Recensioni e segnalazioni letterarie e cinematografiche

a cura di Gianni Ferrara


Antonietta Alessi

Poesie

Col passare del tempo trovo sempre maggiori difficoltà a recensire testi poetici, soprattutto quando gli autori non scrivono per il pubblico ma solo per rispondere ad un loro intimissimo richiamo. La poesia è tra le espressioni artistiche quella più emotivamente personale e per questo si pone al di sopra dei comuni criteri di giudizi estetici o stilistici. Una poesia per poter essere giudicata "riuscita" deve riproporre al lettore lo stesso stato emozionale che ha spinto l’autore a comporla. Quello di Antonietta Alessi è un poetare volutamente semplice, privo di quella eccessiva ricercatezza stilistica che porta alla perdita della spontaneità. Lo sguardo di un bambino, un fiore o il miagolio di un gatto diventano il centro del suo mondo creativo, la tela su cui ricamare i propri sentimenti, e la poesia a quel punto diventa l’unico modo per fermare il veloce fluire dei pensieri e delle emozioni. Antonietta Alessi nei suoi versi restituisce valore alla comunicazione diretta, alla volontà di riportare l’arte poetica ad essere condivisione del comune sentire e non un incomprensibile rituale da sperimentatori linguistici.

 

Occhi

Occhi arrossati

Per fiumi di lacrime versati

Occhi terrorizzati

Di fronte a distruzione

E corpi dilaniati

Occhi spalancati

Per le atrocità subite

Occhi spenti

A un domani che li ha rifiutati

Occhi grandi occhi

Per visi piccoli e scavati

Occhi

Di tanti bambini sfortunati

Ricordi

Ricordi di un tempo lontano quando ero un tenero

E timido fiore in un immenso prato pieno di sole e calore

Un giorno una mano delicata mi raccolse, mi portò con se

E con amore mi trapiantò in un modesto vaso.

Non rimasi per troppo tempo solo

Ben presto, al fianco di quel timido fiore, spuntarono due meravigliosi boccioli

Passa il tempo è felice quel fiore, ma ha tanta nostalgia

Di quel prato dove ha visto per la prima volta il sole.

Vorrei

Vorrei vivere con te

Nutrirmi con i tuoi baci

Respirare con il tuo respiro

Ascoltare i battiti del tuo cuore

Ed il suono della tua voce che come una musica mi stordisce,

Rispecchiarmi nel mare limpido dei tuoi occhi,

inebriarmi con il tuo profumo,

addormentarmi fra le tue braccia e sognare di te

per poi risvegliarmi e ricominciare.

Antonietta Alessi


Fabio Calabrò

Tiro con l’arco

 

