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SOCIETà

Noi personaggi e autori

(tratto da "E' un mondo complesso - analisi bioantropologica dell'Occidente"

(Pino Rotta, Citta del Sole Edizioni, 2001)

di Pino Rotta

 

 

(cliccando sul titolo del libro o sulla copertina scaricate gratis il testo completo in pdf)

 

L'irrazionalità sembra il dato prevalente dei fenomeni sociali che ogni giorno ci "informano", tramite il monolitico arcipelago dei mezzi di comunicazione di massa, dell'imminente fine di un segmento di storia. La fine di un Millennio che precede l'inizio di un un Nuovo Millennio: il Terzo Millennio, appunto. 
Certo forse non è compito delle televisioni e dei giornali spiegarci cos'è, nella realtà fisica e psicologica di ognuno di noi, la storia ed il tempo, questo è compito da filosofi o da psicoanalisti, ma ci pare che l'osservazione, attraverso l'occhio mediatico di questo precipitare verso la fine di un tempo (del tempo?), produca comunque effetti angoscianti, con i suoi spettacoli di violenza, di morte, di inutilità di ogni atto individuale che possa avere uno scopo trascendente la temporalità storica della nostra esistenza individuale. 
Spesso si punta il dito inquisitore sulla scienza e sulla tecnologia che ha prodotto un mondo disumano, in cui le macchine con la loro capacità di trasformare in maniera globale e veloce la realtà sembrano diventate le protagoniste "aliene" della realtà. Macchine complesse che producono e trasformano realtà sempre più complessa. Tanto da farla apparire come falsa, vuota, insensata, "virtuale".
La scienza e la conoscenza sono diventate materie esoteriche, accessibili solo agli "iniziati". La massa della gente comune non può capire e quindi va "controllata", "indirizzata", "guidata", ma lo stesso a sentirsi padrona del proprio destino e a dare un senso alla propria soggettività. Annaspa nella spiegazione sintetica della realtà, cerca di reinventarla con forme spettacolari di rappresentazione virtuale, armata solo di un corpo che ingombra e da categorie di pensiero rigide, insufficienti a spiegare il senso della propria realtà individuale. 
Ma la storia non è un segmento ed il tempo non ha un inizio ed una fine. Ed il bisogno di identità soggettiva non si risolve con la partecipazione a momenti o a rappresentazioni parziali della realtà. Poichè la realtà ha per noi un valore esistenziale è necessario entrare nella sua complessità, essere partecipi coscientemente della complessità e delle forme in cui essa si manifesta e ci manifesta. E' messo in discussione il concetto stesso di realtà ed il significato che noi diamo a questo termine. La realtà fisica, mentale e psicologica. 
Nella società dell'immagine vengono usati termini propri di un linguaggio "teatrale" per esprimere azioni ed immagini che muovono una gamma infinita di stati emotivi, dalla rabbia, al disgusto, allo stupore, all'erotismo ecc..., il punto è che per descrivere la nostra realtà esistenziale, è veramente appropriato, usare termini di rappresentazione, come se ognuno di noi fosse un personaggio con una parte da recitare. 
Rappresentazione della "nostra" realtà, quella biologica e quella culturale. 
Ma è una rappresentazione in cui noi entriamo ed usciamo dal personaggio, o forse è meglio dire che non usciamo e non entriamo quasi mai completamente da "un solo" personaggio; contestualmente, infatti, in ogni momento della nostra esistenza, vestiamo parti di più personaggi, in una continua risoluzione e dissolvenza, come si vede in alcune scene cinematografiche, e la scena è l'ambiente in termini fisici e culturali. 
Per fare questo noi costruiamo un modello di personaggio utilizzando gli elementi per così dire archiviati nella nostra esperienza, come se dovessimo costruire un puzzle; solo che questo pazzle ha i contorni sfumati e cambia forma ad ogni aggiunta dei pezzi della nostra esperienza. Siamo cioè continuamente proiettati da un'esperienza all'altra, senza che vi sia mai un punto di inizio ed un punto di arrivo determinati nel tempo e nello spazio. 
