in astratto, la rivoluzione proletaria fece esplodere la bocca di quel vulcano addormentato che era la vita vera e quotidiana del popolo, muta da migliaia di anni e pronta a dirompere nel mondo per squarciare il velo dell'ipocrisia romantica e borghese.
Non avreste avuto mai nessuno dei grandi poeti contemporanei se non ci fosse stata la Rivoluzione di ottobre.
PABLO: Non ti sembra di esagerare? Contemporaneamente alla tua poesia, in tutta l'Europa liberale si faceva strada il futurismo, il verismo e tutti i poeti che li rappresentavano furono grandi a loro modo.
MAJAKOVSKIJ: Forse lo spirito del futurismo e del verismo fu lo spirito del secolo nascente, ma quei poeti scrissero versi che con un linguaggio nuovo parlavano di un mondo in cui l'uomo era un tutt'uno con la macchina, o decrivevano l'uomo vittima di un'ineluttabile destino di sottomissione alla realtà, in cui non l'uomo era il soggetto della poesia ma le cose, il destino, la storia, la mia poesia racconta di uomini e donne veri, fatti di carne e di sentimenti, di fame e di esaltazione, di sudore e di speranze, comunque uomini tutti veri ognuno con il proprio nome e la propria storia, ognuno con la propria speranza di riscatto dalla miseria e dalle ingiustizie della vita.
Solo quando la macchina pingue e gigantesca della burocrazia soffocù ognuno di quegli uomini e quelle donne, con i loro figli e le loro speranze, solo allora morì la loro voce, e la mia voce si spense e lasciù l'eco dello scoppio di una pistola.
PABLO: Non fu inutile il tuo gesto di estremo rifiuto?
MAJAKOVSKIJ: Io ero già morto prima che il colpo partisse dalla pistola, vuoto e perso nella melma del regime che spense la rivoluzione.
Ma inutile no! Non fu inutile, l'eco di quello sparo durù a lungo, per tanti anni che oggi ancora lo puoi sentire.
E lo sentirono tutti gli artisti e gli intellettuali che non si sono piegati al regime della burocrazia comunista, che con la loro forza di resistenza hanno spezzato il terrore e l'indifferenza del mondo verso la Russia. E forse un giorno la rivoluzione proletaria tornerà ad essere la rivoluzione degli umili, di tutti gli uomini e di ognuno di essi.
Magari non sarà l'odore del ferro ad esaltare le nuove generazioni, forse sarà il luccichio delle stelle e la velocità cibernetica, chi puù dirlo?
Quel che conta è che sempre ci sia una poesia dell'uomo come protagonista di una nuova esistenza quotidiana e futura insieme.
PABLO: Questo è anche il mio sogno. Ma tu stai cambiando un poco la realtà dei fatti con questi discorsi.
E' vero sei stato grande quando hai cantato la sofferenza degli umili o l'esaltazione del giovane rivoluzionario, ma poi, piano piano ti sei messo in cattedra ad insegnare al popolo quale è la vera cultura popolare, non ti sembra che sia stata un'impresa troppo presuntuosa, ed anche ardua se vuoi, tanto da schiacciarti?
MAJAKOVSKIJ: Tu credi che il popolo russo di ottanta anni addietro sapesse pensare a sè stesso come protagonista della vita civile e politica? No! Ti stai sbagliando. Il popolo era analfabeta, superstizioso, impaurito davanti ai potenti, reso schiavo dalla miseria e dall'indottrinamento religioso di una chiesa potente e regnante al fianco degli Czar.
Il compito di un rivoluzionario non era quello di dare il pesce all'affamato ma di insegnargli a pescare.
PABLO: Pero' così non è stato, e la rivoluzione ha fallito il suo scopo. Per dirla come tu stesso hai detto, i primi che impararono a pescare si guardarono bene dal diffondere l'insegnamento e tennero ben saldo in mano il potere limitandosi a dare un pù di pesce al popolo. E finchè vissero quelli che avevano memoria della schiavitù e della miseria zarista tutto andù bene, ma questa questa memoria via via si spense e la gente cominciù a vedere che la propria condizione non era cambiata di molto rispetto a prima, mentre i loro ex compagni, diventati potenti, si arricchivano alle spalle dei lavoratori, allora cominciarono i guai per la rivoluzione mancata.
MAJAKOVSKIJ: Fu ancora peggio amico mio. Solo la mancanza di rubbli e di vodka ha spinto la gente a ribellarsi, ma solo per passare da un padrone ad un altro e niente più.
Se la rivoluzione non investe la cultura della gente, se non crea una coscienza critica ed autonoma non ci saranno mai uomini liberi.
Forse ci potranno essere schiavi sazi di cibo e passatempi, ma mai potranno esserci uomini padroni della propria vita e del proprio destino.
Un pù come succede oggi nel vostro Paese.
Una cultura infarcita di egoismi e superficialità è stata sufficiente a chi controlla informazione ed economia a dividere la gente in guelfi e ghibellini, come se fossimo ancora ai tempi di Dante Alighieri.
PABLO: Qualcosa mi dice che hai proprio ragione.
Ricordo che negli anni settanta, ai tempi di quando ero al liceo, in Italia ci fu uno scontro aspro tra gli studenti che volevano una scuola con dei piani di studio più liberi e un sistema di governo degli istituti di classe basato su votazioni assembleari sullle singole questioni, un pù come ai tempi delle polis greche, ed il governo che voleva piani di studio bloccati e rappresentaze solo formali degli studenti nei consigli d'istituto.
Vinse il governo naturalmente, che sfruttù tutto il suo potere di persuasione attraverso i mass media, a scuola si cominciarono a studiare tante belle materie tecniche ed a mandare a memoria quattro fesserie di storia, di filosofia o di letteratura, tanto si diveva che il futuro era dei tecnici, ed oggi ci ritroviamo con milioni di persone che riescono ad esprimere le loro scelte solo una volta ogni quattro anni, in occasione delle elezioni, scegliendo in base al gradimento degli spots elettorali, ma senza nè sapere nè potere entrare nel merito delle scelte politiche che segnano il destino dei propri interessi civili ed economici.
Ti lascio ora compagno poeta.
Non so se hai ragione sulla bontà della rivoluzione proletaria, ma sono convinto che mi toccherà rimettere in discussione alcune mie convinzioni sulla cultura.
Sì, dovro' proprio pensarci.
CAPITOLO VI
DIAGOLO DI PABLO CON MARCO POLO
OVVERO: DISCORSO SULLA DIVERSITA' CULTURALE
PABLO: Oggi percorrere a cavallo una distanza quale è quella che separa Venezia da Pechino sembra un'impresa impossibile, nonostante i progressi che si sono realizzati sia a livello tecnologico che a livello di conoscenze geografiche, eppure tu hai affrontato, in giovanissima età quel viaggio, sfidando l'ignoto. Cosa ha potuto spingerti a tentare l'impresa con tanto coraggio?
