La pace mediterranea

di Giancarlo CALCIOLARI (direttore di Transfinito.it)


Curiosamente, lo psicanalista Daniel Sibony, nel libro I tre monoteismi (Paris, Le Seuil, 1992), dedicato anche a Gerusalemme come origine condivisa, parla della religione del padre, della religione del figlio e della religione del fratello. Non stabilisce la distinzione in modo così preciso, ma analizza la questione dell’islamismo come la questione posta dal fratello agli altri fratelli. E noi leggiamo attenendoci alla questione intellettuale del fratello, senza abboccare alla sua negazione, il fratricidio.

Tutte le ipotesi deduttive sul come andrà la questione israelo-palestinese sono catastrofiche. Tutte le ipotesi basate su un sapere come causa comportano l’eliminazione dell’Altro. Il terzo escluso è anche esclusione del fratello e dell’ospite. Occorre intendere che la politica che procede dal fratricidio non ha mai pace e non incontrerà mai la pace.

Qual è la politica del fratricidio che troviamo in tanti miti, oltre che in quello della fondazione di Roma? È la politica che procede da uno e che giunge all’uno, che va dal punto di partenza al punto d’arrivo compiendo un circolo, che dirlo vizioso è sin troppo poco. La circolarità dell’uno nega il fratello e esclude l’Altro. Il pensiero greco – e non la lezione dei tre monoteismi – ha formalizzato questo con il principio del terzo escluso. Il principio di selezione degli umani. Il principio del muro, della città murata contro l’Altro e contro lo stesso muro del suono. Dal muro del suono procede la melodia dell’Altro, sulla quale insiste la preghiera e la parola islamica, e che non è melodia del soggetto e nemmeno del collettivo.

Il fratello certifica il figlio, non è il rivale, non è il nemico. Solo togliendo il padre (portato dalla lezione ebraica) il fratello (portato dalla lezione islamica) risulta nemico del figlio (portato dalla lezione cristiana). E là dove ciascuna lezione viene integrata, non c’è più fratricidio. Il Corano stesso, leggendolo tra le righe, è l’integrazione del testo ebraico e del testo cristiano. Mentre ogni fondamentalismo cerca l’impossibile realizzazione negando il testo; e negando Dio agendo nel suo nome: "in nome di Dio" vengono compiuti i massacri della storia poiché il Dio agente per conto degli umani è fatto a loro immagine e somiglianza. La lezione dei tre monoteismi va in tutt’altra direzione: è l’uomo a essere fatto a immagine e somiglianza di Dio, che resta irrappresentabile, inconoscibile, innominabile, insignificabile.

L’ipotesi che ha la sua verità nelle premesse logiche, e per che questo non potrebbe che trovare conferma nell’esperienza, è la matrice di ogni fondamentalismo, che esclude l’Altro per creare il fondo di ogni razzismo.

Occorre scommettere sull’ipotesi abduttiva della pace mediterranea, sull’ipotesi pragmatica, sull’ipotesi diplomatica: l’ipotesi che non sta preconfezionata nelle premesse logiche di quello che è dato come "fatto" e come "dato di fatto". In questo caso, la guerra tra Israele e Palestina. L’ipotesi abduttiva si scrive con la tavola diplomatica che procede dall’alleanza, dall’apertura.

Come intendere la politica senza più i principi del probabile, del possibile, della credenza, della rivendicazione e della vendetta, del conflitto infinito? Come cessa la lingua dei litiganti e dei pericolanti? Come cessa il discorso della guerra? Il discorso della morte necessaria? Acquisendo la lezione del rinascimento e oggi la lezione del secondo rinascimento, promosso da Armando Verdiglione.

Non c’è stato rinascimento rispetto all’ebraismo, al cristianesimo, all’islamismo? Le arti e le invenzioni di Leonardo da Vinci non hanno ancora dissolto il fare per necessità, ossia l’ipotesi della prostituzione universale? L’arte della politica e l’arte della guerra di Machiavelli non sono ancora giunte a dissolvere la politica e la guerra sostanziali e mentali, militari e religiose, ossia tribali. Il cielo di Galileo Galilei non è ancora il nostro cielo?

