NONSENSE

di Stefania FALLO
Mi guardava fisso, la bocca serrata. Sembrava irritato con me, spazientito e la sua espressione non lasciava presagire niente di buono.
Non avevo assolutamente voglia di starlo a sentire, quel giorno; ero uscito di casa proprio per questo motivo, per non guardarlo negli occhi, per non pensare a me, per non sentirmi ancora, irrimediabilmente colpevole. La sua presenza mi era insopportabile soprattutto di domenica. Durante la settimana riuscivo ad evitarlo, in un modo o nell'altro; ma il tedio della domenica me lo faceva apparire ancora più snervante, più opprimente. Odiavo la domenica, il non avere nulla da fare mi lasciava in balia dei suoi tentacoli, mi sentivo stritolare, non sapevo come sottrarmi a lui. Mi sarebbe piaciuto dormire tutto il giorno, tutte le domeniche, facendo trascorrere quelle ventiquattro ore senza che me ne accorgessi, come se non fossero mai esistite; ma ero capace d'ammazzare solo la mattina, restando a letto fino all'ora di pranzo, fino a quando l'emicrania, il dolore alla schiena e i miei arti irrigiditi mi costringevano ad alzarmi per dare nuovo tono al mio corpo atrofizzato. Però alle ore pomeridiane non sapevo trovare rimedio, e lui se ne approfittava. Tutte le domeniche passavano così, grigie, apatiche, malsane.
Quel giorno non me lo volevo trovare davanti, non avevo la forza di affrontarlo; la testa mi martellava, mille pensieri si accavallavano nella mia mente ed io volevo dare loro ascolto, non era il momento, non ero in vena. La possibilità di trovare sollievo e distrazione in una passeggiata nel parco mi allettò. Uscii, dopo pranzo, e come mi ero aspettato, l'aria tiepida del pomeriggio alleggerì in fretta il senso di pesantezza alla testa che mi opprimeva. Durò poco, quell'insolito benessere: addentratomi nel parco, vidi infatti lui, seduto su una vecchia panchina arrugginita. Mi attendeva paziente, era sicuro che mi sarei diretto al giardino pubblico, ci andavo spesso, da piccolo. Mi conosceva bene, sapeva che il mio bisogno di silenzio e solitudine non era cambiato col tempo, e come me sapeva che a quell'ora nel pomeriggio il parco era deserto. Naturalmente si accorse subito del mio arrivo, mi osservava con quel suo sguardo inquisitorio nel mio lento incedere, convinto che, trovandolo lì, non avrei potuto evitarlo. Davvero mi conosceva meglio di chiunque altro: come immaginava, raggiunta la panchina su cui era seduto, mi sedetti accanto a lui, senza fiatare. Accesi una sigaretta e aspettai che cominciasse a parlare: era lì per quello, in fondo! Non mi dava tregua, negli ultimi tempi, mi seguiva ovunque andassi, per torturarmi con le sue chiacchiere e i suoi rimproveri, per dimostrarmi che, nonostante i miei sforzi, non avrei potuto cancellarlo dalla mia vita, lui mi avrebbe trovato comunque.
Taceva, accanto a me. Ed io speravo che svanisse nel nulla, così come era apparso, lasciandomi in pace, finalmente. Ma non si muoveva, nè parlava, per non spezzare la magia che quel luogo creava. Mi piaceva, il parco, sembrava un posto da fiaba, il classico ritrovo di folletti buoni, il tradizionale riparo dai dolori quotidiani di eroine decadenti. Così silenzioso, era un posto estremamente malinconico, un remoto elemento onirico in uno spazio caotico ed industrializzato. Sembrava fosse stato creato per questo, il parco, per dare conforto a nostalgici ricordi, complice nel silenzio di disagi esistenziali, di segreti amori, di confidenze sussurrate. Chiusi gli occhi, lasciandomi cullare da un piacevole torpore, nel quale la sottile eco di una nota melodia mi accompagnava in mille fantasticherie. Era ciò di cui avevo bisogno, in quel periodo: abbandonarmi a vivere tante e dolci esperienze in una vita esclusivamente onirica.