MARCO: Proprio l'ignoto era ciù che mi spingeva a sfidarlo, con quella sete di conoscenza che da sempre muove l'uomo a tentare quello che sembra impossibile.
PABLO: Ho provato ad immaginare di trovarmi al tuo fianco. Ho cercato di pensare quale poteva essere il tuo stato d'animo il giorno in cui lasciasti Venezia. Ma non sono riuscito a calarmi nel tuo spirito. Cosa provavi? Euforia, entusiasmo, paura? Quali erano i tuoi sentimenti in quel giorno tanto speciale?
MARCO: Prova ad immaginare il tuo sangue che trema dentro le vene, i tuoi occhi che si fissano nel vuoto dell'orizzonte sconosciuto.
Così mi sentivo io appena lasciai Venezia. Per ore ed ore sono rimasto in silenzio, con la mente assente, senza accorgermi di niente e di nessuno, di quanto si muoveva attorno a me, di quelli che parlavano, del vento che mi soffiava in faccia.
Come se il mio spirito corresse più veloce, in avanti, lasciando indietro il mio corpo ed il resto della mia spedizione.
Avevo già sentito parlare di quelle terre lontane, ma non riuscivo a materializzare nel miei pensieri nessuna delle cose che mi erano state raccontate.
La mia mente correva lontana, ma con una calma lieve, come temessi di non riuscire ad assaporare attimo per attimo quelle sensazioni nuove che ad ogni chilometro percorso sembravano destinate a svanire, come svanisce un sogno interotto improvvisamente.
Ma quel sogno durù tanti e tanti anni.
Sono partito che ero poco più che un bambino e tornai, dopo venticinque anni, ormai uomo maturo e saggio, nutrito dalla saggezza di quei popoli antichi che mi avevano accolto, ospitato, e cambiato tanto da non essere mai più nè veneziano, nè cinese nè altro, ma solo uomo.
PABLO: Deve essere stato terribile affrontare tutti gli stenti e le fatiche di viaggi così lunghi e così avventurosi; e doveva essere anche molto pericoloso attraversare tanti paesi di lingua e tradizioni tanto diverse da quelli a te familiari che conoscevi e capivi, e spesso tanto arretrati da non avere forse nemmeno la possibilità di trovare un modo per comunicare.
MARCO: Dai miei viaggi ho imparato tante cose. Ma la più importante forse è stata quella di capire che per quanto si possa girare il mondo, per quanto diversi possano sembrare gli uomini, visti con gli occhi di chi vuole studiarli senza capirli, per quanto ci si possa sforzare di fare confronti tra noi e gli ìaltriì non si riuscirà mai a trovare un solo uomo che non abbia sentimenti di amore, o di odio, saggezza o stoltezza, tolleranza o fanatismo, del tutto uguali a quelli di tutti gli altri uomini e donne della terra.
PABLO: Ma come hai potuto sopportare per venticinque anni il fatto di sentirti estraneo, ospite, spesso accettato perchè amico di potenti sovrani, ma altrettanto spesso solo senza poter parlare la tua lingua, mangiare il cibo a cui eri abituato, sentire attorno l'affetto delle persone che ti erano care in patria?
MARCO: La lingua è solo uno strumento, seppure importante, per comunicare, non che non fosse un problema, ma il problema più grande è stato trovare dei valori comuni tanto intimi da far nascere in te il desiderio di comunicare.
Voglio dire che non è la conoscenza delle parole che ti facomunicare, ma la conoscenza dei sentimenti, delle debolezze e delle passioni che sono comuni a tutti gli uomini della terra che alla fine vincono l'ostacolo del linguaggio, che ti fanno scoprire che è facile imparare a parlare qualunque lingua quando sei spinto da una forte motivazione interiore a comunicare.
In venticinque anni il cibo stesso diventa un mezzo per comunicare, e l'affetto delle persone care viene sostituito da altri affetti di altre persone che anch'esse ti diventano care.
PABLO: Non ti sentivi dunque estraneo lontano dalla tua patria?
MARCO: Se impari a conoscere gli uomini ti accorgi che non esiste alcuna patria perchè tutti gli uomini sono la tua patria; è solo la paura di ciù che non conosci che ti fa alzare steccati e confini; è la paura dell'ignoto che ti spinge ad inventarti una patria.
PABLO: E' strano che tu dica questo. Proprio tu che dovresti avere ben conosciuto quanto siano diversi tra loro tutti i popoli; diversi non solo per lingua, ma anche per modo di pensare, per colore della pelle, per religione.
La diversità è un dato di fatto, non puoi negarla. E seesiste la diversità non puoi non ammettere che la tua patria è dove vivono uomini e donne che sono della tua stessa razza, pensano, parlano, pregano come te.
Gli uomini non sono tutti uguali, esistono differenti culture e razze diverse.
Ai miei tempi sarebbe un assurdità considerare uguali gli aborigeni delle savane australiane ed i cittadini di una metropoli come Milano. Non credi sia così?
MARCO: L'arcobaleno attraversa il cielo di molte nazioni eppure non ha nazionalità, in esso puoi verderci molti colori ma potresti dire che il verde sia più arcobaleno dell'azzurro o del rosso? O che un colore solo sia arcobaleno e non tutti insieme? Proprio la diversità dei colori che lo compongono fa l'arcobaleno; assieme quei colori sono uno spettacolo stupendo, ma se per assurdo, con un artificio, tu riuscissi a separare uno ad uno tutti colori dell'arcobaleno, avresti tanti colori, potresti scegliere il tuo colore preferito e tenerlo separato dagli altri dicendo che quello è il più bello di tutti perchè è solo tuo e per te è più bello degli altri, ma avresti distrutto lo spettacolo ineguagliabile dell'insieme dei colori. Avresti distrutto l'arcobaleno.
PABLO: E' una bella similitudine. Perù non regge come teoria se calata tra gli uomini poichè essi hanno differenti modi di pensare, lavorare, governare, differenti modi di vivere la vita insomma.
Cosa succederebbe se pretendessimo di far vivere insieme i beduini del deserto con gli operai di una fabbrica? Se fossero in numero pari, probabilmente, un gruppo cercherebbe di distruggere l'altro, e se un gruppo predominasse per numero e potere sicuramente imporrebbe il proprio modo di vivere all'altro. O peggio, il gruppo più arretrato culturalmente e tecnologicamente diventerebbe un freno per il progresso dell'intera comunità, sarebbe un parassita del lavoro e delle capacità del gruppo più avanzato.
MARCO: Il tuo modo di pensare è il frutto di una visione utilitaristica della vita. Di una concezione in cui la società è vista come la convivenza di singoli individui che stanno insieme solo perchè così possono trarre qualche vantaggio dagli altri. Non di una visione unitaria dell'umanità che condivide un'unica origine ed un unico futuro, un'umanità in cui ogni uomo ed ogni donna vivono la proria storia, piccola o grande che sia, da scienziato o da pescatore, ma tutti con i propri sogni e sentimenti.