Ci sono sport ingiustamente considerati minori solo perché non muovono grosse somme di denaro, come accade per il calcio, dove le squadre vengono quotate in borsa e i giocatori percepiscono compensi da capogiro. Tra questi sport così trascurati dai mass media e dalle istituzioni il tiro con l’arco è tra quelli che meriterebbero una maggiore attenzione, per gli aspetti anche filosofici che contiene questa nobilissima disciplina. Fabio Calabrò, nel suo articolo, ci porta a conoscere più da vicino questo sport dove la tranquillità dello spirito è indispensabile e dove la ripetizione quasi ossessiva degli stessi movimenti è la dura regola per giungere allo "scocco perfetto". Il fine di un arciere è fare più centri possibili, come per un giocatore è quello di segnare più goal, ma il primo per giungere alla propria meta deve raggiungere un equilibrio interiore che purtroppo non sempre i pagatissimi calciatori dimostrano di avere. All’inizio, quando ho pensato di realizzare un articolo sul tiro con l’arco, mi era stato suggerito di fare una descrizione dei vari tipi di arco, delle gare, della tecnica, ma poi ho pensato di provare a descrivere la competizione agonistica dall’altro lato, dalla parte dell’arciere, di quel che prova, in pratica del perché fa tiro con l’arco. Ovviamente parliamo di atleti di buon livello ma che praticano il tiro con l’arco per divertimento e passione. Iniziamo dall’allenamento, 11 mesi l’anno a tirare frecce appena possibile, una ricerca continua del miglior gesto tecnico da portare in gara. E poi c’è la competizione: la mattina della gara la sveglia ci butta giù dal letto spesso prima dell’alba perché c’è tanta strada da compiere, ci si prepara, si dà l’ultima occhiata all’attrezzatura e si parte. In macchina si chiacchiera del più e del meno fino a quando lo vedi: il campo di gara con tutti i paglioni allineati, la linea di tiro, le bandierine che ti indicano la direzione del vento. E tu incominci ad entrare in gara, apri la valigetta e inizi a montare l’arco, un rito che si ripete sempre uguale, l’impugnatura, i flettenti, la corda, il mirino, la stabilizzazione, la regolazione del mirino, la faretra, il paradito, le frecce. Poi, vai sulla linea di tiro e pensi: “90 metri, ma quanto è lontano il bersaglio e quanto è piccolo il centro”, e lo pensi sempre, anche dopo la centesima gara il bersaglio è sempre troppo lontano e il centro è sempre troppo piccolo. Intanto iniziano i saluti, perché l’arceria crea una piccola comunità, ci si incontra sui campi di gara, si passa un’intera giornata insieme, si scherza, si litiga, si creano amicizie, a volte ci si incontrerà anche fuori da un campo di gara. Ad un certo punto l’armonia viene rotta da una serie di fischi che ti fanno balzare il cuore e l’arbitro che dice “cinque minuti inizio tiri”. Poi due fischi, il segnale di portarsi sulla linea di tiro, qualche secondo ancora ed eccolo, il segnale: un fischio che ti dice che puoi tirare, ma anche che hai 240 secondi per tirare 6 frecce (o 120 per tre, dipende dal tipo di gara e dalla distanza). La prima volee (la serie di frecce) scorre tranquilla, è quella di prova, serve a prendere confidenza con la gara e effettuare gli ultimi aggiustamenti del mirino. Si vanno a raccogliere le frecce, ci si scambia qualche battuta, e si torna indietro. Due fischi, si va sulla linea di tiro. Un fischio, si mette la freccia sul poggiafreccia, si incocca sulla corda, si guarda il bersaglio ed eccola, la scarica di adrenalina, senti il tuo cuore che batte e sai che è troppo rapido. Appoggi la mano sull’impugnatura, afferri la corda, tendi leggermente, guardi il bersaglio, alzi l’arco, miri, prendi l’ultimo respiro e insieme tendi l’arco, cerchi i contatti della corda sul viso, e della mano sotto il mento, miri (ma perché il braccio dell’arco trema?), sganci. Mantieni la posizione e vedi la freccia alzarsi in volo e poi, alla fine colpire il bersaglio e tu che pensi “almeno è dentro”. Tiri le altre frecce, fino all’ultima, quella che devi essere tu a tirare, con il cuore, perché senti lo sforzo di quelle che hai già tirato e i secondi che scorrono inesorabili e non puoi più perdere tempo, alzi l’arco, tendi, miri, sganci; poi vai a raccoglierle e segnare i punti, ricominci. Ma intanto è iniziata un’altra gara, quella vera, quella con se stessi, perché nel tiro con l’arco non ci sono avversari da battere, non devi fare un goal, non è una maratona dove vedi chi ti sta davanti e chi ti sta dietro e puoi regolare il passo. Nel tiro con l’arco esiste solo la freccia che devi tirare e solo quella, non ti serve sapere chi ha più punti di te e chi meno devi solo tirare la tua freccia. Ed allora ricominci, ti rilassi, incocchi la freccia, appoggi la mano sull’impugnatura (perché l’arco non va stretto), stringi le dita sulla corda, fai una leggera trazione a cercare la giusta posizione delle mani sull’arco e sulla corda, guardi il bersaglio, alzi l’arco, fai un ultimo respiro e con questo tendi l’arco, cerchi i contatti sul viso e sul corpo, miri, e lasci andare la freccia. La sequenza che ogni arciere compie migliaia di volte, dall’allenamento alla gara. Ma durante la gara ti concentri sempre più su te stesso, freccia dopo freccia, il mondo intorno a te non ti turba più, sei solo con il tuo arco e la tua freccia, la mano dell’arco, la mano della corda, l’ancoraggio, lo sgancio, questo momento in cui si passa in un istante dallo sforzo massimo ad un rilassamento improvviso, quasi senza volontà. Un automatismo cercato nelle lunghe sedute d’allenamento che trova la sua massima espressione nella concentrazione della gara, una simbiosi stupenda tra l’uomo è il suo arco, un muoversi insieme in perfetta armonia. Ed infine «eccola», la freccia perfetta: alzi l’arco ed è come le altre volte, tendi, miri, lasci andare la freccia e a quel punto ti rendi conto che non è come le altre volte, l’arco “si” è teso, la freccia “si” è tirata, un perfetto incontro tra tiro agonistico e pensiero Zen. Non hai bisogno di guardare la freccia perché è la, non potrebbe essere in nessun altro posto. Tutte le sensazioni che hai avuto, il vuoto mentale assoluto che nulla avrebbe potuto turbare, la fluidità del gesto, le dita che lasciano andare la corda senza volontà, la mano dell’arco perfettamente rilassata e l’arco che scivola via senza scosse, trattenuto solo dalle dita rilassate anch’esse. Il suono dell’arco, uno schiocco secco, i muscoli che si rilassano, la freccia che parte limpida e si alza in volo per concludere la sua parabola sul centro perfetto. Alla fine dopo una gara che dura dalle 3 alle 8-9 ore, dipende dal tipo di gara, si arriva all’ultima volee, quella dove senti tutta la fatica fisica e mentale di tutta la gara. Perché quando pensi che sei arrivato all’ultima serie sei mentalmente già sulla strada di casa ed invece no, devi tirare ancora le tue ultime frecce, ed allora di nuovo la sequenza ed i tiri, fino all’ultima freccia, quella dove devi mettere il cuore, quella più dura. È fatta, la gara è finita, si smontano gli archi, ci si rilassa soddisfatti, si chiacchiera liberamente senza più le interruzioni della gara, si aspettano le classifiche, premiazione e poi a casa, in attesa di ricominciare tutto. Questo è il tiro con l’arco.

