Mediterraneo sfida globale

Di Fabio CUZZOLA


Da sempre il Mediterraneo è stato concepito come entità, comunità, continente a se, per introdurre il mio breve saggio mi vengono in aiuto queste righe di Nicola Zitara, che ritengo in assoluto con Tassone il più grande meridionalista vivente.

"Il Mediterraneo come civiltà. O anche la civiltà mediterranea. Di questa famosa civiltà si era sempre parlato. Poi lo storico francese Fernad Braudel chiarí meglio il concetto.

Forse se scrivo la parola greca koiné, comunità, la gente capisce meglio il concetto dell'autore, secondo cui il Mediterraneo, in passato (e non solo in passato) sarebbe stato una specie di continente culturale, segnato dal mare comune, dalla orografia similare, dall'habitat ripetuto su tutti i versanti: l'orto, il villaggio, l'incessante interscambio di merci, uomini e idee." (1)

L’evoluzione che nel corso della storia dell’uomo ha subito l’area del Mediterraneo, è paradigmatica non solo per leggere le cause dell’attuale globalizzazione, ma anche per progettare e sperimentare un futuro "altro", e più che mai necessario per tutti i popoli.

Il lento declino del mare nostrum, dalla centralità geografica, passando attraverso l’ultimo periodo glorioso dell’età di Filippo II, arriva fino ai giorni nostri, lasciando in eredità solo il peso dell’inquinamento e dei viaggi disperati di migliaia di uomini e donne in fuga dai sud del mondo.

Negli ultimi anni in particolare, l’ondata delle politiche liberiste, che hanno caratterizzato la politica di alcuni paesi dell’area, Spagna ed Italia su tutte, ha accelerato alcuni processi devastanti.

In campo ambientale, si pensi al progetto del ponte sullo stretto di Messina, ai numerosi trafori, e alle leggi repressive in materia di immigrazione, come la nostra Bossi-Fini, che fa del Mediterraneo non più una terra di accoglienza, ma una cortina fra paesi ricchi ed aree depresse economiche, che il governo voleva addirittura minare.

Tutto questo và ad aggiungersi all’emergenza ambientale, sulla quale da oltre un decennio le associazioni ambientaliste, conducono una battaglia che rimane inascoltata nei governi, ma che progressivamente sta facendo breccia nella società civile.

Ancora nel 2003, i dati sono allarmanti, del traffico di idrocarburi, la metà transita per il Mediterraneo; ancora negli ultimi venti anni, si sono ridotte del 60% le specie di coltivazioni commestibili.

Anche le coste, per secoli specchio della bellezza paesaggistica marina, sono a rischio, a Malta e Cipro ad esempio il 30% di esse non è più balenabile per una scriteriata politica in favore del turismo di massa.

Tutto questo ci consegna un’area dove l’ecosistema, con la sua ricca biodiversità, una delle più ricche del mondo se si pensa che l’80% della specie di piante ed animali europei, ricadono nei paesi mediterranei, rischia di scomparire.

Le alternative possibili

Il protocollo di Barcellona, firmato nella capitale catalana nel 1995, diventerà operativo a partire dal 2010, trasformando il Mediterraneo nella più grande area di libero scambio del globo.

E’ opportuno pertanto, per non trasformare paesi ed ambiente in un grande ipermercato, di rafforzare quelle esperienze positive avviate da tempo, e progettarne di nuove seguendo i canoni della sostenibilità e della solidarietà.

Da tutti i paesi dovrebbe partire l’esigenza di conoscersi e capirsi fra popoli, recuperando la comune radice antica, al fine di creare un sistema di relazioni che siano la premessa degli scambi commerciali e non la conseguenza, che altrimenti ratificherà sistemi di forza, Europa-Africa, ricchi-poveri, Nord-Sud, che apriranno solo orizzonti meramente economici.

Alcune piste sono già aperte.

Dal 1999 ad esempio, l’Europark, la federazione che raccoglie alcuni parchi al livello europeo, si è dotata di uno strumento di gestione che è la "carta del turismo durevole", per promuovere il turismo responsabile.

Del resto proprio l’industria del turismo è quella che nell’ultimo decennio non ha subito flessioni, anzi registra un incremento annuale del 5%, tant’è che le previsioni del 2005 segnalano che per l’area in esame il numero dei turisti raddoppierà.

Il turismo ambientale, rappresenta il 30% del fatturato, ma è indispensabile far progredire progetti e cifre per mettere in relazione uomini, tradizioni, culture, sapori e storie.

Un’ altra freccia all’arco della sostenibilità, è rappresentata dalla scuola.

Nell’ultima legislazione, l’Unione Europea ha attivato i progetti Socrates-Coemenius, che attivano percorsi di scambio e conoscenza fra insegnanti e studenti dei paesi del vecchio continente, con la possibilità più unica che rara di entrare in contatto anche con realtà che politicamente non fanno parte dell’UE, ma che fanno riferimento all’area mediterranea, come ad esempio il Libano.

Bisogna avere fiducia in questi cammini, formando e dando spazio agli intellettuali in grado di redigere progetti, di rinsaldare rapporti, di costruire ponti.

Quale ruolo per la Calabria?

La centralità della regione meridionale calabrese può sicuramente dare un ruolo di primo piano a questa terra, che in passato ha rivestito ben altri ruoli che quelli di semplice luogo di passaggio, si pensi al periodo bizantino e a quello magnogreco.

Tutto può cambiare a patto che ci si ponga come terra di accoglienza, con strutture e politiche, che trasformino la naturale ospitalità dei calabresi, in progetti duraturi.

In questo senso è da ricordare l’esperienza del paesino di Badolato quando all’inizio degli anni novanta, un gruppo consistente di rifugiati curdi popolò il vecchio borgo abbandonato.

La Calabria oltre ad aspettare dovrebbe uscire dai suoi confini, non come fa attualmente l’ente regione, che paga migliaia di euro un infruttuoso ufficio di rappresentanza a New York, ma promuovendo il dialogo, ogni anno ad esempio decine di operatori e religiosi israeliani si recano a Santa Maria del Cedro, per selezionare il famoso frutto che è uno dei simboli dell’ebraismo, perché non proporre incontri, gemellaggi, campi di condivisione fra giovani palestinesi ed israeliani??

Sono queste le politiche da mettere in atto, altrimenti non basterà la centralità geografica a garantire lo sviluppo economico, relegando agli ultimi posti la Calabria non sola al livello europeo, ma anche mediterraneo.

 



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