PABLO: Forse è così. Ma che c'è di male nel trarre vantaggi dalla convivenza civile? Tutti in fondo, in una società culturalmente ed economicamente omogenea, danno e prendono qualcosa. Sarebbe ingiusto se chi dà poco ricevesse la stessa quantità di chi dà molto, questo sarebbe ingiusto, non il solo fatto di dare e ricevere.
MARCO: Dimentichi perù che gli uomini non vivono solo per il libero scambio e consumo di beni.
Nulla di quel che esiste in natura puù essere di proprietà di uno solo o di pochi, poichè il mondo è di tutti gli uomini che ci vivono ed anche di coloro che ci vivranno nel futuro.
Scopo della vita è la conoscenza della realtà, non il possesso delle cose od il potere sugli altri.
E non si ha conoscenza senza accettazione e comprensione della diversità.
E quando riesci ad accettare e comprendere la diversità non puoi fare a meno di amarla, perchè nel particolare riesci a cogliere l'essenza universale dell'esistenza.
E allora che senso ha più parlare di patria, di lingua, di popoli, di religioni? Che differenza vuoi che faccia vivere a Venezia, a Gerusalemme o a Pechino?
Dovunque tu vada, dovunque tu deciderai di vivere la tua vita sarai sempre solo un uomo, tra gli uomini, alla ricerca della conoscenza.
PABLO: Dovrù quindi continuare io il tuo viaggio, da solo per conoscere il mondo e me stesso?
MARCO: Per tutta la vita.
CAPITOLO VII
DIALOGO DI PABLO CON CHARLES BUKOWSKI
OVVERO: DISCORSO SULLA SOLITUDINE
PABLO: Non riesco ancora a rendermi conto se devo dirti addio o ben trovato.
Solo fino a ieri ero abituato a leggere sui giornali le notizie sulle tue irriverenti conferenze, con le quali, nonostante gli anni e la voce spezzata dall'alcol e dalla malattia, riuscivi ancora a scandalizzare ed affascinare le platee dei ben pensanti, tutta gente che ha conosciuto solo attraverso i tuoi racconti e le tue poesie l'umanità emarginata e puzzolente dell'angolo della strada.
L'umanità di questi nostri anni, non quella del monte Sinai di duemila anni addietro o quella del libro Cuore del romantico De Amicis.
Ed oggi non ci sei più, caro, vecchio compagno di sbronze. Ma forse non sei nemmeno mai esistito veramente, forse la tua vita è stata inventata solo sui volti raggrinziti degli uomini e della donne che popolano ogni giorno ed ogni notte gli angoli delle periferie urbane di tutto il mondo, in attesa che arrivi anche per ognuno di loro un'ambulanza con un telo nero di plastica per coprire un'anonima esistenza.
BUKOWSKI: Se le pagine del libro della mia vita potessero essere scritte, anche solo con il nome delle donne che mi hanno scopato, allora capiresti che ho vissuto tanto da rappresentare un record nella storia dell'esistenza.
Loro scopavano me ed io scopavo la vita.
In silenzio, da solo. Non ho mai capito veramente perchè sono diventato così celebre e venduto tanti libri.
Ma chi se ne frega. I soldi erano buoni sempre da qualunque parte e per qualunque motivo siano arrivati.
Alla fine non c'è nessuno che valga più di un dollaro e venti centesimi.
PABLO: Già ma almeno quello morì con il rumore dell'oceano nelle orecchie. Tu invece nemmeno questo hai avuto. Solo il letto di un ospedale.
BUKOWSKI: Quell'oceano era il mio. Nessuno è mai riuscito a portarmelo via. E poi mi ero rotto le palle di ascoltare l'oceano e i mugoli dei ragazzi che scopavano.
Io non sono mai stato uno spettatore.
Delle cose che importavano agli altri non me n'è mai fregato nulla.
Ma la vita era il mio palcoscenico, ed io sono sempre stato il solista dei miei concerti.
Pero' quando non puoi più suonare che cazzo te ne frega di stare lì a guardare lo spettacolo.
PABLO: Sembra tutto facile e sentire te.
Ma non hai avuto paura di morire? Sì, molte volte hai rischiato di lasciarci la pelle, ma sempre per qualcosa che ti era capitata tra capo e collo senza preavviso.
Ma quando è arrivata la tua ora, tu lo sapevi che non avresti replicato la scena, quella volta. Non hai avuto paura?
BUKOWSKI: La paura è stato un sentimento che non è mai riuscito a contaggiarmi. Panico forse l'ho vissuto spesso.
Poche cose mi creavano una sensazione simile alla paura o al panico.
La gente che correva sempre come se avesse il fuoco sotto il sedere in cerca di qualcosa che non si trova, forse, si tratta fondamentalmente della paura di affrontare se stessi, si tratta fondamentalmente della paura di essere soli; invece a me faceva paura la folla, la folla che correva col fuoco sotto il sedere, la folla che leggeva Norman Mailer ed andava alle partite di baseball e tagliava e annaffiava l'erba del praticello e si chinava sul giardino con una paletta.
Questa forse per me era la paura.
PABLO: Vuoi dire che non hai mai vissuto la solitudine. Eppure, in mezzo alla moltitudine di gente che ti stava attorno, non mi sembra ci sia mai stata una persona che ti sia stata veramente vicina.
Non è forse solitudine questa?
BUKOWSKI: Non me lo ricordo, non sono mai stato abbastanza sobrio da farci caso.
Con me c'è sempre stata una presenza al plurale...almeno sei lattine di birra.
Come fai a trovare il tempo per sentirti solo mentre sei così impegnato a vivere.
PABLO: Che cosa intendi per vivere? Dimmi cos'era la vita per te?
BUKOWSKI: Voglio cercare di spiegartelo con dei versi, prova ad ascoltare e capire e non farmeli ripetere, e soprattutto non chiedermi di spiegarteli, non lo sopporto:- Un'orchestra sinfonica./scoppia un tempora-le,/stanno suonando un'ouverture di Wagner/la gente la-scia i posti sotto gli alberi/e si precipita nel padiglio-ne/le donne ridendo, gli uomini ostentatamente cal-mi,/sigarette bagnate che si buttano via,/Wagner continua a suonare, e poi sono tutti/al coperto. vengono persino gli uccelli dagli alberi/ed entrano nel padiglione e poi c'è la Rapsodia/Ungherese n.2 di Lizst, e piove ancora, ma guarda,/un uomo seduto sotto la pioggia/in ascolto. il pubblico lo nota. si voltano/a guardare. l'orchestra bada agli affari suoi. l'uomo siede nella notte nella pioggia,/in ascolto. deve avere qualcosa che non va,/no?/è venuto a sentire/la musica.