 Fabio Calabrò Istruttore di tiro con l’arco degli “ARCIERI CATANIA”, Insegna Tiro con l’arco e tecniche di rilassamento e meditazione presso in Canoa Kayak Club di Reggio Calabria.

 


Gilbert Paraschiva

Il ricordo di una grande attrice

ANNA MAGNANI AVREBBE COMPIUTO CENT’ ANNI!

 

Mi piace ricordare anch’io, come hanno fatti tanti giornali e tante trasmissioni televisive che l’attrice più amata del Cinema Italiano, Anna Magnani, quest’anno (il 7 Marzo per l’esattezza) avrebbe compiuto cent’anni!  Annaré va ricordata, oltre che per le varie pellicole cinematografiche anche per l’interpretazioni di tante belle canzoni come “’O surdato ‘nnamurato”, “Arrivederci Roma” e gli stornelli del film “Mamma Roma”.

La stessa, a differenza di quanti la credono romana…de’ Roma, invece, così come il poeta Giuseppe Ungaretti ed il sottoscritto era nata ad Alessandria d’Egitto, proprio lo stesso anno in cui nacque mia madre (1908), la pianista Severina Di Bella.

Non starò qui, in questo mio modesto ricordo, a ricordare tutti i film da lei girati dalla Magnani ma, tutt’al più, le canzoni da lei cantate che vanno da “Canta se la vuoi cantar” dal film “Abbasso la ricchezza” del 1947 a “’O cunto ‘e Maria Rosa”, dal film “Assunta Spina”, del 1948, oppure “Comm’è bello fa’ l’ammore quann’è sera” dal film “Siamo donne” a “Le rose rosse” (non quelle di Massimo Ranieri) tratta da una fiction girata per la TV dal titolo “La sciantosa”.

