MEDITERRANEO. DODICI LETTERE ZUPPE D'ACQUA E DI STORIA

Di Mario MELIADO'


Mediterraneo. Facile, a dirsi. Ma che vuol dire? Per esempio, 605mila risultati cercando questo vocabolo su Google, il più celebre motore di ricerca al mondo per quanto riguarda il pianeta Internet. Tanti, tantissimi segni… una marea!, se vogliamo ironizzarci su. Eppure, se sulla tastiera del laptop io digito il lemma "oceano" - senza neppure specificare intorno a quale specchio d’acqua io debba indirizzare la mia ricerca - gli esiti individuati nel mare magnum (quello sì) della Rete delle Reti si fermano a 529mila. Perché? Anche questa sembra essere valida testimonianza riguardo allo spazio semantico ampio del termine che qui c’interessa.

Mediterraneo come la terza sezione, forte di 9 componimenti, della raccolta di poesia che è probabilmente la più celebre al mondo quanto ai versificatori contemporanei: "Ossi di seppia" di Eugenio Montale. E la vetta all’interno di questa novena aurea - tra l’altro, assai nota e talora studiata anche sui banchi di scuola - vanta un incipit che leggi per non più dimenticarlo, un inizio bruciante che (senza menzionarlo mai) al Mar Mediterraneo dà del tu: Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale / siccome i ciottoli che tu volvi, / mangiati dalla salsedine; / scheggia fuori dal tempo, testimone / di una volontà fredda che non passa. Dove il Mediterraneo è questo ineffabile glaciale innominato soggetto, cui il premio Nobel genovese si rivolge usando la seconda persona singolare; quello stesso che lima i sassolini <mangiati> dalla rude distesa d’acqua salata.

Mediterraneo come un azzurrissimo e insidioso campo di battaglia. Quello omerico delle guerre di Troia, di ninfe e maghe ammalianti che non ti fanno tornare a casa per l’ora di cena…, il procelloso tapis roulant protagonista di mille (dis)avventure, solcato da un semidio-supereroe da far impallidire Tolkien e l’epopea di Matrix (…E subito riprende / il viaggio / come / dopo il naufragio / un superstite / lupo di mare, avrebbe scritto un paio di millenni più tardi un altro lirico dell’ermetismo, Giuseppe Ungaretti). Quello delle guerre di religione e dei mille Crociati d’ogni tempo; il Mediterraneo degli istmi dai nomi curiosi, dei castelli merlati da cui ustionare gli assaltatori nemici con la pece bollente, che era lo stesso splendido bastone col quale colpirono e su cui si sorressero le Repubbliche marinare, forti di rapporti commerciali e culturali così capillari e floridi da far dimenticare qualche …ehm… dissapore.

Però Mediterraneo è soprattutto un collante fra terre – appunto – e popoli differenti. Asia, Europa e Africa, d’accordo; ma la parola rinnega infine il proprio significato apparente, per svelarsi un tramite. Indipendentemente dagli interlocutori.

Mediterraneo, quindi, come il tappeto d’onde dalle mille anse che collega senza nesso apparente milioni di reietti dalle potenzialità schiacciate e ignorate, migliaia d’integralisti del proprio omofobico credo personale e le sterminate opportunità di gemme geografico-produttive come il porto di Gioia Tauro. E magari, come quella volta dell’egiziano sorpreso dentro un container "armato" di computer scanner cellulari e silenzio, scopri all’improvviso che non sai perché, ma i punti di congruenza per te nemmeno futuribili, in realtà, sono già ieri. Ma anche Mediterraneo come il miglior attore non protagonista (splendido, anche senza aver affidata una sola battuta) dell’omonimo film che nel ’91 frutta a un gruppuscolo d’attori una notorietà non effimera e al regista italiano Gabriele Salvatores il premio Oscar.

Da tempo imperversano espressioni come "area mediterranea", "popoli mediterranei": come dire?, c’è voglia di trattino, di unire situazioni ed etnie; forse, ancor più, di schiudersi mercati inediti. Ma sono poi così simili gli abitanti di Rabat a quelli di Lisbona o di Nicosia? Pare di poter rispondere che una vera analogia è difficilmente sostenibile; il denominatore comune s’individua piuttosto, a contrario, in tutto quel che sta in mezzo.

I sapori mediterranei sembrano quindi quell’intersezione che riesce a unire gourmet che in un lembo di terra gustano la pitta, mentre sull’altra sponda amano il kebab; le sonorità mediterranee quel coacervo di armonie, meglio identificabile come la risultante di una gamma cromatica sonora che dall’hip-hop finto-povero, dalle tamurriate napoletane tradizionali degrada alle dissacrazioni del rai. Qualcosa che si avvicina maledettamente alle dissertazioni di un universitario di livello col "vizio" della scrittura: Predrag Matvejevic, in passato docente alla parigina Sorbona e oggi alla "Sapienza", dissidente dell’ex-Jugoslavia e romano d’adozione, che nel suo Breviario mediterraneo ribadisce che certi <valori non si identificano con la differenza in quanto tale, ma sono determinati dai rapporti tra le differenze>. Non è un caso se poi l’intellettuale, bosniaco di Mostar, ha assunto la guida del Comitato Internazionale della Fondazione Laboratorio "Mediterraneo"…

La stessa area, filtrata opportunamente la cerniera cronologica, in fondo ha ben conciliato l’audacia del Beaubourg realizzato dall’architetto-mito Renzo Piano nel cuore di Parigi alle roboanti basi teoretiche formulate da Parmenide di Elea: l’essere è unico, indivisibile, immobile e soprattutto eterno; giacché dal nulla non può nascere nulla e quindi l’essere non è mai nato e non morirà mai… Un concetto tortuoso, che – chissà perché! – ci ricorda da vicino proprio il nostro caro, vecchio Mediterraneo. Per parafrasare il detto di un celebre giornalista, quando siamo arrivati c’era già; e ci sarà ancora, quando saremo andati via.

 



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