PABLO: Credo che non avresti potuto spiegarti meglio.
Eppure il pensiero della tua vita consumata lentamente, come una candela di sego, a noi che non siamo poeti, non puù non fare paura; non puù non sbatterci in faccia brutalmente, se non la tua, almeno la nostra solitudine.
Ogni angolo di quelle strade, di quelle misere stanze disfatte, ogni bottiglia vuota abbandonata sul pavimento, ogni scopata veloce e violenta, raccontata, ci fa venire in mente un fantasma orrendo di solitudine.
BUKOWSKI: Eppure ogni uomo, ogni donna, ogni bottiglia della mia vita hanno rappresentato un momento vissuto così intensamente da lasciarmi ogni volta sfinito, molto più sfinito dell'ultimo istante che ho vissuto.
Quando i miei occhi si sono chiusi per sempre ho pensato veramente ìdevo ricordarmi di comprare un'altra confezione di lattine di birra, domani...ì.
PABLO: Caro, vecchio compagno delle sbronze che non mi sono mai preso, adesso che non ci sei più veramente mi sento un pù più solo.
Non mi basta leggere quel che hai scritto senza pensarti all'opera da qualche parte, a vivere quelle storie.
Era bello leggere quello che scrivevi e pensarti sdraiato da qualche parte a scoparti una donna sconosciuta ed a berti la vita, d'un fiato, fino a perdere i sensi.
Era bello ricordare assieme quelle poche volte che anch'io sono riuscito a bere la mia vita d'un fiato.
Forse ora comprerù anch'io una confezione da sei di lattine di birra, per tornare a parlarti.
CAPITOLO VIII
DIALOGO DI PABLO CON PAPERINO
OVVERO DISCORSO SU: PIGRIZIA, TESTARDAGGINE E IMPROVVISAZIONE
PABLO: Ciao Paperino. Sempre sdraiato sul tuo divano! Stavi dormendo?
PAPERINO: No. Stavo riposando ad occhi chiusi.
PABLO: E di cosa stavi riposando? Non fai mai niente dalla mattina alla sera. Confessa che stavi dormendo.
PAPERINO: Di cosa stavo riposando? L'ultima volta che ho dovuto inventarmi un lavoro per pagare le bollette ho faticato tanto che mi ci vorrà un bel pù di tempo per riprendermi dalla fatica, cosa credi?
PABLO: Ma non faresti meglio a trovarti un lavoro tranquillo e duraturo anzicchè dover correre come un matto tutte le volte che rimani senza un soldo e ci sono i debiti da pagare?
PAPERINO: Io ci provo. Ma che colpa ne ho se dopo un poco mi capita sempre di essere licenziato? Ho fatto più lavori io di quanti ne esistono all'ufficio di collocamento.
PABLO: Ma se ne combini sempre qualcuna delle tue, come pretendi di non perdere ogni lavoro che trovi?
PAPERINO: Il fatto è che quando trovo un lavoro che mi piace, come ad esempio fare l'esploratore, l'astronauta o l'inventore, non riesco mai a portare a termine il mio lavoro perchè succede sempre qualche sciagura che mi manda tutto per aria, e quando invece trovo un lavoro qualsiasi per racimolare qualche soldo finisce sempre che mi addormento sul lavoro e mi licenziano.
PABLO: E così te ne stai senza far niente in attesa di spillare qualche soldo a zio Paperone, senza poi riuscirci quasi mai. Di questo passo non crescerai mai. Sei sempre il solito immaturo.
Devi cambiare mentalità altrimenti rimarrai sempre un fallito.
PAPERINO: Neanche per sogno. Un giorno riuscirù a trovare la mappa di un tesoro e allora vedrai se non divento ricco.
PABLO: Ancora con le tue fantasie. I tesori non esistono e se esistono non li troverai certo sotto il tuo divano.
Nella vita ci vuole impegno, sacrificio e responsabilità. Tutte cose che tu non hai mai apprezzato.
PAPERINO: Ma perchè tutti pretendono di dovermi insegnare quello che devo e quello che non devo fare.
Io non dico mai a nessuno che deve vivere come me.
Perchè non mi lasciate in pace a vivere la mia vita.
Prima o poi trovero' una soluzione, una volta per tutte, per mettere comodo il mio conto corrente.
PABLO: Scusa, ma che cos'è quell'enorme involucro di plastica che sta in mezzo al tuo giardino?...
PAPERINO: Appunto. Questa sono sicuro che sarà la volta buona, ho scoperto, in una vecchia scatola che ho trovato in soffitta, dei semi e un vecchio papiro egizio. Sono sicuro di essere riuscito a decifrare i geroglifici. Ho scoprto che quelli erano i semi di una rarissima specie di albero del pane che produce un'enorme quantità di panini.
Appena saranno cresciuti diventerù ricco e non dovrù più lavorare per pagare i miei conti.
PABLO: Ma questa è un'altra delle tue idee assurde. Ma possibile che non ti rendi conto che quello che cerchi è l'impossibile? Ma come fai ad inventarti tutte queste strampalaggini?
PAPERINO: Strampalaggini? Ho studiato per mesi la traduzione dei geroglifici, ho speso tutti i miei risparmi per fertilizzare il terreno del giardino, ho lavorato con un dannato per dissodare, irrigare, piantare i semi e coprire con l'impalcatura di plastica i primi germogli per non farli gelare di notte e non farli mangiare dai passeri di giorno.
Ti sembrano strampalaggini queste? Aspetta qualche settimana e dovrai ricrederti, vedrai.
PABLO: Io ci rinuncio. Comunque ti avverto, quelle cose sotto l'impalcatura di plastica a me sembra che siano solo delle grosse zucche.
PAPERINO: La tua è tutta invidia!...(...perù assomigliano veramente a delle zucche..speriamo che non abbia ragione...).
CAPITOLO IX
DIALOGO DI PABLO CON GESU'
OVVERO: DISCORSO SULLA SPERANZA
PABLO: Mi chiedo perchè dalle tue parole che hanno espresso tutta la voglia di amore che da sempre l'uomo ha sentito non sia ancora nata un'umanità come tu la volevi, non dico in tutto il mondo ma almeno in quella parte di esso che ha abbracciato i tuoi insegnamenti.
GESU': Gli uomini sono deboli come bambini, davanti alle responsabilità del mondo.
Io vi ho amati tutti come fratelli, ma voi avete preso l'amore da me e l'avete restituito a mio padre perchè diventasse anche vostro padre; non da me avete accettato restituito amore, non da un uomo che ha dato amore e a cui avreste dovuto restituire amore, ma da un Padre Astratto a cui si puù chiedere senza dare, così come si chiede senza dare al proprio padre naturale.
L'egoismo ha prevalso sull'amore, ammantato nella fede nel perdono.