- Non sognare - esclamò lui - non serve a nulla! -
Spalancai gli occhi, rigettato brutalmente nella realtà. Avevo completamente dimenticato la sua presenza, per un attimo. Come poteva essere così crudele, come poteva ordinarmi una cosa del genere, impedirmi persino di sognare, era l'unica cosa che mi fosse rimasta, l'unico diritto che potessi ancora rivendicare!
- Non serve a nulla, ti ripeto - aggiunse - piuttosto, che hai combinato, ultimamente? Cos'hai costruito, in quest'ultimo anno? - chiese con tono severo.
"- No, no, non farmici pensare - dicevo tra me - ti prego, lasciami in pace!". Piangevo, adesso, davo libero sfogo al mio cuore gonfio di amarezza, al mio smarrimento, ma non rispondevo alla sua domanda, non potevo rispondere! Con quale faccia avrei potuto farlo? Avevo soltanto il basso istinto di nascondere la testa sotto la sabbia, e non pensare, non pensare.
- Non rispondi? - mi chiese ancora, con insolenza - Certo, non puoi! O forse sì; è sufficiente dire: niente; solo una parola, non ci vuole molto a pronunciarla, sintetizza tutte le tue sconfitte, vero, i tuoi fallimenti; la luna è piena dei tuoi propositi andati in fumo, sai, rischi di inquinarla, se non ti affretti a recuperarli...-
Il suo sarcasmo mi dava ai nervi; eppure lui sapeva cosa avevo passato io negli ultimi mesi, aveva vissuto insieme a me le mie recenti delusioni, provando il mio stesso disagio, la mia stessa confusione, la mia medesima depressione; come poteva ora trovare la forza di criticarmi, di offendermi, di schernirmi?
Lui era il mio alter ego!
- Non mentire, nè con te stesso, nè con me - riprese, dolcemente, quasi avesse letto, in fondo hai appena vent'anni, la gente ci riesce a quaranta, perchè non dovresti farcela tu? Non è difficile, l'importante è porsi continuamente quesiti, obbiettivi, sempre, e andare avanti, fino alla morte:
studio-laurea-impiego-matrimonio-famiglia-pensione-tomba. Funziona in questo modo, lo sanno tutti; non piangere, il mondo non sa che farsene delle tue lacrime; segui lo schema e sii contento. Ricordi quella vecchia canzone? Diceva "produci, consuma, crepa", eh... funziona così: produci, consuma, crepa...-
- Ma io non voglio - riuscì a dire - non voglio, dove sei, mi senti? Non voglio! - Urlai. Lui era scomparso; faceva sempre così: arrivava, tentava di scuotermi e se ne andava. In realtà, gli effetti delle sue parole erano ben altri, per me, devastanti, terribili, trasformava in un attimo la mia consueta inquietudine in disperazione. Lo sapevo bene, dopo tutto, come "funziona", solo che non volevo accettare questa strada. Sapevo che il mondo va avanti così, nella sua eterna precarietà, dalla notte dei tempi, e come fuggire da se stessi per non restare intrappolati nel suo assurdo meccanismo non serve a nulla; non esistono compromessi, solo due scelte, sempre e solo quelle: accettare ed aspettare che qualcosa accada, oppure negare e morire.
Ma restare nell'apatia non aveva senso, lui aveva ragione, occorreva reagire, in qualche modo, ed io non sapevo come, nessuna idea mi veniva in mente, per trovare una scappatoia, nulla, eccetto la via più semplice: correre insieme, agli altri, correre senza fermarsi, correre per costruire, correre per vivere; perchè l'altra scelta, quella più sensata, mi faceva troppa paura.
Mi alzai, mentre cominciava ad imbrunire, e mi avviai verso casa. Tanto, prima o poi, qualcosa avrebbe posto fine al nonsense universale.

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