Occorre la fedeltà assoluta nella riuscita, nella pace mediterranea, dalla quale procede il futuro in atto nel pianeta. Infatti, se il futuro è ideale, annuncia solo i prossimi massacri della storia.

La Bibbia, il cui Vecchio Testamento sta alla base dei tre monoteismi, indica la fede come indispensabile alla riuscita, non per la distruzione del nemico, dell’infedele, ma per l’edificazione della città intellettuale, dove scorre "latte e miele", e non più sangue.

Nessuna alternativa all’istanza della vittoria, che non si esercita più contro l’Altro, da escludere, ma risalta dall’assunzione dell’autorità e della responsabilità, ben oltre il teatro tragico delle parti convenzionalmente suddivise in autoritarismi e antiautoritarismi.

L’autorità e l’istanza di vittoria intellettuale riguardano ciascuno, nessuno escluso. La guerra intellettuale (senza più spargimento di sangue, senza più nemici) non è facile: richiede l’attraversata della difficoltà e giunge alla semplicità facendo, senza più attese, rimandi o remore. Senza più mattoni sostanziali e mentali per togliere il muro dell’ascolto.

Occorre la procedura per integrazione, di ciascuna istanza intellettuale, anche dell’islamismo, anche dell’induismo, anche del buddismo.

Senza la pace mediterranea, nessuna chance d’integrare la Cina e l’India. Senza la pace intellettuale la Cina verrà avvertita come pericolo giallo. E deduttivamente – se non viene accolta la lezione che emerge anche da queste annotazioni – la Cina sarà la fonte dei massacri della seconda metà del primo secolo del terzo millennio.

Occorre la restituzione del testo. Non i ricordi che spingono alla guerra contro l’Altro.

La specularità delle accuse appartiene al ricordo. Alla negazione del testo.

Qual è la lezione di civiltà?

Non c’è più la possibilità di scegliere la morte, né facendo esplodere l’uno né facendo esplodere l’Altro, né con il muro esoterico né con il muro essoterico, né clandestinità né palamitudine (esse palam).

Tolto il muro del suono, il muro dell’ascolto, rimane il ricordo del muro. L’algebra e la geometria del muro. Quelli che ordinano di fare il muro e quelli che lo fanno.

Non sono queste le mura della città dell’ospite, che poggiano sul muro del suono, per la cui instaurazione non c’è più implosione né esplosione che possa fermare il tempo.

Non c’è scelta alla questione di vita e di morte. La vita non è una variabile della funzione di morte.

Quindi, nessun rimando della questione intellettuale. O ciascun elemento entra nella parola oppure ognuno si priva dell’intelligenza per adeguarsi alla pseudo vita parallela e convenzionale. La vita della delega: a Dio, al popolo, al partito, al suolo, al sangue, alla razza, ai soldi, al potere…

Le religiosità costituiscono deleghe a Dio, si creano un dio a proprio uso e consumo per celebrare i fasti e i nefasti di ogni genealogia del potere.

La lingua propria, quella di ognuno che sa tutto, in particolare e in generale sull’Altro, ha nelle premesse logiche la sua verità contro l’Altro, per escluderlo, per confutarlo, per eliminarlo, per farne a meno, per demolirlo usando il suo stesso linguaggio. Eccetera. Con questa lingua non siamo in condizione di leggere nessun testo e ancora meno di restituire qualcosa. La delega all’Altro non fa che toglierlo, per edificare il ricordo nei panni del razzismo.

Occorre intendere che la delega a Dio non è la delega a Dio, ossia non riesce, e risulta una negazione di Dio.

Con la lingua comune (comune a una comunità, per escludere la lingua altra e l’altra lingua) si arriva all’alleanza finale, alla pace nella necropoli, la pace del cimitero per morte di entrambi i contendenti, dopo la "morte di Dio".

Il pacifismo è ancora "in nome della pace", variante laica di "in nome di Dio", "in nome del nome". E il laicismo risente ancora della sua definizione per opposizione alla religione: non si tratta della non religiosità (che è ancora una forma di religiosità) ma del teorema: non c’è più religiosità, perché non c’è nella parola originaria.