PABLO: Vuoi dire che per riuscire ad amare bisogno essere adulti, staccarsi dal padre a cui si chiede egoisticamente protezione, e perdono per le proprie debolezze?
GESU': Certo. Amare è donare senza senza aspettarsi una ricompensa, un premio. Anzi è di più. E' donare senza sentire bisogno di ricevere, perchè si riceve già tanto nella felicità stessa che si prova amando.
PABLO: Perù l'uomo l'uomo sente anche il bisogno di essere amato, quindi di ricevere amore; e questo non è affatto una questione di calcolo, è semplicemente nella natura dell'essere uomini.
GESU': E' vero, ma questa non è una contraddizione. Anzi è proprio la dimostrazione di quanto poco ancora l'uomo riesca ad amare; di quanto poco amore ci sia nei rapporti tra gli uomini.
Per amare veramente bisogna conoscere e stimare prima di tutto sè stessi, essere soddisfatti della propria vita e desiderare di condividere con gli altri quest'appagamento che si è riusciti a trovare in sè stessi.
PABLO: Eppure dalla tua nascita ad oggi sono innumerevoli le persone che hanno dato prova di averti amato; pensa a quanti hanno dato la vita per seguire i tuoi insegnamenti, per te.
GESU': La mia vita è durata trentatre anni, ed in quei trentatre anni non sono state poi molte le persone che mi hanno veramente amato.
Poi gli altri, tanti altri, hanno amato un'idea di me, hanno amato ciù che essi hanno pensato che fossi stato o che avrei dovuto essere. Hanno inventato l'ideologia dell'amore, che come tutte le ideologie ha portato con sè sia bene che male; ha portato la maturazione della cultura della solidarietà, ma ha anche portato il fanatismo e l'abbandono della propria dignità umana.
PABLO: Dunque non vi è stato nessuno che ti abbia amato per quello che eri?
GESU': Uno almeno c'è stato di sicuro, Giuda. Lui mi ha amato per le mie idee e per quello che esse potevano diventare per gli uomini.
PABLO: Ma ti ha venduto ai tuoi carnefici, ti ha tradito per trenta denari. Come puoi dire che ti ha amato?
GESU': Di me si raccontava che avevo camminato sulle acque, che avevo ridato la vita ai morti, che avevo trasformato in vino l'acqua, ero ormai famoso, tutti mi conoscevano, tutti sapevano dove io mi trovassi, nè io mi sono mai preoccupato di nascondermi, i romani per primi mi conoscevano, Pilato, Erode tutto il Sinedrio sapeva tutto di me, credi che avessero bisogno di pagare qualcuno per potermi arrestare?
No, la storia dei trenta denari io non l'ho mai creduta, avevano solo bisogno di trasformare un atto politico in un piccolo gesto di squallore quotidiano; in una piccola storia di soldi.
E' vero perù che Giuda non rimase al mio fianco fino alla fine, e che anzi mi accusù di avere tradito il nostro popolo, non fece nulla per impedire la mia morte, e poteva farlo, lui era un capo, aveva dei seguaci, poteva farlo e non lo fece, ed il rimorso di avere abbandonato l'amico lo uccise.
Non è questo un grande gesto di amore?
PABLO: Dici che ti ha amato per le tue idee, ma allora perchè ti abbandonù? Le tue idee era cambiate rispetto alla prima ora o fu lui a cambiare la sua opinione?
GESU': Io ero figlio di una filosofia antica ed allo stesso tempo rivoluzionaria, per quei tempi così come lo è anche oggi: la filosofia dell'amore non violento.
Ma il mio linguaggio era quello dei miei tempi, io parlavo come a quel tempo parlavano i profeti, per parabole, per immagini che infiammavano la fantasia, e la mia legenda precedeva i miei passi, ma alla fine quando cercai di far capire che le mie non erano idee politiche, e non erano le idee di un nuovo dio del popolo giudaico, ma un nuovo modo di vivere, nessuno mi capì; i romani mi credettero pazzo, gli ebbrei mi accusarono di voler sovvertire la loro religione, e Giuda, non capendo il mio messaggio, pensù che non avessi avuto il coraggio di guidare il popolo nella rivolta contro i romani.
Nessuno capì, ma non potevano capire.
Se fossi nato sulle rive del Gange anzicchè del Giordano forse sarei morto ad ottantanni rispettato come un lama.
Ma Israele era troppo vicina all'Egitto e troppo vicina alla Grecia, e lì c'era bisogno di un Dio, di un messia e di una legge, non della filosofia dei Magi.
Giuda non tradì me, si rifiutù solo di tradire sè stesso e ciù in cui credeva, anche a costo di perdere l'amico più caro e pagare con la vita poi per il dolore e la disperazione.
Quale atto di amore più grande poteva compiere?
PABLO: Ma in fondo gli ebbrei avevano ragione, tu sovvertivi la legge della loro religione.
Dicendo che non l'uomo era stato fatto per il sabato, ma il sabato per l'uomo, e non per tutti gli uomini in senso generale, ma per ogni uomo, ogni persona umana, tu gettavi le basi per un umanesimo che solo oggi riusciamo a capire e solo dopo che per molti secoli tanti filosofi, un pù per volta, hanno fatto a pezzi tutto l'apparato teologico che teneva l'uomo separato dalla natura.
Quell'uomo che per tanti millenni era rimasto sospeso tra la vita reale e lo stato di divinità. Ma la tua non era solo una nuova filosofia dell'uomo era anche una nuova filosofia della realtà oggettiva.
Ma perchè parlavi di un regno dei cieli? In fondo l'amore che predicavi era un amore che si concretizza sulla terra. Non c'era una contraddizione tra quello che predicavi e la prospettiva ultraterrena che offrivi come meta dopo la morte?
GESU': Mi hanno ucciso per molto meno.
Pensa se avessi portato alle estreme conseguenze il mio pensiero, cosa sarebbe successo. Ma in fondo non avevo nemmeno la possibilità di fare questo salto, le conoscenze scientifiche dell'uomo, in quell'epoca, erano ancora troppo limitate.
Come avrei potuto spiegare che la vita dell'uomo era vita naturale e che lo spirito stesso dell'uomo era il risultato dell'esperienza reale, e che ogni progresso nella conoscenza portava anche un progresso nella coscienza che l'uomo aveva di sè stesso e della realtà.
Era un discorso che solo oggi, con il progresso delle scienze e della comunicazione, si comincia a capire. Solo oggi si comincia a capire che lo spirito dell'uomo, con tutte le idee, i sentimenti, le ansie, deriva dalla coscienza della realtà fisica e non viceversa, non è la realtà che proviene da uno spirito assoluto, preesistente alla realtà ed all'uomo stesso, e quindi al di fuori della realtà, sovrannaturale.
PABLO: Dici che oggi si comincia a capire, ma intanto quasi tutta l'umanità ha ancora una concezione metafisica della realtà e di sè stessa.
