Isabel
Allende, la letteratura sudamericana e il realismo magico
di Maria Barreca
Isabel
Allende pubblica la sua opera prima, La casa degli spiriti, nel 1982.
Il libro si ricollega in maniera evidente, nelle vicende esposte e nel modo di
raccontarle, oltre che nell’ideologia contenuta, a Cent’anni di
solitudine di Gabriel Garcia Márquez (1967). Anche nel caso della Allende
si tratta di una saga familiare vista attraverso le diverse generazioni
femminili, dagli anni
’20 agli anni ’70 del ‘900. Il romanzo risente della tendenza al
“realismo magico”, presente in molta letteratura novecentesca, ma in
particolare negli autori del Sudamerica: tecnica compositiva in cui la tendenza
al realismo si fonde con la presentazione di eventi soprannaturali. Ma essi sono
guardati con l’occhio straniato di chi crede che il soprannaturale si
manifesti nel quotidiano come presenza intima e normale, che nulla ha di
macabro, né di humour nero. L’esistenza umana, da qui il significato del
titolo, è una continuità tra la vita e la morte. Si chiedeva Neruda: “Quanto
vive l’uomo? Per quanto tempo muore? Cosa vuol dire per sempre?”. L’opera
si riferisce d’altra parte alla specifica realtà del Cile, fascia di terra
lunga e stretta tra la catena andina e il Pacifico con importanti risorse
minerarie di salnitro a Nord. Qui vivono i minatori, in precari prefabbricati
che risentono dell’arsura del giorno e del freddo gelido della notte, nella
solitudine della lontananza da tutto, nell’atmosfera straniata e infernale del
Mastro Huerta di Neruda.
Il
libro segue la storia del Cile dal 1818, anno in cui viene ottenuta
l’indipendenza dalla Spagna, al 1970-73, attraverso l’esperienza del Fronte
di Unidad Popular, il programma riformista di Allende e il tragico colpo di
stato della destra mistificatrice e oltransista di Pinochet.
Salvador
Allende aveva affrontato personalmente l’antico problema della questione
agraria, infatti dal 1500 agli anni ’60 del ‘900 le condizioni dei contadini
cileni restano pressochè immutate: il 57% della popolazione abitava nelle
campagne in proprietà fondiarie costituite esclusivamente da grandi latifondi
che impiegavano il 90% della manodopera agricola. I contadini erano
“inquilinos” del latifondista, tenuti a prestare un certo numero di giornate
gratuite in cambio di una casetta e di un appezzamento di terreno che andava da
0,4 a 1 ettaro; le restanti giornate di lavoro erano retribuite non in denaro,
ma in “biglietti rosa”, “fichas”, buoni d’acquisto che erano
utilizzabili solo nello spaccio gestito dall’azienda stessa. La restante
manodopera era costituita da braccianti, nomadi e stagionali, retribuiti in
denaro a cottimo, cioè in base all’effettiva quantità di lavoro eseguito. Le
condizioni di vita dei contadini erano dunque spesso al limite della
sopravvivenza: legati da un vincolo personale e semifeudale al padrone, che
gestiva i loro voti durante le campagne elettorali, visto che allora il voto non
era né libero, né segreto (pensiamo che la prima asserzione storica di libertà
e segretezza è avvenuta in Australia nel 1858).
Progetti
di riforma agraria erano contenuti nel programma elettorale di diversi partiti,
ma, di fatto, la situazione non sembrava avere svolta. Le prime redistribuzioni
di enormi proprietà terriere avvennero da parte di membri del clero cattolico
influenzati dal rinnovamento apportato dal Concilio Vaticano II, come Manuel
Lorraín, vescovo di Talca, seguito dalla diocesi di Santiago. Nel ’64, col
presidente Edoardo Frei, vi fu un programma di riforma più ampio, basato
su tre assi portanti: proprietà basata sugli interessi collettivi,
legalizzzazione dei sindacati, esproprio dei latifondi superiori a 8 ettari e
redistribuzione alle famiglie contadine. Dal 1968 al ’70 furono così
espropriati 3.400.000 ettari.
Il
governo di Unidad Popular impresse poi un’accelerazione al processo di
esprorpio, finché il tentativo di riforma fu interrotto e capovolto dal golpe
del settembre ’73, e, nei tre mesi successivi, ben il 30% delle terre
espropriate tornò ai vecchi proprietari.
