L’attuale disagio dei popoli mediterranei nell’ottica del recente dramma balcanico

Di Maria BARRECA


"Dove la mente non conosce paura e la testa si tiene alta;

dove il sapere è libero;

dove il mondo non è razionato dalle anguste pareti domestiche;

dove le parole sgorgano dalle profondità del vero;

dove lo sforzo instancabile tende le braccia verso la perfezione;

dove il limpido ruscello della ragione non ha deviato nel monotono deserto sabbioso delle vecchie abitudini;

dove la mente è da te indotta verso pensiero e azioni sempre più vasti;

sotto tale cielo di libertà, Padre mio, fa’ che il mio popolo si desti."

(R. Tagore)

Cosa vuol dire parlare di Mediterraneo oggi? Più che di un Mediterraneo, bisogna parlare di Mediterranei, "mari in mezzo alle terre": Mar dei Caraibi, Mar Cinese, Mar mediterraneo. Mari che, da sempre, rappresentano il ring nel quale intere società umane hanno confrontato e intrecciato conoscenze, culture, religioni, ispirazioni, in rapporti di reciproco vantaggio, o con conflitti talora annosi e interminabili. Tra i "Mediterranei", quello che circonda l’Italia è oggi un paradigma, continuamente agitato da tensioni e conflitti sanguinosi: acque solcate negli anni del dopo Guerra Fredda dai maggiori flussi migratori che la storia ricordi, verso l’Italia e l’Europa si muovono popoli provenienti dai Balcani, dall’Asia Minore e dal Nord Africa. Fuggono da situazioni di conflitto armato, o da un estremo disagio, economico e sociale.

Parte importante occupano in tutto questo le tappe principali della storia dei popoli slavi del Sud, fino al 1991, il processo di dissoluzione della Jugoslavia, e gli "altri" Mediterranei, come quello "mesoamericano", comprendente Golfo del Messico e mar dei Carabi, dove si scontrano le profonde contraddizioni legate al diffondersi della povertà e dell’emarginazione con le strategie di globalizzazione economica; il Mediterraneo "euroafricano", con l’appendice eurasiatica del Mar Nero, divenuto, dopo la fine della guerra fredda, area scossa da crisi profonde; infine, il Mediterraneo "cinomalese", formato dal Mar Cinese Meridionale e Orientale, delimitato dal Mar Giallo e dai mari indonesiani e filippini, regione sulla quale la crescita economica impetuosa ha provocato effetti di estrema fragilità e inconsistenza, e dunque in preda a continue crisi, finanziarie, politiche, militari.

L’Europa, area di pace e di sviluppo da oltre cinquant’anni, è stata al centro dei discorsi del congresso interreligioso di Aachen, caricata di troppe responsabilità verso il Medioriente lacerato, verso l’Africa colpita dalla fame, martoriata dall’AIDS, verso l’America Latina, che si aggrappa alle speranze di un futuro migliore. Ci si è chiesti quale Europa si voglia costruire, e la risposta è stata che: "Se l’Europa intende costruirsi in una prospettiva di pace e sostegno alla pace, dovrà dare priorità al rispetto della giustizia e dello sviluppo sostenibile nel Sud del Mondo".

Ma veniamo specificamente ad una tragedia perpetrata nell’ultimo decennio nel cuore del nostro mediterraneo: quella balcanica. Assedi medievali, scannamenti, stupri, rituali barbarici, una guerra "primitiva", che sembra estranea alla nostra cultura. E i tanti conflitti etnici: Sarajevo incendia il mondo nel 1914, oggi essa non è altro che la manifestazione estrema e vivente dell’antica questione del nazionalismo europeo.

L’odio etnico, nei Balcani, come in ogni altra parte del Mondo, si configura ancora come sfogo di tensioni economiche e sociali. Il Comunismo, ad esempio, con la sua industrializzazione forzata, ha impoverito le campagne, portando ad un’urbanizzazione coatta, senza adeguati strumenti fiscali, monetari e politici. Ne è nata un’allarmante trasformazione sociale, un conflitto latente città-campagna, chiuse in una reciproca frustrazione.