Come è possibile che dopo tanti secoli ancora l'uomo non abbia compiuto questo passaggio culturale?
GESU': Perchè fino a quando l'uomo sarà convinto che la sua esistenza dipende da un'entità sovrannaturale ci sarà bisogno di qualcuno che spieghi come si deve interpretare la legge divina, la morale, le abitudini di vita, e questo qualcuno, che è stato chiamato Chiesa, Papa, Sacerdote, Imam, Guru, Lama o Mago per molti secoli ha tenuto saldo in mano il destino morale e politico degli uomini, fino a poco tempo addietro questo potere era tenuto nelle stesse mani dei papi, dei lama, o degli ayatollha.
Poi quando, nei paesi euro-americani, il potere politico e quello religioso si sono separati hanno trovato il modo di reggersi l'uno con l'altro, l'uno governando le cose materiali, l'economia e le istituzioni e l'altro la cultura e le coscenze, l'uno servendosi degli eserciti l'altro servendosi delle scuole.
Accumulando assieme ricchezza e potere, l'uno non permettendo di violare la proprietà privata, l'altro frenando lo sviluppo della scienza e vietando o sfigurando e denigrando lo studio di quei filosofi che avevano capito già da tempo che la realtà crea lo spirito e non viceversa.
Se avessero permesso che questa concezione filosofica si affermasse e diventasse cultura di massa gli eserciti e le chiese non sarebbero più esistiti perchè gli uomini poco per volta avrebbero capito che il loro destino e quello dei loro figli dipende solo dalle scelte di vita di ognuno degli abitanti di questa terra.
PABLO: Già, pensa quante cose sarebbero andate diversamente nella storia dell'uomo.
Niente guerre di religione, o per il possesso della terra, niente distruzione delle risorse naturale per soddisfare la sete di arricchimento e di potere di pochi a danno di tutta l'umanità e soprattutto nessuno più che nelle scuole possa decidere cosa è più intelligente leggere o cosa possono leggere i giovani senza diventare dei ìdeviatiì.
Ma forse siamo ancora in tempo a recuperare il nostro diritto ad essere dei "deviati" e magari questa devianza ci farà ritrovare la strada che porta a quell'amore che è l'unica legge che l'uomo deve e vuolo rispettare.
GESU': Forse. Ma non siate troppo ottimisti. Un altro grande pericolo è ormai alle porte e minaccia l'esistenza dell'umanità.
Oggi che il capitalismo ha vinto e la libertà di pensiero e di azione possono camminare più spedite sta per nascere un'altra grande Alleanza che potrà portare solo odio e guerra l'alleanza tra le grandi Ideologie Religiose del Mondo: Il Cattolicesimo, l'Islam e l'Ebbraismo.
Assieme possono diventare potenza politica e far precipitare il mondo in un nuovo Medio Evo.
PABLO: Come possono vincere nel 2.000 la superstizione ed il fanatismo?
GESU': Il pensiero illuminato dalla scienza è patrimonio di pochi, troppo pochi ancora nel mondo. Non c'è ragione che possa far cambiare idea a chi è in preda al fanatismo ed alla superstizione.
Basta avere fame o avere paura per non ragionare più e rifiutare la realtà accettando qualunque promessa che ci faccia sognare, anzi più è inverosimile e più è credibile.
Il duemila è una data scritta sul calendario occidentale, ma per tutto il resto del mondo il duemila è ancora lontano, molto lontano, tanto che si puù ancora fermarlo, anche in occidente.
CAPITOLO X
DIALOGO DI PABLO CON CHE GUEVARA
OVVERO: DISCORSO SULLA LIBERTA'
PABLO: Quando tutto sembra crollarmi addosso e credi che niente puù fermare i pezzi della mia vita che si sbriciola, quando tutto mi appare freddo ed i miei sogni non riescono più a farmi volare lontano con la fantasia, in quel momento, come per incanto, mi viene alla mente una canzone che mi commuove e mi fa sentire accanto un amico ed un compagno di sogni, una presenza cara e forte: <...de tu querida presencia, comandante Che Guevara...>. Hasta siempre la Victoria, Comandante Che Guevara.
La tua immagine fa ancora sognare e mi da la forza di credere che la libertà nessuna puù fermarla.
IL CHE: Libertà è la voglia di lottare che ti scoppia dentro quando senti che vogliono toglierti la speranza di vivere in una società in cui la solidarietà e la voglia di amare sono il senso stesso della vita. Quando senti che vogliono coprire il sole ed il verde della montagne con il fango della morte. Quando senti che vogliono fermare la tua voglia di correre, gettandoti addosso tonnellate di rifiuti e di melma o con la paura che il domani sia peggiore dell'oggi.
Quando ti senti un'inutile rotellina di un immenso ingranaggio, allora capisci che la tua libertà non puù che essere la libertà di tutti.
PABLO: Oggi sembra che la libertà non interessi più a nessuno. Ogni persona oggi vuole solo soldi e benessere ed è disposta a sacrificare la libertà di tutti per avere in cambio il benessere solo per sè stessa. Gli altri non contano niente, conta solo l'egoismo. Se a te le cose vanno bene gli altri possono anche morire di fame.
IL CHE: La voglia di soldi e di benessere potrebbe essere la stessa voglia di libertà, ma questa è un'illusione perchè non c'è benessere nè libertà se non c'è pace e solidarietà, se non c'è amore.
Un uomo ricco e pieno di rabbia è l'uomo più schiavo che esiste al mondo. Ma un uomo povero è schiavo due volte, non ci facciamo illusioni.
La libertà, il benessere e la solidarietà non possono essere separati.
Se le tue mani stringono un fascio di banconote e sei solo dentro di te c'è solo angoscia e paura, ma se le tue mani stringono le mani dei tuoi compagni il loro calore ti da una forza straordinaria. La forza di cambiare il mondo e di avere un posto tuo in quel mondo nuovo.
PABLO: Ti ho visto correre sulle montagne della Bolivia, sempre da solo, sempre sfidando te stesso e la morte che ti inseguiva. Cosa ti dava la forza di correre e lottare?
IL CHE: Se non lo provi non puoi capirlo. Il vento che ti soffia in faccia, il profumo della resina, una donna che ami, un amico che ami, i compagni che ami, le tue idee che ami... Amore è forse il nome della magia che vivo in ogni istante ed in qualunque luogo.
PABLO: Quest'amore non sei riuscito a contenerlo, a limitarlo dentro i confini di un paese, tra la gente di un popolo, sei partito e dovunque hai potuto hai lottato per la tua idea, ed il tuo volto è rimasto scolpito negli occhi di gente tanto diversa quanto unita da quella voglia di vivere senza confini e senza padroni che tu portavi scolpita negli occhi.