Nonostante l’interpretazione di tutte queste canzoni, Anna Magnani ha inciso un solo disco a 78 giri con due bellissime canzoni napoletane che interpretavo anch’io e precisamente “Aggio perduto ‘o suonno” e “Scapricciatiello”; quest’ultima molti la ricorderanno per l’interpretazione del mio amico e collega Aurelio Fierro, il quale - come i nostri lettori ricorderanno - per un certo periodo della sua vita - era stato soprannominato appunto “Mister Scapricciatiello”.

Penso che gli Italiani, in particolare gli amanti della canzone e della poesia, abbiano senz’altro gradito il rientro di questi italo-egiziani in Patria, tipo la Magnani, l’Ungaretti o il sottoscritto, dal momento che abbiamo dimostrato coi nostri lavori ma, soprattutto, col nostro comportamento, di avere amato l’Italia (assieme alla maggior parte degli italiani nati o residenti all’estero), più di tanti altri che vi sono nati, cresciuti e…pasciuti i quali, poverini, non si può dare loro torto, perché, probabilmente, per le tante cose ingiuste, i tanti torti subiti, le tante nefandezze viste, hanno fatto un po’ di “indigestione di Patria” tanto da esserne nauseati e far cantare a qualche italiano verace “Mi vergogno d’essere italiano”! I lettori avranno capito che intendo parlare del grande Giorgio Gaber, un altro amico che, cinque anni fa, ci ha lasciato! E dire che, nel lustro scorso, le cose non erano ancora precipitate al punto tale da farci nauseare, come al giorno d’oggi, non solo la politica ma, forse, la nostra stessa Patria, se non addirittura il Mondo intero! Agli amici Aurelio Fierro e Giorgio Gaber, nonché alla mia indimenticabile concittadina Anna Magnani dico:”Per come stanno procedendo le cose, al giorno d’oggi, su questo Pianeta, chi sta meglio fra Voi o noi, questi sicuramente siete Voi!”   (Gilbert Paraschiva)

 

In fondo al viale! (leggi la novella)

 

Gilbert Paraschiva, con la sua inesauribile e molteplice produzione artistica, continua a dimostrare un talento creativo senza confini. Autore di scritti dai temi profondi, con questa novella dal gusto agrodolce lascia invece liberare la sua forte carica ironica, ed al lettore non resta che sorridere piacevolmente leggendola. La storia ha come protagonisti la vanità e l’inganno, e l’equivoco che dall’incontro di questi inevitabilmente nasce. Pur nella sua sinteticità contiene anche una delicata morale: il continuo bisogno di soddisfare la propria vanità ci può portare soltanto ad ingannare noi stessi.

 


Amerigo Iannacone

"Stagioni" (haiku) (Edizioni Eva collana I colibrì pag. 30 euro 5,00)

 

Soltanto chi si è cimentato nella composizione di haiku può comprendere quanto sia difficile questa forma di poesia: riuscire ad esprimere compiutamente uno stato d’animo o descrivere uno stralcio di realtà utilizzando solo tre versi, che non superino in totale le diciassette sillabe, è un’impresa ardua ma per questo altamente gratificante. Haiku letteralmente significa "poesia del viandante", perché originariamente veniva utilizzata dai monaci zen itineranti come forma di insegnamento e come metodo d’indagine della realtà. Dopo aver raggiunto il "satori" ( illuminazione), in seguito ad una profonda meditazione, i monaci solevano fermare quell’attimo scrivendo un haiku. I canoni che caratterizzano questa forma di poesia giapponese sono quelli sillabici, tre versi divisi in 5-7-5 sillabe, struttura che a dire il vero si è in parte perduta, ma molto più importanti di questa sono i contenuti, che devono riferirsi alla natura con una speciale predilezione verso gli uccelli, i fiori ed i diversi colori che differenziano le stagioni. Iannacone con questa raccolta dimostra una rara maestria nella composizione degli haiku, riuscendo nella maggior parte dei casi ( l’autore a volte ama personalizzare la struttura sillabica) a rispettarne tutti i complicati canoni tradizionali ed arricchendoli ulteriormente con delle rime perfette. La nostra società, purtroppo, è ormai cosi attratta dal superficiale da non riconoscere più quello che è fondamentale, e chi decide di utilizzare questa forma di poesia per esprimersi lo fa per affermare la propria esigenza di "essenziale" e per difendere quei valori dimenticati dalla comunicazione dei consumi. "Stagioni" di Iannacone contiene la magica atmosfera di una antica e lontana cultura e la forza descrittiva di un poeta che vive ed osserva la "semplice" natura che lo circonda.