Realtà, rappresentazione e modelli esistenziali interni all'ambiente antropologico, ed il cui prodotto siamo noi con la nostra identità presente, l'unica che realtà esitente, al di fuori della memoria e del progetto. 
Questione che ci investe necessariamente del problema esistenziale. 
"...Lo spazio dopo il tempo è solo lo spazio dell'uomo. Non ci saranno morali extra antropologiche in grado di modificare questo. La frantumazione dell'individuo ha dato origine a un universo variopinto ricco di sfaccettature e di valori non assegnabili in modo definitivo. ..." (vedi: Luigi CAMINITI, Lo spazio dopo il tempo, Helios Magazine nr. 3/97). 
Da secoli filosofi e scienziati tentano di definire la realtà. 
Qui accenniamo appena ad un'analisi che sarebbe troppo lungo sviluppare, e diremo che per definire la realtà è bene rifarsi al suo concetto. 
Possedere il concetto di realtà vuol dire possedere la capacità di riconoscere il significato degli enunciati propri della realtà, senza che anche l'abbandono di uno o più di questi enunciati ce ne faccia sentire un'attribuzione arbitraria di significato. 
Definendo il concetto secondo la teoria linguistica di Wittengstein, che porta l'esempio di una fune composta da più fili ognuno dei quali non raggiunge la lunghezza della fune (L. WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, 1953, Ed. it. Einaudi 1983), teoria che ci sembra meglio sviluppata con il "concetto ad agglomerato" usato da Hilary Putnam (H. PUTNAM, Mente, Linguaggio e Realtà, p.73, Ed. Adelphi, 1987), allora la realtà è definibile come un agglomerato di leggi, ognuna delle quali le da una connotazione particolare che non la definisce complessivamente, ma concorre complessivamente ad identificarla; la rappresentazione quindi manifesta un'identità che può essere semplice o complessa a seconda che si tratti di identità di specie o di soggetto. Ad esempio, è reale tutto ciò che tangibile, visibile, corporeo, immaginabile, descrivibile, ecc., ma non solo....è reale tutto ciò che, senza elementi di contraddizione, noi sentiamo come reale. 
Analogamente parliamo di "oggetti della realtà", anche questi identificabili secondo il concetto di agglomerato di leggi. Così esistono gli uccelli, come "oggetti tangibili", e per ognuno di noi che ne abbia visto uno, di un qualunque genere almeno una volta, non sarà più un problema riconoscere anche un genere nuovo, poiché avremo appreso che il concetto di uccello (è piumato, sa volare, fa le uova, ecc...) contiene un agglomerato di leggi che ne identificano le proprietà. E' così anche per l'uomo. 
Accanto agli oggetti tangibili esistono anche quelli non tangibili, e tra questi gli oggetti mentali. L'insieme dell'esperienza di questi oggetti e dei concetti agglomerato delle loro particolari identità ci fornisce il concetto di realtà, che inerendo allo spazio ed al tempo "manifesta" l'esistenza. 
Definita in questi termini la realtà introduce una delle funzioni psichiche fondamentali dell'uomo, prima ancora che della macchina: la Realtà Virtuale. 
Il concetto convenzionale di realtà virtuale ci rimanda ad un processo di simulazione della realtà percepita sensorialmente. 
Esempio: le immagini televisive che mostrano un leone che uccide la sua preda. 
Abbiamo un supporto ambientale (televisore), che proietta le immagini (input visivi e sonori) che arrivano ad un terminale (il nostro cervello) che, con un processo di elaborazione spazio-temporale delle nostre pregresse esperienze (e forse, a nostro avviso, anche di quelle elaborate proprio nel momento dell'elaborazione) porta al livello di coscienza quella realtà. 
Nel caso in esempio, quale è la realtà? E soprattutto quando per noi è realtà? 