IL CHE: Se avessi potuto sarei esploso come una granata e ogni pezzo del mio corpo lo avrei lanciato in ogni parte del mondo, perchè solo questo ho desiderato più di ogni altra cosa in tutta la mia vita, darmi agli altri, fargli sentire che li amavo, entrare dentro ognuno di loro e respirare dalle loro labbra l'aria di vita e di libertà, respirare il loro profumo ed i profumi che ognuno di loro respira.
PABLO: Mentre parli vedo i tuoi occhi accendersi dell'ebrezza della felicità: sono come fluorescenti di mille scintille luminose, accesi dalla fiamma di una fede cieca nella causa della verità, della giustizia, della libertà.
Leggo nelle tue pupille scure l'intensità, la passione infinita del messaggio d'amore, d'un sentimento immenso che valica confini e nazionalità.
Le tue braccia pesanti, le tue gambe spezzate dalla corsa verso un mondo pulito da ingiustizie, brutalità e limitazioni sempre si nutrono della linfa sprigionata dalla tua forza di volontà che cancella ogni traccia di fatica.
La lotta contro il male è il tuo strumento per costruire una volontà ferrea di cui ti servi per andare avanti nella vita.
IL CHE: Ho attraversato praterie interminabili, scalato montagne sempre più elevate, mi sono addentrato in foreste inaccessibili accompagnato solamente dal mio fedele Ronzinante, ho dormito all'addiaccio nel gelo delle notti invernali, con l'invincibile sensazione di dover compiere un dovere sacro: contribuire con i miei sforzi alla lotta per la libertà di tutti i popoli del mondo dalle ingiustizie, perchè ogni soppruso compiuto contro un uomo in qualunque parte del mondo si trovi è una freccia rovente che spacca il mio cuore, è un tamburo che percuote la mia mente e mi scatena dentro un dolore infinito.
Quella magia di cui ti parlavo prima mi pulsa nelle vene come parte del mio sangue, invade il mio corpo come fosse una molecola delle mie cellule, vitale, di cui non posso fare a meno.
L'amore per tutto ciù che è vita e che contribuisce alla vita mi ha portato per mano mentre attraversavo l'Argentina, il Cile, il Venezuela, il Perù, mi sosteneva quando avevo fame, quando toccavo con mano la miseria della gente, quanto cercavo disperatamente di mettere in pratica la mia arte medica per aiutare quanti lottavano con malattie e povertà.
Era la luce che illuminava la mia strada.
PABLO: La tua vita, le tue idee la tua fantasia ha fatto sognare tanti giovani; il tuo volto, i tuoi lunghi capelli neri sparsi al vento sono l'immagine di tanti ragazzi che oggi come un tempo, vorrebbero spezzare le catene che soffocano i loro polmoni e respirare profondamente una boccata d'aria pura, leggera, libera da ogni traccia di fumo.
Ho visto giorni addietro Roma colorata di rosso, e in mezzo al quel cielo infuocato dominare, forte e decisa, la tua immagine: il vento la accarezzava ed essa si lasciava sfiorare con infinita dolcezza trasmettendoci facilmente la tua estrema ed irriducibile forza d'azione.
Come puoi, in un mondo ormai dominato dalla ricchezza, dalla bramosia di successo, dal mito del più forte, avvolgerci in un abbraccio così caloroso?
IL CHE: Ricordi quella notte in cui insieme riposavamo nei boschi delle montagne di Vallegrande, dividendo, sorso dopo sorso, quella bottiglia di buon vino rosso.
Il fuoco rischiarava il fiume, e quei due piccoli pezzi di legno galleggiando, misteriosamente si attraevano. E senza la tua abilità non sarei sicuramente riuscito a liberare quella volpe dalla trappola straziante.
Il tepore di quei momenti condivisi, delle speranze, dei timori vissuti mentre armeggiavamo insieme intorno a quella debole vita in pericolo, mi riempie ancora il cuore di felicità.
E il viaggio che seguì alla volta di Cuba, quei lunghissimi 27 giorni costellati di avventure! Ti osservavo affrontare le cose. Difficoltà dopo difficoltà rimanevi tranquillo, sprezzante del pericolo: amico straordinario, valoroso, ti porgevi alle imprese più impossibili con la serenità e la padronanza di chi sa, a priori, di poterle risolvere. Odiavi le titubanze, schernivi le lamentele: nessun dubbio scalfiva la tua fede nella lotta.
Non attendevi vanamente che concorressero tutte le condizioni necessarie per sciogliere i nodi delle nostre funi.
Iniziavi comunque la marcia: lungo il cammino avremmo certamente trovato quanto serviva al nostro lavoro.
PABLO: Ho imparato che la forza delle nostre azioni proviene dalle nostre singole volontà, dal coraggio che riusciamo ad avere con noi stessi e con gli altri, dalla fiducia che riponiamo nel risultato, nel successo; ho imparato che tutto ciù che ci circonda, dai piccoli oggetti alle più grandi conquiste, è frutto delle nostre scelte, della nostra determinazione.
Ciascuno di noi è un granello indispensabile nell'immensa spiaggia delle possibilità: un granello che tende la mano ad un suo simile e, attraverso uno scambio di forze, costruisce il mosaico della vittoria.
IL CHE: Leggo nel tuo volto un pensiero luminoso da guerrigliero: come un condottiero sei sempre pronto a rischiare la vita per dimostrare ciù che ritieni sia la tua verità. Nulla blocca la tua voglia di vita, di libertà.
E' questo l'amore che ti conduce lungo il cammino del mondo: non ti importa dimostrare agli altri il tuo valore di uomo; quel che è veramente eterno è il valore del tuo esempio. E sai bene che se riuscirai a far giungere agli altri il tuo disperato desiderio di giustizia, di verità, di libertà, allora potrai veramente dire di avere raggiunto la meta.
PABLO: Il tuo sguardo si perde ancora in orizzonti lontani: eppure c'è in te qualcosa che riesce a sciogliere il gelo dell'indifferenza, della rassegnazione, che rischiara la notte dell'oppressione con la brillante luce della lotta per il trionfo della pace, della serenità.
IL CHE: Sono i fili colorati del tappeto volante su cui siedono tutti quelli che vivono d'amore, per l'amore, con l'amore, che stringono idealmente la mano di tantissimi altri uomini, che vedono con gli occhi del fratello messicano, respirano con i polmoni dell'americano, ascoltano come ascolterebbe un giapponese: tutti insieme ci nutriamo dello stesso cibo: la vita, la lotta per una vita che sia veramente la nostra.
Non è il mio nome che trasmette forza: è il messaggio che tu, io e tutti i combattenti del mondo mantengono vivo con le loro imprese. E' un messaggio continuamente attuale perchè sempre presente, è lo spirito di lotta.
Non riusciranno mai a fermare questo vento di libertà perchè esso è fatto del soffio di chi ogni giorno vive, ama e crede nel vento.
