e di spintoni, fu l,ultimo passeggero a uscire. Gli piaceva questo rituale, gli piaceva essere l,unico ospite di quella penombra e sentire risuonare nel vuoto il rumore dei passi. Nel ricambio di gente che si alternò tra arrivo e partenza, la perse di vista.
Dopo aver distrattamente esplorato attorno con un rapido sguardo, salì sul treno senza alcun interesse a ritrovarla. In fondo, quella figura femminile era una persona come le altre, le tante che in molti anni aveva incrociato sul percorso del suo solitario pendolarismo. Forse era un pretesto che giustificava l,irrequitezza del suo pensiero e che stimolava il suo istinto di osservazione; forse una innocente astuzia per camuffare o ridimensionare attese e silenzi. Un,idea tuttavia l,inquietò: che la presenza di quella donna, immagine e specchio della "suao/oo Stanchezza, fosse il capriccio di un destino annoiato e bislacco. Stava percorrendo, alla ricerca di un posto a sedere, il corridoio del vagone sul quale era salito. Fa-talmente, in uno scompartimento, ritrovò la donna e si affrettò a occupare la poltrona libera di fronte a lei.
La sorpresa, lo stupore, il turbamento lo assalirono. Si sentiva centrifugato nel vortice di queste sensazioni inattese delle quali non sapeva darsi ragione. Tra l'altro era consapevole che l'affinità con la donna, l'assimilazione a lei, fosse un'inven-zione del suo desiderio di universale, del pensiero che si aggira cauto tra architetture cosmiche dove niente prescinde da niente e ogni cosa è legata a ogni altra. Proprio qui abita la Stanchezza dell'eterno andamento, proprio qui ognuno si ri-vede, si riconosce nell'altro.
La donna sedeva compostamente e teneva lo sguardo abbassato. La osservava con discrezione tentando di dominare l'evidente disagio che traspariva da ogni suo atteggiamento. Le mani gli tremavano, il cuore batteva forte, i muscoli del viso vibravano incontrollatamente dalle palpebre agli angoli della bocca. Si sentiva colpevole e scoperto per aver forzato con arrogante invadenza l'intimità della donna. L'occasione per nascondere l'imbarazzo gli venne dal periodico che un viaggiatore teneva inutilizzato accanto a sè.
Avuto in prestito il giornale, scorreva le pagine fermando l'attenzione su im-magini e titoli, senza alcun interesse al contenuto degli articoli. Ogni tanto alzava gli occhi e la donna, quasi non ci fosse, era lì, anonima presenza, materia corruttibile, conferma del Caso. D'improvviso si sentì rimescolare il sangue, il suo respi-ro divenne affannoso e un brivido interminabile gli percorse la schiena.
Il servizio occupava le pagine centrali del periodico: Modigliani e la sua donna-dramma: carnalità leggera dissolta nel de-siderio impalpabile; donna rappresentazione di Stanchezza ritmata dall'infinita sequenza di colli, dalla loro ossessiva asce-sa; anima antica scivolata nell'evanescenza. La somiglianza era impressionante. Ripetutamente il suo sguardo corse dal volto della tela al volto di lei: collo, ovale, labbra, naso, occhi coincidevano. Uguale staticità, uguale distacco, uguale indifferente esistenza. Non era possibile che fossero due donne diverse. E ne ebbe conferma quando, per la prima volta in quella lunga alba e anche se per un solo attimo, gli occhi di lui affondarono in quelli di lei. Il buio della galleria inghiottì il treno per un tempo brevissimo. Restituiti alla luce, la poltrona di fronte a lui era vuota. Sentì le gambe gelarsi e il respiro bloccato. Con la fronte imperlata di sudore freddo diresse lo sguardo alla foto e poi ancora alla poltrona e di nuovo alla donna ritratta. Quindi si guardò attorno quasi per cogliere negli altri viaggiatori il suo stesso stupore, la sua stessa incre-dulità. Non fece alcuna domanda, ma egualmente percepì che nessuno si era accorto di niente.
Ognuno di loro consumava da solo la storia della propria Stanchezza. Strinse con forza il giornale e gli sembrò di sentirlo pulsare, di ascoltarne il sangue scorrere, il cuore agitarsi. Esso si era sostituito alla vita e soltanto dalle sue pagine poteva pretendere che il mistero fosse svelato. La cifra di quell'incontro straordinario era tutta lì, tra foto e poltrona. Sperò e at-tese inutilmente una risposta, un segno. Alla fine, rassegnato, allentò la presa. Chiudendo il giornale, gli giunse da lontano un ovattato rantolo di agonia.
Il medico che esaminò il corpo senza vita del professore diagnosticò l'infarto. Tra i commenti dei curiosi, che erano ac-corsi davanti allo scompartimento, si udì la voce del controllore: - Povero professore. Lo conoscevo da molti anni e ogni mattina ci incontravamo sullo stesso percorso. Era un uomo discreto, silenzioso, solo. Una vita consumata tra stazioni, treni e scuola. Sicuramente, l'ha ucciso la Stanchezza. -

Club Ausonia protta@diel.it