Stelle smarrite

son cadute dal cielo,

le margherite.

Illuminato

il disteso mattino

dal biancospino.

La formica pensa

del prossimo inverno

alla dispensa.

More di rovo:

una bimba raccoglie

felicità.

Lucide e vive

ora verdi ora nere:

preziose olive.

Sul bianco manto

senti fischiare il vento

da un caldo canto.

L’attesa neve

candida e pura

imbianca la natura


-American Gangster- di Ridley Scott

 

Regia – Ridley Scott

Produzione - U.S.A.

Anno- 2007

Genere- Drammatico

Durata – 157’

Cast- Denzel Washington, Russell Crowe e Cuba Gooding Jr

 

Questo film, tratto da una storia vera, racconta l’inarrestabile ascesa al potere criminale di Frank Lucas (Denzel Washington) e dell’altrettanto rapida disfatta del suo impero economico. Ridley Scott ci porta un’ America plumbea, dove all’interno della polizia la corruzione dilaga e nei "ghetti" la miseria trasforma gli uomini in animali feroci. Siamo nel 1968, l’America comincia a fare i suoi primi conti, negativi, con la guerra del Vietnam, ed il tanto decantato sogno americano arriva a giustificare ogni mezzo per giungere al successo. In questo scenario cupo e totalmente vuoto di valori si muovono i due protagonisti del film, l’antieroe Frank Lucas, una sorta di "padrino" di colore che unisce una moderna mentalità imprenditoriale alle "regole" delle vecchie famiglie mafiose italiane, ed il poliziotto Richie Roberts, (Russell Crowe) che rinuncia agli affetti della propria famiglia pur di vedere affermati gli ideali di giustizia ed onestà. Mentre Lucas si impone nel traffico degli stupefacenti acquistando la droga direttamente dal Vietnam, rivendendola purissima con il nome di "blue magic", ed iniziando così a tessere la sua rete di amicizie importanti, Roberts invece si trova osteggiato da tutto il dipartimento di polizia per aver consegnato al suo superiore un milione di dollari in contanti, rinvenuto dentro il bagagliaio di una macchina durante un appostamento: un gesto di onestà così eclatante non poteva esser visto di buon occhio in un ambiente governato dalla corruzione. Quando Lucas consolida il suo potere riunisce tutta la famiglia sotto il tetto della sua lussuosa villa, facendo venire dalla Carolina suo madre, i cinque fratelli e un esercito tra cugini e nipoti, ed inserendo ogni componente ai vertici della sua organizzazione criminale. Infine, a completare la sua immagine di uomo di successo sposa la bella Miss Portorico, mentre Roberts, sempre più isolato dai colleghi, deve anche affrontare il divorzio, senza avere alcuna possibilità di ottenere la custodia dell’unico figlio. Lucas e Roberts, due vite diametralmente opposte, quasi come due moderni modelli del "trionfo del male" e della "sventura della virtù", ma quando le loro strade si incroceranno, nell’inevitabile duello sarà il "vincente" Lucas ad avere la peggio. In occasione dell’incontro di boxe Alì-Frazier, Lucas, contravvenendo ad una delle sue regole, quella di "non farsi mai notare", si presenta con una pelliccia da 50.000 dollari, un errore che si dimostrerà fatale perché lì c’è anche Roberts , venuto ad osservare e fotografare i boss mafiosi seduti nei posti d’onore, per capire le nuove gerarchie che vanno delineandosi all’interno della malavita. Ridley Scott in questo film usa il personaggio Lucas per mostrare, in modo sottile ed intelligente, le mille facce del paese delle opportunità, mettendo a confronto due realtà opposte ma entrambe impersonate da una coppia di attori eccezionale.