Forse nella savana? No, questo è il luogo dove è stata filmata la caccia del leone, non il luogo dove noi stiamo assistendo al film. 
E' allora la trasmissione televisiva? Neanche questa, poiché in essa viene riprodotto ciò che precedentemente era stato catturato da un supporto magnetico. 
Allora è il processo cerebrale? Neanche quella, poiché nel cervello avviene più o meno lo stesso processo della trasmissione televisiva, e niente altro. Noi non facciamo parte dell'azione, ed il fatto di non potere intervenire nell'azione ci porta ad essere solo telespettatori (cioè terminale). 
Ma se aggiungiamo una nostra capacità interattiva con quello che vediamo sul teleschermo? 
In questo caso avremo, ancora fino a questo punto, solo una situazione in cui esiste la "possibilità di realtà" cioè una possibilità di realtà virtuale, affinchè questa possibilità diventi effettivamente realtà sarà necessaria la nostra azione fisica, ad esempio avere in mano un telecomando con cui decidere se schiacciare o no un pulsante per fermare la mascella del leone. 
Ecco questa è una situazione di realtà virtuale, eppure, per quanto ci si possa compenetrare nell'azione, difficilmente si avrà la coscienza di partecipare realmente alla caccia del leone ed alla morte (o alla salvezza) della gazella. 
La realtà virtuale, almeno fino allo stato attuale delle nostre capacità tecnologiche, sarà comunque solo una simulazione, una simulazione di cui noi avremo coscienza. 
Ma nel momento in cui avviene la simulazione della realtà virtuale cos'è che ci fa avere coscienza che per noi quella non è la realtà "vera"?
E' il fatto che la nostra esistenza non è una rappresentazione mentale o un dato di coscienza trascendentale che ci viene da chissà dove, ma consiste nel nostro "essere al mondo" mente, corpo e psiche nello stesso tempo. Inscindibilmente nello stesso tempo. 
E' la coscienza che il nostro corpo invia alla mente di un momento presente legato alla memoria e che ci proietta nel momento futuro. E questo processo non può prescindere dall'ambiente esterno che invia messaggi, dalla mente che li elabora e li fa diventare pensieri e dal nostro corpo che, oltre ad essere ricettore e trasmettitore di input è anche "presenza di coscienza" di questo nostro essere al mondo qui ed ora. 
La realtà virtuale, costruita dal computer o dal nostro cervello, staccata dalla nostra fisicità quindi non esiste. Ma collegata alla nostra fisicità ha una funzione fondamentale. 
Tutto quello che abbiamo prima descritto in rapporto ad un filmato televisivo è sostanzialmente quello che continuamente il nostro cervello fa nell'elaborare il pensiero. 
Davanti ad una situazione a cui dobbiamo rispondere noi elaboriamo una strategia di risposta. 
Questa strategia, oltre al fatto di essere legata all'elaborazione a livello cerebrale, non può prescindere dalla coscienza complessiva fisico-psichico-mentale del nostro essere al mondo. 
Quando questo meccanismo si inceppa si manifestano comportamenti alienati, sintomo di un'incapacità di elaborare una propria identità reale vissuta nel tempo e nello spazio con intenzionalità e presenza di coscienza. 
Quindi la capacità di creare realtà virtuali a livello mentale è sempre presente in noi, ed ha una funzione dialettica con l'ambiente esterno che ci consente di conoscere il mondo e di proiettarci in esso con intenzionalità, in una dimensione esistenziale che ci fa cogliere la nostra appartenenza ad un sistema biologico e culturale che ci struttura e si struttura attraverso la nostra azione, un sistema aperto e continuamente mutevole, determinato biologicamente e culturalmente, ma non univocamente e rigidamente. 
Per chiudere, una frase di Merleau-Ponty: "Io non mi conosco se non nella mia inerenza al tempo e al mondo, cioè nell'ambiguità." (Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Il Saggiatore, Milano, 1965). 

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