Attraverso
questi episodi storici si dipana il romanzo della famiglia Del Valle-Trueba,
scandito dai nomi luminosi delle figure femminili e dalla loro capacità di
scrivere, per non lasciarsi alienare dalla vita e non perdere la memoria
storica: Rosa, Nivea, Clara, Blancha, Alba. Ciascuna di esse è un tassello
della storia, personale e familiare, ma anche quella di un paese, che corre
attraverso un secolo di grandi contrasti e rinnovamento. Rosa, la bella, è la
figlia maggiore di Severo e Nivea del Valle. Fidanzata ad Esteban Trueba, che
per poterla sposare va a lavorare nelle miniere del Nord, muore
all’improvviso, giovanissima, per un cucchiaio di grappa avvelenata che gli
avversari politici avevano regalato a Severo. Esteban, disperato per aver perso
quella “creatura marina” con i capelli verdi e gli occhi da sirena, cambia
vita, lascia il lavoro, compra col denaro destinato al matrimonio la tenuta de
Le Tre Marie, e violenta Pancha Garcia, che ha da lui il figlio Esteban. Esteban
Trueba sposa poi Clara, sorella minore di Rosa, fin da bambina dotata della
capacità di dialogare con gli spiriti e del dono della chiaroveggenza. Da
Esteban e Clara nasce Blancha e i fratelli Jaime e Nicolàs. Da piccola,
condotta a le Tre Marie, Blancha si innamora di Pedro Terzo Garcia, figlio
dell’amministratore Pedro Secondo, socialista, arringatore di contadini e
cantore di ritornelli popolari. Da loro nascerà Alba. Blancha, già incinta di
PedroTerzo, viene costretta dal padre a sposare il conte francese Jean de
Satigny, desideroso, in realtà, solo di impossessarsi delle numerose tenute di
Esteban e dell’allevamento dei cincillà. Ma il matrimonio dura poco: Blancha
scopre che Jean possiede una camera dedicata alle perversioni amorose perpetrate
con qualche servo, e così lo lascia. Verrà chiamata, anni dopo, a riconoscerne
il cadavere insieme ad Alba. Durante il golpe protegge Pedro Terzo nella sua
casa, e insieme vivranno anni felici in Canada. Ma Esteban Trueba, prima del
matrimonio di Blancha e Jean, aveva teso un attentato a Pedro tagliandogli tre
ditra della mano destra.
Infine
Alba: studentessa universitaria fautrice dei moti popolari insieme al fidanzato
Miguel, dopo il golpe è catturata dalla destra, tenuta in un campo di
concentramento, torturata e violentata. Scopre che il suo più accanito aguzzino
è Esteban Garcia, colonnello del regime, figlio naturale di suo nonno e di
Pancha, che su Alba perpetra la propria vendetta. Era stato Esteban, allora
bambino, a svelare a suo padre Trueba dove si trovava il sovversivo Pedro,
amante di Blancha. Ora egli, come ennesima tortura, taglia ad Alba tre dita
della mano destra. Ma la ragazza si salverà, non solo dalla morte, ma anche
dalla follia, grazie allo spirito di nonna Clara, la chiaroveggente, che,
apparendole nella cella di un metro quadro, le impone di non morire, di lavorare
col cervello per scrivere quella storia nella sua mente, senza carta, né penna.
Alba trova poi affetto in Ana Díaz, compagna di prigionia innamorata di Andrès,
che le percosse hanno fatto abortire. Tornerà a casa di suo nonno ormai
anziano, che, in punto di morte,
pensa che ella sia Rosa o Clara. Qui attenderà il ritorno di Miguel,
sicura che egli sia ancora vivo, incinta, forse di Miguel, o forse per le troppe
violenze ricevute, di una bambina, che è soprattutto “figlia sua”.
La
casa degli spiriti è un romanzo sulla continuità del tempo
nell’avvicendarsi delle generazioni, e specialmente sull’unione di destini
apparentemente lontani e tra loro diversi, oltre che un romanzo sulla forza
preservatrice della scrittura e della fantasia, che, sola, nelle circostanze più
gravi, permette di continuare a vivere.