"La Promessa Dell’Assassino"- di David Cronenberg

 

Titolo originale - Eastern Promises

Regia – David Cronenberg

Nazione- U.S.A. , Gran Bretagna

Anno- 2007

Genere- Drammatico, Thriller

Durata – 100’

Cast: Naomi Watts, Viggo Mortensen e Vincent Cassel

 

 

Tutto ha inizio in una corsia del Trafalgar Hospital di Londra. L’ostetrica Anna (Naomi Watts) sta concludendo il suo turno quando una ragazzina ucraina senza documenti, sanguinante e priva di sensi, partorisce una bambina e poi muore. Anna, per impedire che la neonata venga data in adozione, fruga nella borsa della ucraina alla ricerca di qualche indizio che la conduca alla sua famiglia di origine, trovando soltanto un diario scritto in russo e un biglietto di un ristorante londinese. Essendo figlia di un russo, Anna tenta di leggere il diario, ma la sua limitata conoscenza della lingua le impedisce di andare oltre la prima pagina. In queste poche righe la sfortunata ragazza ucraina scrive di chiamarsi Tatiana e di avere quattordici anni, e racconta delle morte del padre avvenuta in miniera a causa di una frana, e di come quel finire sepolto ancor prima di morire rappresenti il triste destino di tutti gli abitanti del suo poverissimo villaggio. Seguendo la pista indicatale dal biglietto pubblicitario Anna arriva al russo Semyon, l’anziano proprietario del ristorante, che all’apparenza sembra dolce e disponibile tanto da offrirsi di tradurre il diario. Semyon in realtà è il boss della Vory V Zakone, la feroce mafia russa, ed ha tutto l’interesse a far scomparire il diario e chiunque ne venga in possesso. Al ristorante Anna fa anche la conoscenza di Kirill (Vincent Cassel), l’arrogante figlio di Semyon, e di Nikolai, (Viggo Mortensen) il suo freddo e misterioso autista, disposto ad obbedire a qualsiasi suo ordine pur di ottenere "le stelle", i tatuaggi che contraddistinguono gli appartenenti all’organizzazione criminale. David Cronenberg è artefice di una regia magistrale, riuscendo a mescolare il genere drammatico con il thriller attraverso un sapiente uso del tempo, mantenuto sempre ad un ritmo lento e cadenzato rispetto ai veloci passaggi di scena che solitamente caratterizzano i thriller, e ponendo così il pubblico nella condizione migliore per partecipare emotivamente alle vicende dei protagonisti. A rendere il tutto ancor più affascinante nella purtroppo verosimile trama, è che non c’è una netta separazione tra bene e male, perché se il bene è rappresentato senza ombra di dubbio da Anna, che resa forte dal suo istinto materno dimostra un coraggio strepitoso, il male invece ha diversi volti e gradi : c’è quello astuto e spietato di Semyon, quello impulsivo al limite dell’isteria di Kirill, che tenta di nascondere la propria fragilità con la maschera dell’eccesso ed infine c’è quello di Nikolai, l’eroe oscuro di questo film, che senza mai perdere la sua quasi inumana freddezza dimostra di essere capace di insospettabili gesti di generosità e compiendoli si avvicina al "mondo" di Anna, tanto da ridurre il confine tra bene e male ad una sottilissima linea nera. La Promessa Dell’Assassino è un film straordinario dal primo all’ultimo fotogramma, grazie al continuo e progressivo sviluppo della trama, che non giunge mai a smorzare i toni di forte drammaticità, e perchè evita la facile tentazione, presente in molti altri thriller, di offrirci un possibile, ma inverosimile, finale "fiabesco".

 

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