Chi approda nei Balcani si renderà presto conto delle loro contraddizioni: lambiti da Adriatico, Jonio, Egeo, Mar Nero e Mar di Marmara, con un retroterra in massima parte montagnoso. Gli antichi geografi chiamavano questi rilievi "Haemus" o "catena mundi", gli Slavi le hanno nominate "Stara Planina", "Vecchio monte", tradotto in turco come Balcani, zona soggetta a frequenti terremoti, tanto che intere città sulla costa sono scomparse inghiottite dai flutti.

Da sempre i Balcani sono stati un crogiolo di popoli: la questione della molteplicità e diversità demografica è antichissima. Gli autori più antichi, come Plinio, già citano i nomi di alcuni fra questi popoli: Peuciai, Soreti, Serpilli, Jasi, Sandisetes, Colophani, Norici, Andici, Japodes, Pellarii, Daysii, Histri, Viburni, Dalmatae, Curati (Croati). Nel fossato scavato tra Cattolicesimo e cristianesimo ortodosso, con l’arrivo degli Ottomani, si è inserito l’Islam. Nel corso dei secoli la diversità si è trasformata in opposizione, e l’opposizione in intolleranza, che ha generato a sua volta forme di odio e conflitti.

La Jugoslavia di Tito era unita in sei repubbliche, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo partito. Dopo il crollo dei regimi comunisti dell’Est i conflitti emergono.

Il 30 giugno 1991, a cinque giorni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, a Lubiana suona l’allarme antiaereo. Comincia la guerra contro Belgrado: in dieci giorni, con quindici morti sloveni e quarantanove serbi, la Slovenia esce dal calderone degli odi etnici: ai fautori della Grande Serbia la piccola Slovenia, etnicamente abbastanza omogenea, interessa poco.

Ma già prima un altro episodio aveva turbato la tranquillità dei popoli balcanici: a Pasqua del 1991 ai Laghi di Plitvice, un parco naturale nel cuore della Croazia, scoppia il conflitto tra Croazia ed armata federale jugoslava. Il vento del nazionalismo, che nasconde profondi interessi economici, colpisce ormai da mesi Belgrado, Zagabria, Sarajevo, Lubiana. Il collante dell’ideologia comunista cede il passo alle mire autonomiste delle repubbliche più ricche, che non accettano il centralismo economico di Belgrado.

L’anno precedente in Croazia era stato eletto presidente il nazionalista Francio Tudjman, ex generale dell’armata federale. Il nuovo governo, in pochi mesi, vara una serie di leggi che limitano fortemente i diritti civili della minoranza serba che vive in Croazia. L’escalation dei mesi seguenti è tremenda: i Croati, a maggio, reagiscono con quella che fu chiamata la "notte dei cristalli" di Zara, in cui vennero distrutti centinaia di negozi appartenenti a cittadini di etnia serba. Due settimane dopo, i Serbi risposero a Borovo Selo, paesino appoggiato sulle rive del Danubio a pochi chilometri da Vukovar, attaccando un pullmann carico di poliziotti croati. Fu un massacro. L’armata federale si schiera allora contro Zagabria, che il 25 giugno proclama l’indipendenza. Ad agosto inizia il tremendo assedio di Vukovar e Dubrovnik. Dubrovnik resiste, Vukovar no. La città viene rasa al suolo e, quando i serbi entrano in città, dopo quarantadue giorni di assedio, non c’è pietà nemmeno per i ricoverati all’ospedale, uccisi sul posto. La guerra serbo-croata è già finita, quando, il 21 gennaio 1992, la comunità internazionale riconosce la Croazia come stato indipendente. Tre milioni di profighi, 200.000 morti, 40 persone al giorno uccise dalla fame, altri 20 dai cecchini. Più di quaranta mesi di guerra in Bosnia e di assedio a Sarajevo si riassumono in tali cifre, testimonio di una barbarie senza limiti, fatta di torture, stupri e crudeltà inenarrabili. Con la guerra di Bosnia viene definitivamente compromesso l’ottimismo derivato dalla caduta del Muro di Berlino, con l’avvento di quello che fu definito il "nuovo ordine internazionale", il ruolo dell’Onu e della Nato, la leadership statunitense, la nozione di un’Europa unita e autonoma. Ma il risultato più devastante è sicuramente quello che Roger Cohen, cronista del New York Times, definisce "la morte dell’onore occidentale". Un esempio ne è il massacro di Srebrenica, del luglio 1995, con 7079 morti, 12000 secondo il governo bosniaco, la più grande strage in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale.

