di Maria Barreca
“C’è un punto della terra che è una landa
desolata, dove le ombre dei morti sono schiere, dove i vivi sono morti, dove
esistono solo la morte, l’odio e il dolore”. Questo posto è Auschwitz.
Così comincia il libro di Giuliana Tedeschi, C’è un punto della terra, sottotitolato
Una donna nel Lager di Birkenau, ancora tra le opere meno conosciute della
narrativa italiana sui campi di sterminio. Giuliana Tedeschi, classe 1914, è
un’ebrea milanese, trentenne quando viene catturata, docente di Lettere in un
Liceo classico e madre di due bambine. Le “leggi razziali” del 1938 le
impongono di abbandonare la cattedra di insegnamento, ottenuta con pubblico
concorso, e in seguito, sempre più esclusa dalla vita comune, è deportata ad
Auschwitz col marito e la suocera, mai tornati. Dopo il Pogrom della
Notte dei Cristalli (9 novembre 1938), i Tedeschi si affacciano verso la
“soluzione finale” nei riguardi
del popolo ebraico. Invadono la Francia, ideando il “Piano Madagascar”, per
cui, una volta conquistata l’isola, allora possedimento francese, avrebbero
deportato in Madagascar quattro milioni di ebrei, tenuti come ostaggi e isolati
dagli altri popoli. Ma tale soluzione apparve subito assai difficile da
realizzarsi: mancava la conquista
dell’Europa, la fine della guerra, il trattato di pace, e inoltre gli
individui da eliminare erano troppi. Si imponeva dunque una nuova soluzione del
“problema ebraico”, a questo scopo fu tenuta il 20 gennaio 1942 la
Conferenza di Wansee, a pochi chilometri da Berlino. Vi parteciparono i maggiori
gerarchi nazisti: Heydrich, Eichmann, non Himmler, cui però era affidata la
realizzazione del piano. A Wansee si decise di programmare una “soluzione
finale”, non più basandola sull’iniziativa di pochi, ma rendendola un piano
politico internazionale. Andava organizzato un imponente “trasferimento verso
Est” degli Ebrei deportati da tutta l’Europa. A tale scopo vennero
attrezzati i campi polacchi di Treblinka, Belzec, Chelmno, Sobibor. Ma mancava
ancora un tassello: come realizzare, in effetti, la totale eliminazione. I
criminali nazisti cominciarono col ricorrere ad una loro antica arma:
l’eutanasia, applicata a sopprimere “coloro che non erano degni di
vivere”: malati mentali, anziani, bambini portatori di handicap.
Nacquero dei centri per l’eutanasia, dove si
uccideva con l’ossido di carbonio, fornito in bombole, e in seguito i cadaveri
venivano inceneriti in forni crematori mobili. Ma la Chiesa cattolica avversò
tali fatti, lanciando sospetti nell’opinione pubblica. Nell’agosto 1941 la
pratica dell’eutanasia fu abbandonata. Si passò allora alla seconda fase
della “soluzione finale”, i campi di sterminio, più mimetizzabili delle
cliniche per l’eutanasia.
Auschwitz, vicino Cracovia, fu eretto nel 1940, ma la
sua fama si diffuse a partire dal ’42, quando cominciò l’uso del famigerato
Zyklon-B come mezzo adeguato allo sterminio. Bisognava allora attrezzare il
campo con locali adatti alla gasazione: nacque così, accanto ad Auschwitz,
Birkenau[1].
Ma, poiché il numero dei deportati andava sempre
aumentando, i Tedeschi ricorsero al lavoro coatto, frutto di enorme guadagno per
la Germania, e di più “agevole morte” alle vittime. Fu così emanata la
“Circolare Pohl”, nell’aprile 1942, mirante a conseguire lo “sterminio
attraverso il lavoro”, massacrante e ininterrotto. Il primo campo di lavoro fu
Monovitz, detto anche Auschwitz III, centro importante dell’industria bellica,
grazie alla fabbrica di esplosivi, la Union, e di gomma sintetica, la Buna. Ben
presto anche molte industrie civili preferirono pagare bassi salari alla
direzione dei Lagers in cambio di
una manodopera schiavizzata. Si compromisero così con l’economia nazista
ditte tedesche ancora oggi sul mercato: le acciaierie Krupp, la Siemens, la
Bosch, la chimica-farmaceutica IG-Farben, produttrice del gas Zyklon-B; e non va
dimenticato che nel complesso industriale le SS avevano solo ruoli di
sorveglianza; responsabili del lavoro coatto furono civili: direttori,
ingegneri, capisquadra.
