A proposito di primarie e democrazia

Pino Rotta, direttore di Helios Magazine


Non ho mai creduto che si possa esportare un modello di organizzazione sociale o politica da una realtà ad un’altra realtà senza combinare dei veri e propri disastri.

Ogni forma di partecipazione alla vita sociale e politica è il risultato di un lungo processo storico e culturale ed è già impresa ardua apportare dei graduali correttivi all’interno di un sistema consolidato, figuriamoci se si possono inventare dalla sera alla mattina nuove regole e nuovi statuti sociali e politici.

Non è un caso se insisto sull’accostamento binario dei termini "sociale" e "politico", queste due categorie hanno dinamiche certamente interdipendenti ma tempi assolutamente autonomi.

Solo per semplicità di ragionamento facciamo un rapido richiamo alla presa del potere del fascismo in Italia o del comunismo nell’ex Unione Sovietica, entrambi in pochi anni hanno cambiato le istituzioni politiche dello Stato ma di certo hanno inciso molto meno sul piano delle trasformazioni sociali e culturali. L’Italia era ed è rimasta dopo venti anni di fascismo una società culturalmente radicata nella morale cattolica e l’Unione Sovietica, che pure ha retto per settantenni sulla base della rivoluzione internazionalista, non ha modificato lo spirito di "appartenenza alla Madre Russia" o comunque il forte nazionalismo della cultura russa.

Ma veniamo alla questione più in particolare delle elezioni primarie per la scelta dei candidati alle elezioni regionali o nazionali.

Partiamo con un ragionamento in linea di massima possibilista e poniamo alcune questioni di merito: Chi decide le liste di candidati da sottoporre alla selezione?

Prima ipotesi: ognuno ha la possibilità di proporsi da solo o affiancato da gruppi di sostegno e partecipare alla selezione. Problema: Io sono il proprietario di un giornale, quindi ho uno strumento per raggiungere un certo numero di possibili sostenitori, il mio avversario o concorrente (anche all’interno dello stesso gruppo!) no! Chi ha più possibilità di vincere? Secondo problema: Io ed il mio gruppo di sostegno abbiamo posizioni compatibili con altri gruppi ma non la pensiamo sempre allo stesso modo su tutto! Chi decide se chi dissente può entrare in una coalizione o no? Terzo problema: Una parte della società italiana (diciamo il centrosinistra) trova un modo e va alle primarie per l’altra parte (diciamo il centrodestra) decide tutto Berlusconi, parte con le sue corazzate televisive e fa la sua campagna (diciamo un dejà vù)… qui la risposta ve la do io: risparmiamo il tempo ed i soldi per fare le primarie e facciamoci un abbonamento a Tele+ almeno avremo come passare il tempo per i prossimi cinque anni!

Seconda ipotesi: I partiti indicano i propri candidati per le elezioni primarie. Primo problema: se ogni partito sostiene il proprio candidato sembra ovvio che il partito più forte ed organizzato avrà sempre la meglio!

Secondo problema: tutti i partiti assieme decidono e scelgono "una lista" di candidati e tra questi si andrà poi alle primarie. Diamo per Tot l’affluenza alle elezioni primarie e vincente il candidato Tizio. Chi ci garantisce che alle elezioni definitive il numero di quelli che non hanno partecipato alle primarie vadano festosi a votare per il candidato Tizio?

Negli Stati Uniti questo sistema, che pure è consolidato e sperimentato, si è dimostrato un disastro per la partecipazione democratica: vota il 40% degli aventi diritto ed il 25% degli americani decidono con il loro voto le sorti di tutto il Paese.

E’ evidente che questo sistema non mi convince affatto. L’Italia è il paese delle mille città, siamo tutti italiani ma anche tutti "presidenti in pectore", il sistema delle alleanze programmatiche tra partiti ritengo che sia ancora il più affidabile e democratico, con il correttivo della partecipazione dei movimenti e della società civile, uniti, seppur con le proprie specificità, attorno a tavoli di concertazione programmatica ed organizzativa permanenti e diffusi tanto sul territorio quanto raccordati a livello razionale. Si rimprovera sempre alla sinistra di essere eccessivamente divisa, e questo è un problema che con i correttivi che ho richiamato sopra potrebbe essere risolto, ma va detto senza complessi che proprio la frammentazione della sinistra e questa sua difficile ma continua scelta di sintesi unitaria è la grande forza democratica della sinistra. E’ fin troppo facile dire sempre di sì al Padrone di turno rinunciando alle proprie idee ed alla propria identità molto più difficile è ammettere le proprie differenze e "scegliere" di condividerle con gli altri nel pieno rispetto della diversità che la sinistra vive come ricchezza e non come fobia.

La discussione sincera, la differenza di posizioni espressa con volontà di stare insieme non ha mai fatto male alla sinistra. I corrotti, i mafiosi, i disperati questi sì hanno sempre fatto male alla sinistra ed alla democrazia. Così come ha fatto e potrebbe ancora farci del male il rampantismo individualista. E’ per le ipocrite faziosità, per i gretti personalismi che l’elettorato di sinistra "somatizza" e non va a votare!

Ma, come ho già avuto modo di dire, a mio avviso, la vera sfida che occorre lanciare non è quella di riuscire a decidere prima delle prossime elezioni quale sistema elettorale adottare (questo semmai sarà la conseguenza di altre decisioni) ma quello di decidere se il sistema della partecipazione democratica alla scelta dei candidati sia il frutto dell'incontro di sensibilità, programmi e voglia autentica di stare assieme per realizzare un progetto condiviso di città, di paese, di società, di economia. Sul complesso del progetto ci si può anche dividere, anche discutere animatamente, come è nella natura della sinistra, anzi degli italiani, ma sulla decisione che ognuno rispetti chi non la pensa allo stesso modo e lo aiuti ad esprimersi e ad essere rappresentato, su questo punto si gioca la partita più importante e di più intima percezione della cultura democratica.


HELIOS Magazine

HELIOSmag@virgilio.it