La pace non è un fine da conquistare con una guerra, che gli uni chiamano giusta e gli altri ingiusta, e viceversa. Le cose procedono dall’apertura. Il mediterraneo è nord e sud, est e ovest. Il mediterraneo come orizzontalità e verticalità, come croce, come nodo, come albero, intreccio della pace. Religione della pace, senza più religiosità. Obbligo di vivere (sempre l’etimo di legame) e non di amministrare la morte. La pace stessa procede dalla religione senza più religiosità.

La religione è relazione. Re-lato. Il lato della vita. Mentre la religione della religione (la religiosità) cerca di edificare la lottizzazione del lato: chiude l’apertura e trasforma l’arca in bara, in copertura di morte, in ricordo che nega la memoria originaria: affinché ognuno sopravviva di morte e s’ingozzi dell’albero della conoscenza del bene e del male, escludendo dal paradiso l’albero della vita, smarrito ormai anche dai teologi.

Né compromesso sociale né scontro sociale. Né maggioranza silenziosa né minoranza vociferante. Occorre l’alleanza intellettuale e la politica dell’ospite.

Nessuno sa ciò che Dio vuole. Questa è la lezione del Vecchio Testamento: le cose sono infigurabili, irrappresentabili, inconcepibili. In altri termini, la verità non è già data, non è ontologica, non appartiene all’essere ma al pragma.

Occorre uno sforzo inimmaginabile e inconcepibile per il viaggio intellettuale. Freud ha chiamato questo sforzo "pulsione", Machiavelli "virtù", Leonardo "forza". Verdiglione chiama questo sforzo intellettuale "due", "apertura", "spirale".

È da verificare che nel Corano Dio agisca per gli umani e non operi alla conclusione delle cose, che peraltro sfuggono al controllo e alla padronanza umana. E come non facciamo una lettura realistica e psicotizzante della Torah e della Bibbia, occorre attenersi agli stessi criteri per il testo islamico. Il compromesso tra il testo cristiano e il testo greco ha fatto del Figlio un figlio unico. Allora, per un aspetto, emerge l’islam come questione del frater, come certificazione del figlio, e non come altro fratello opposto al primo figlio che si prende per unico, per non parlare del padre che nella gnosi ebraica non ammette il figlio. Come gnosi, l’islamismo sprona il fratricidio, e per questo nel gergo sono tutti fratelli. Maometto II, il conquistatore, che governa tra il 1451 e il 1481, affermava che per "garantire l’ordine mondiale" ogni sultano doveva uccidere i propri fratelli.

Occorre la restituzione del testo dell’islam come istanza culturale. Il fratello non è escluso e certifica l’ammissione del figlio. E la melodia non è del popolo ma dell’Altro. Occorre sfatare che la melodia possa darsi senza la prosodia e senza la rapsodia. Occorre scrivere non la parodia ma l’ode dell’islam. Occorre l’ipotesi abduttiva dell’islam, mentre le testimonianze sembrano vertere esclusivamente su ipotesi deduttive dell’islam, ovvero sui ricordi, sulla negazione del suo testo. Ogni fondamentalismo è negazione del testo sul quale presume di edificarsi. E l’algebra del testo ci rende geometri della sua negazione.

Ci troviamo a leggere la Bibbia, e quindi a sfiorare la Torah e il Corano, anche come delega impossibile a Dio. E quindi occorre questa lettura della gnosi ebraica e della gnosi cristiana, e anche della gnosi islamica. Ma quello che conta è il testo, non la gnosi. L’interesse è per Dio senza più la delega nel suo nome.

Interessa l’islam, l’abbandono intransitivo, non il fondamentalismo arabo. Interessa l’etimo di musulmano nell’accezione di chi agisce secondo la direzione di vita e nell’accezione di conciliatore, non come soggetto ma come dispositivo di conciliazione, dispositivo diplomatico. Nessuna pace senza l’islam. Ciascuno di noi è ebreo, cristiano, musulmano. E non solo. Per integrazione delle istanze culturali, non per disintegrazione dei razzismi ammantati di religiosità.

