LA CULTURA DELLA VIOLENZA
Di Pino Rotta
Qualche anno fa a Reggio Calabria esisteva una piazza che
nell’opinione pubblica aveva assunto il simbolo del malaffare, della
sporcizia, della corruzione, una specie di "territorio a sovranità
limitata" dove la sovranità limitata, ovviamente, era quella dello Stato e
della legalità. Arrivò poi quel periodo in cui si face strada un sentimento
collettivo di recupero dell’orgoglio civile, quello che fu poi definito la
"Primavera di Reggio". Il sindaco Italo Falcomatà era il motore di
quella azione di rinascita della città ed attorno a quella figura cominciarono
a catalizzarsi forze sane sempre più numerose e più motivate. Nacque così,
per iniziativa di alcuni, un Comitato di Associazioni (circa 60) che cominciò
ad occuparsi di dare forma organizzata a quel sentimento. Il primo atto
simbolico, ma assolutamente concreto, fu proprio il riappropriarsi di quella
Piazza. Si fece strada un’idea di riconversione di quello spazio della città
(come di altri) che scaturì nel progetto della Casa della Cultura, un edificio,
già sede di un istituto d’arte ma ormai in disuso e semidiroccato, da
ristrutturare e rendere operativo con Sale Convegni, sale di recitazione, spazi
espositivi e spazi esterni organizzati con verde attrezzato. Quel luogo era
accanto alla Piazza e per presentare alla città quel progetto molte delle 60
associazioni organizzarono tre giorni di manifestazioni musicali, artistiche,
giochi, dibattiti, tutto autogestito ed autofinanziato. Sotto quella spinta l’Amministrazione
Falcomatà, dopo un duro braccio di ferro con gli interessi preesistenti,
riuscì a mettere ordine in quella Piazza che pian piano tornò ad essere luogo
di incontro e di commercio controllato e pulito. Oggi quel progetto è stato
messo nel dimenticatoio e gli spazi della città (come Torre Nervi del Lido
Comunale, recentemente colpito dalle fiamme che, se non saranno scoperte ad
opera della ‘ndrangheta, potremo definirle una specie di "pietosa
eutanasia" di un luogo già diroccato e morente), come un’area naturale
lasciata abbandonata stanno tornado nel disordine e nella decadenza. E’ finita
la Primavera di Reggio.
Eppure era bastato crederci e viverlo per vedere trasformato in senso civile lo spazio urbano.
E’ un esempio di come lo spazio incide sul contesto culturale e nello stesso tempo subisce l’incidenza della cultura.
Analogamente alla fisionomia di uno spazio urbano, anche la "fisionomia" del comportamento individuale e di gruppo sono ad un tempo produttori e prodotti del contesto socio-culturale. Così come accade ad una piazza che se lasciata sporca diventa ricettacolo di immondizie, allo stesso modo un individuo che cresce in un ambiente pervaso di messaggi violenti, di modelli di stili di vita fondati sulla forza fisica, sull’azione brutale, sul concetto di predominanza del più forte, crescerà conformandosi su questi valori e farà di tutto per integrarsi in gruppi che riescano a dargli la percezione della potenza e della capacità di esercitare con successo l’imposizione della forza, innescando una spirale deleteria che diventa, prima ancora che comportamento concreto, filosofia di vita.
Ma che succede quando un individuo, che vive in un tale contesto, non riesce ad integrarsi in un gruppo di pari e sentirsi partecipe della forza del gruppo?
In questi casi ci sono due tipi di conseguenze che si riscontrano con maggiore frequenza. Il primo è quello della caduta dell’autostima e dell’interiorizzazione della violenza che viene quindi rivolta verso sé stesso ed espressa nel senso di frustrazione e stati di depressione che diventano forme caratteriali e sfociano il più delle volte nell’uso di droghe o di alcol, fino ad arrivare alle tentazioni suicide. Ma la frustrazione dell’autostima si accompagna anche ad un secondo tipo di comportamento: l’esaltazione dei simboli e delle azioni di violenza. Questo secondo tipo di comportamento ha molteplici forme di estrinsecazione. La più comune, ma spesso anche la più sottovalutata, è la violenza verbale che è humus e sintomo delle vere e proprie azioni violente, in cui la normale tendenza aggressiva di questi soggetti diviene vero e proprio bisogno di annientamento delle figure che ancorché simboliche vengono individuate come bersagli fisici della propria condotta violenta. In un contesto culturale di questo tipo i bersagli privilegiati di questi comportamenti violenti, sia verbali che fisici, sono i soggetti deboli della società, primo tra tutti la donna.
La violenza verso la donna viene agita in forme molto complesse che vanno dalla ricerca di teorie filosofiche misogine, alla oggettualizzazione sessuale della donna, fino ad arrivare alla violenza sessuale vera e propria che, pur essendo la più plateale ed esecrabile, non è che una minima parte della potenziale violenza che circonda la figura femminile in tale contesto culturale.
Questi comportamenti, che erroneamente vengono definiti devianti (erroneamente giacchè è deviante un comportamento minoritario nel più ampio ambito culturale) assumono altresì forme più complesse quando passano dal piano della psicologia individuale a quella della psicologia sociale e si esprimono con un ritorno a forme ancestrali di appartenenza di un gruppo, con l’esaltazione della figura del capo, capo branco, eroe della propria razza o etnia, Duce o Lider. Si esprime tra le tifoserie calcistiche così come nelle formazioni politiche in cui la separatezza e la contrapposizione all’altro gruppo, etnia o fazione politica diventano strumento di affermazione della propria forza e del bisogno di annientamento della diversità.
Ecco che anche la società, come la piazza di una città viene plasmata dalla cultura dominante ed a sua volta produce e tende a rafforzare e giustificare ideologicamente questa cultura.
Per fortuna questo stesso processo contiene in sé stesso gli anticorpi che tendono a modificare la cultura così come fecero quel gruppo di associazioni durante la "Primavera di Reggio", il problema è che la malattia qualche volta più dimostrarsi più forte degli anticorpi ed annientare l’organismo prima che questo possa guarire.
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