Giuliana Tedeschi vive personalmete questa realtà
fino al 17 gennaio del ’45, quando l’avanzata dell’Armata Rossa costringe
le SS ad evacuare Auschwitz: migliaia di prigionieri vengono gettati sulle
strade, nel gelo, verso le micidiali “marce della morte”.
L’autrice si sveglia a Birkenau l’11 aprile 1944,
la sua prima sensazione è la nausea, per il clima straniato, fatto di
promiscuità e di sporcizia, in mezzo ad un’umanità cenciosa, un branco di
bestie ammucchiate. La gendarmeria fascista aveva fatto irruzione nella casa
dell’autrice mentre le due bimbe dormivano, l’una di qualche mese, con i
riccioli biondi ancora all’inzio, l’altra di pochi anni, che dice:
“Mammina, torna presto!”.
In mezzo a tante altre donne, amiche e nemiche,
Giuliana si sforza di staccarsi dal passato, dall’agiata tranquillità della
famiglia borghese, benestante, colta. Si immette ora in un’altra realtà: lo
spintone che la caccia, grondante d’acqua, in un locale gelido, l’essere
ambiguo, in tailleur e cravatta, che la frusta. Il Lager le permette di
conoscere molte storie simili: apolidi perseguitati fin dalla nascita, donne
accusate falsamente di aver scioperato. Anche lì esiste l’affetto, come
quello dell’anziana Zilly, che la notte abbraccia Giuliana come una figlia e
le fa coraggio dicendole che le bambine sono al sicuro e hanno da mangiare.
L’importante è adesso non ricordarsi della realtà di prima, per non
rimpiangerla e sopravvivere, in un mondo senza nulla di razionale, in cui tutto
capita senza motivo, il bene e il male. Sopravvivere ad Auschwitz vuol dire
imparare ad accettare che la realtà vada contro ogni logica: cercare nei fatti
una logica significa impazzire. Anche l’antica “scala sociale” sembra
mutata: l’ambiente in cui si impara di più e si conoscono le novità, in un
crogiolo di lingue, sono i bagni; la “classe sociale” con maggiori privilegi
è costituita dalle prostitute del bordello, aperto ad Auschwitz nel 1943, in un
padiglione destinato alle prigioniere ariane, dedite ai piaceri delle SS,
“lavoro”da cui le prigioniere ebree erano escluse perché le Leggi di
Norimberga del ’35 vietavano ogni rapporto sessuale tra Tedeschi ed Ebrei come
“Rassenschande”, “crimine contro la razza”, che attentava alla
purezza del sangue.
Ma giunge la liberazione, personificata in un
capitano medico francese che muove incontro alle prigioniere per soccorrerle.
Giuliana Tedeschi è tornata a casa, ha ottenuto di
nuovo la sua cattedra, non senza una
lunga attesa per la ricostruzione della carriera. Ha dedicato il libro “ai
ragazzi delle scuole, che al mio ritorno dall’inferno nazista mi hanno aiutato
a vivere”. Il libro non vuole – nelle intenzioni dell’autrice –
rappresentare una rivalsa antifascista, ma solo insegnare ai giovani non a
cercare tra i dittatori “chi è il più cattivo, bensì a riconoscere e
respingere ogni forma di dittatura e di razzismo, raccontando che bene prezioso
sia la libertà in ogni momento della storia e della vita”.
[1] Sia il nome di Auschwitz che quello di Birkenau sono in realtà legati alla trasformazione in lingua tedesca dei due siti polacchi dove sorgono i Lagers, Birkenau, in polacco Brzezinka, “bosco di betulle”, e Auschwitz, dal polacco Oswięcim.
| HELIOS Magazine |