Non hanno nessun interesse l’algebra e la geometria dei fondamentalismi. Il bene e il male di ogni fondamentalismo si attaccano al male dell’altro fondamentalismo per realizzare il proprio come bene supremo, allo stremo, secondo l’estremismo più feroce.

La pace non viene alla fine come alleanza per spartirsi il potere tra i fratelli, con una giusta geometria di Gerusalemme scambiata per la torta della vita.

Nessuna polis algebrica e geometrica del finito per meglio escludere il terzo. Gerusalemme è lo zero della parola per ciascuno, israeliano, palestinese, italiano, cinese, brasiliano, malese… per ciascun abitante della parola, senza più abitudini.

Occorre essere chiari: il Dio che vuole, il Dio che sa, il Dio in nome del quale si compiono i massacri è la negazione di Dio. Il Dio che agisce per mano degli umani è la negazione di Dio come fede assoluta, come operatore, come connessione tra le logiche, irriducibili a un discorso su Dio (teo-logia).

Il fondamentalismo è l’idea di padronanza. Occorre il testo islamico senza più l’idea di padronanza, ossia senza più il compromesso con il discorso greco. Occorre anche la restituzione del testo greco, senza più il sistema di Aristotele.

Il testo è da restituire con la lettura e non è da applicare.

La modernità dell’islam? Il rinascimento dell’islam? L’irruzione delle donne dell’islam? La risposta spetta agli islamici, ai non islamici e anche a chi è altro dagli islamici e dai non islamici.

Porre l’istanza della questione intellettuale è porre per prima la trasformazione culturale, poi quella politica e poi quella economica. Non l’inverso.

Questo è anche un testo di scrittura civile, senza più ideologia, lo nota anche la zoopolitica che cerca di capire se chi scrive appartiene a uno schieramento piuttosto che a un altro. Le cose che noi scriviamo e la via in cui ci troviamo poggiano sul diritto dell’Altro.

Non c’è lingua della comunicazione senza la restituzione del testo, altrimenti i pregiudizi circolano e ritornano come presunte verità ontologiche.

La guerra fondamentale cerca il vantaggio nei cambiamenti, nel rispetto dell’immobile. E la pace come scopo, come fine, è l’indice dell’immobilismo: annuncia la necropoli come città della calma, dell’ultima tragedia.

L’imperialismo è in nome della pace e non sfugge all’araldica: tra cani legali e canaglie illegali. Tale è la pace come ragione suprema delle armi della zoopolitica.

Altra è la direzione, senza più le ragioni zoofile del sangue: la pace come logica e come cifra della parola. Non la parola che giunge alla pace, ma la parola che giunge al suo appagamento, alla sua soddisfazione, alla sua conclusione.

Occorre reinventare la pace mediterranea e dissolvere così gli spettri dell’oscurantismo, vanificando la credenza nel pericolo mediterraneo. E il nostro contributo alla pace sta anche nell’indicare la direzione intellettuale. Anche nell’indicare che chi toglie la libertà si presenta come l’ultimo liberatore necessario. La pace segue al diritto dell’Altro e alla scrittura del pragma, di quello che si narra e si scrive facendosi.

Non è facile intendere la pace senza più pacifismo e senza più bellicismo, le due facce della negazione della pace.

La pace mediterranea è indispensabile per la pace planetaria, e per dissolvere quello che tra breve verrà prospettato come ultimo pericolo, quello giallo.

 

Nella scrittura di questo testo ci siamo valsi della lettura quasi trentennale del testo di Armando Verdiglione. Inoltre, segnaliamo il contributo essenziale al dibattito di Sergio Dalla Val, "Il cervello della politica", in Il brainworker. Atti del congresso internazionale Brainworking. Il capitalismo intellettuale, Milano, dal 30 novembre al 2 dicembre 2001, pp. 222-226 (Spirali, 2003, pp. 258, _ 20,00).

 



HELIOS Magazine

e-mai: heliosmag@virgilio.it