Solo dopo giorni di lavoro, i tanti reporters che filmavano dalle alture di Tuzla ebbero la dimensione dell’orrore perpetrato dal generale serbo Ratko Mladic. La ferocia dei suoi soldati spinse talora i bosniaci al suicidio: sopravvivere in certi momenti è peggio che morire.

La Bosnia-Erzegovina, abitata per il 43% da musulmani, il 31,3% da serbi, ed il 17% da croati, aveva sanzionato con un Referendum il 1° marzo ’92 la Dichiarazione d’Indipendenza del 9 gennaio. I Serbi, guidati da Radovan Karadzic, nello stesso giorno avevano proclamato uno stato separato. L’invio da parte dell’Onu di 11000 caschi blu non fermò l’escalation di violenza.

Il 6 aprile ’92, giorno di Bajram, la Pasqua musulmana, cominciò l’assedio di Sarajevo. Per quattro anni il generale Mladic, nominato da Milosevic comandante delle forze serbe in Bosnia, organizzò una "pulizia etnica" su larga scala, radendo al suolo città e villaggi, perpetrando torture e stupri. Era cresciuto nell’odio per i Croati: gli "ustascia", durante la Seconda Guerra mondiale, gli avevano ucciso il padre, contadino comunista. Mladic e Milosevic sfidarono in ogni modo la comunità internzionale: nella primavera dell’ ’85 le loro truppe presero in ostaggio dei Caschi Blu per esibirli, legati a dei pali, di fronte alle telecamere. La guerra di Bosnia finì quando Milosevic, pressato dall’embargo internazionale, si assicurò di avere sotto controllo la situazione interna. Nell’inverno del ’95, con la mediazione di Richiard Holbrooke, vennero stipulati gli accordi di Dayton: una tregua più che una pace.

La guerra di Bosnia è stata una tragedia, collettiva e individuale, che ha costretto migliaia di vittime innocenti ad un viaggio attraverso gli anfratti più inaccessibili: ma il peggio era pensare che la "civile Europa", vicina e confinante, nulla immaginava di reale su quella tragedia.

Su Sarajevo, cuore e simbolo di un’Europa divorata dal cancro dell’odio, già il cinema aveva soffermato il suo sguardo.

Diversi registi si sono rivelati inascoltate cassandre: primo tra tutti Boro Draskovic, a Venezia nel 1985, con E…la vita è bella, che creò scalpore nel pubblico; Emir Kusturica, con Underground; Milcho Manchevsky, con Prima della pioggia, e Theo Angelopoulos, con Lo sguardo di Ulisse, in cui un mitico Ulisse cerca attraverso tutti i Balcani un’Itaca che non c’è, giungendo infine tra le rovine di Vukovar.

Nel 1997 Marina Abramovic presenta alla XLVII Biennale di Venezia Balkan Baroque, un’opera formata da una sola, lunga sequenza: è buio, al centro una montagna di ossa umane, e una donna, al centro del mucchio, che, cantando un’ipnotica nenia slava, spazzola lenta quelle ossa per circa sei ore. Due anni dopo scene non dissimili appaiono nei ritrovamenti di fosse comuni.

Concludendo: oggi, quanto mai, c’è bisogno di educazione alla pace e alla convivenza multietnica, anche i conflitti vanno compresi e trasformati in occasioni di crescita, conoscenza e sviluppo umano.

Bisogna aiutare le generazioni più giovani ad imboccare la strada della consapevolezza sull’importanza del prossimo futuro per quel che riguarda i rapporti tra i popoli, le religioni e le culture che caratterizzano il Mediterraneo, ripristinare la fiducia e la speranza nella possibilità di contrastare l’insorgenza di tendenze violente e distruttive collegate all’intolleranza, al razzismo e al rifiuto del dialogo.

 



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