CAPITOLO XI
Dialogo di Pablo con Don Chisciotte
OVVERO: DISCORSO SUL SOGNO CHE VINCE LA REALTA'
Da dietro il muro a secco di pietre e mota si sentivano le note ritmate ed armoniose di chitarre e charangos.
Quando la macchina del tempo mi sintonizzò nella sua dimensione lo vidi così: seduto con la schiena appoggiata al muro di pietre, gli occhi socchiusi, sotto l'ombra di un mandorlo fiorito, ai margini di un pueblo spagnolo.
Era esattamente come lo immaginavo, come lo aveva descritto il suo creatore. Alto, magrissimo, baffi lunghissimi e attorcigliati. Seduto sotto la scarsa ombra del mandorlo in un pomeriggio infuocato, a pochi chilometri da Gadalajara.
Le prime cose che mi colpirono di lui furono l'elmo che teneva in testa e quella corazza di ferro sul petto. Come poteva stare dentro quel forno di ferro con il caldo incredibile che c'era? e quale poteva essere il pericolo tanto imminente da obbligarlo a quel sacrificio?
Pablo: - Ola, hidalgo. E' la musica dei charango che vi porta nelle braccia di Morfeo e nella fantasia del sogno.
Don Chisciotte: - A giudicare da quel che vedo, il sogno si è parato in piedi davanti ai miei occhi. Chi siete voi e da quale paese venite col vostro vestito straniero?
Pablo: - Non crederete alle mie parole.... eppure vi dirò la verità. Viaggio nel tempo per mezzo della mia televisione interattiva...
Don Chisciotte: - Non conosco televisioni... Ma perchè non dovrei credervi? Io lo faccio da molti secoli ormai, ed ho imparato, guardandolo da dentro il sogno, a conoscere il mondo e non a fare il contrario, cioè guardare il sogno con gli occhi del mondo.
Pablo: - Ecco che spunta la vostra strana teoria. Vorreste forse dire che non c'è differenza tra la realtà ed il sogno?
Don Chisciotte: - Certo che esiste differenza. Il mondo è tale solo visto con gli occhi del mondo. Lo sguardo sta fermo alla superficie delle cose e dei fatti. Il sogno si muove e muove le cose e le azioni, agisce da dentro la realtà e la cambia. La rende magnifica oppure tremenda. Mai insignificante.
Pablo: - C'è di vero invece che il sogno travisa la realtà, fino a farci illudere di cose che non dovremmo considerare affatto.
Don Chisciotte: - Non dovremmo illuderci? E perchè mai? Chi vi dice che la realtà non sia una grande illusione? Un sogno, appunto.
Pablo: - Ma noi nella realtà viviamo, ci muoviamo, agiamo. Non siamo immobili come quando sogniamo.
Don Chisciotte: - E' qui che si sbaglia amico mio! Solo chi sogna si muove. Chi guarda la realtà solo con gli occhi del mondo, tutt'al più può camminare, ma certo non si muove.
Pablo: - Ma insomma, signore voi mi state confondendo! Sono io che vengo, con un artificio mirabolante, nel vostro mondo e mi trovo io stesso ad essere in una dimensione surreale, non vorrete spiegare a me quale è la differenza tra sogno e realtà! So ben io in quali straordinari viaggi nello spazio stellare si avventura ormai l'uomo, nel mio tempo. Cose che solo ai miei tempi si riesce a pensare e che se solo le aveste raccontate ai vostri tempi vi avrebbero preso per pazzo.
Don Chisciotte: - Dovrò allora presentarvi il mio amico Icaro, ed altri amici come Esiodo o Antioro da Samostrata ed un certo inventore di nome Leonardo, fiorentino di Vinci... Ma perchè mai insistete?!
Voi viaggiate con tutto il vostro armamentario di strumenti incredibili e non riuscite a capire la cosa più importante, la forza che spinge la vostra carrozza televisiva, non sta in quei marchingegni incredibili che avete mostrato, ma sta dentro la vostra mente, ciò che voi chiamate realtà altro non è che la vostra fantasia che si muove più veloce dei vostri piedi e dei vostri occhi.
Pablo: - Sì, d'accordo. La fantasia mi spinge a viaggiare, ma le cose che si conoscono viaggiando sono reali. Non sono sogni come i vostri. Voi che scambiaste dei mulini a vento per dei giganti e gli deste l'assalto...
Don Chisciotte: - A parte il fatto che ERANO GIGANTI E NON MULINI!... ma vi sembra realtà quella che vedete davanti a voi? Guardate... appoggiato a quel fiore di mandorlo. Vi sembra realtà quel battito d'ali colorate così delicato e fragile da apparire evanescente?!...
Pablo:- Ma è solo una farfalla! Splendida, colorata, ma solo una reale farfalla. Dove è il sogno?
Don Chisciotte: - Povero amico mio... forse che le farfalle parlano? Eppure non sentite quello che questa creatura del sogno vi sta dicendo?....
Pablo:- No. Non sento alcuna voce! Deve essere un'altra vostra allucinazione!...
Don Chisciotte: - Sì, è vero è un mia allucinazione... ma le mie farfalle parlano ed i miei mulini camminano e combattono; ed io non possiedo nessuna televisione e nessun marchingegno del futuro, eppure mi pare di riuscire a viaggiare molto più lontano e più a lungo di voi. Questo è il mondo che voglio, non rovinatemelo con la vostra realtà. Andate via. Ora che il caldo mi vince sono disposto a lasciarvi andare con i vostri piedi, ma se aspettate di più vi aiuterò a partire prestandovi i miei... e senza togliermi gli stivali!
Pablo: - Quali stivali, se non ne portate? Se siete scalzo e con i calli ben in vista....
Don Chisciotte: - Andate via! Anche i calli diventano buoni stivali per prendervi a calci!!!
INDICE
- Dialogo I: VOLTAIRE
ovvero: discorso sulla morale e l'eguaglianza pag. 2
- Dialogo II: SIGMUND FREUD
ovvero: discorso sull'erotismo " 4
- Dialogo III: PETER PAN
ovvero: discorso sulla fantasia " 16
- Dialogo IV: SOCRATE
ovvero: discorso sulla giustizia " 25
- Dialogo V: VLADIMIR MAJAKOVSKIJ
ovvero: discorso sulla rivoluzione " 41
- Dialogo VI: MARCO POLO
ovvero: discorso sulla diversità culturale " 47
- Dialogo VII: CHARLES BUKOWSKI
ovvero: discorso sulla solitudine " 53
- Dialogo VIII: PAPERINO
ovvero: discorso sulla testardaggine, pigrizia
ed improvvisazione " 58
- Dialogo IX: GESU'
ovvero: discorso sulla speranza " 62
- Dialogo X: CHE GUEVARA
ovvero: discorso sulla liberta' " 69
Dialogo XI: Don Chisciotte
ovvero: discorso sul sogno che vince la realta' (aggiunto fuori testo)