L’UOMO: UNA SOLA RAZZA COSMOPOLITA

Le popolazioni umane: origine e caratterizzazione

di Angela SPAGNA









L’Uomo è l’unico primate, tra quelli attualmente viventi, ad aver colonizzato l’intera superficie terrestre, è cioè l’unica specie cosmopolita. Nonostante le differenze fenotipiche, i vari gruppi umani appartengono tutti ad un’unica specie: Homo sapiens. In passato, per indicare questa varietà di forme, era comunemente utilizzato il termine razza; oggi esso è decisamente superato poiché la sua indefinibilità non gli consente di avere validità scientifica. La differenza genetica all’interno della specie umana è inferiore a quella che si osserva in altri animali dove è facile stabilire l’esistenza delle razze. Inoltre, i geni che determinano i caratteri utilizzati per distinguere le razze umane, non mostrano una particolare ricorrenza all’interno delle diverse popolazioni. Ne consegue che, geneticamente parlando, esistono maggiori differenze tra due italiani e due africani presi a caso piuttosto che tra la media delle differenze tra italiani e africani. Si può quindi affermare che nella specie umana non esistono razze dal punto di vista genetico. Già nel 1871, Charles Darwin nel libro "L’origine dell’uomo e la scelta in rapporto al sesso" asserì che la specie umana è una sola, dal momento che "ogni razza confluisce gradualmente nell’altra".(L'immagine a fianco è tratta dal sito del  Ludwig Boltzmann Institut For Urban Ethology) Risulta perciò alquanto difficile stabilire stacchi netti tra le varie popolazioni a causa delle innumerevoli migrazioni e mescolamenti che hanno caratterizzato la storia dell’umanità. Oggi si parla di popolazioni umane, di sottospecie o di gruppi etnici per sottolineare anche l’importanza del legame tra dimensione biologica e storia della cultura umana. Esistono diversi modelli proposti per spiegare l’origine della nostra specie ma quello monocentrico, detto anche modello "Out of Africa", è il più accreditato. Genetisti e paleoantropologi sostengono che l’umanità attuale abbia avuto un’origine unica. L’uomo anatomicamente moderno sarebbe comparso in Africa 100-200 mila anni fa e da lì si sarebbe disperso nel resto del Mondo, sostituendosi alle popolazioni preesistenti come ad esempio quelle di neandertaliani in Europa e di Homo erectus in Asia. L’evidenza genetica a favore di questa teoria è rappresentata dagli studi sul DNA mitocondriale (mtDNA). Il DNA contenuto nei mitocondri (gli organelli deputati a produrre energia per la cellula) presenta caratteri peculiari che lo rendono uno strumento ideale per lo studio della storia evolutiva della nostra specie. I mitocondri, inoltre, si trasmettono da una generazione all’altra solo per linea femminile (in linea maschile essi sono presenti nelle code degli spermatozoi perciò durante la fecondazione restano fuori della cellula uovo non concorrendo alla formazione dello zigote) e l’unica fonte di variabilità risulta essere la mutazione genetica. Il numero di mutazioni che separa due tipi di mtDNA riflette quanto essi siano correlati: più mutazioni sono presenti maggiore è la loro distanza genetica. Gli studiosi hanno ricostruito a ritroso le linee materne di individui viventi fino ad individuare l’antenata comune, la così detta Eva africana. Risulta pertanto ragionevole ritenere che il nostro progenitore sia stato un melanoderma. Le altre pigmentazioni, come anche il taglio degli occhi, il tipo di capelli, la conformazione fisica e le differenze fisiologiche, devono essere considerate come forme di adattamento ad ambienti diversi e frutto della progressiva dispersione dall’Africa verso altre latitudini. Il fattore selettivo che ha agito con maggiore intensità sugli esseri umani è stato quindi il clima. Sulla base delle caratteristiche citate, è possibile distinguere cinque sottospecie umane: 1) la caucasoide, distribuita in tutta Europa, in Arabia, in Medio Oriente, in India e in Africa settentrionale; 2) la mongoloide, distribuita in Asia, nelle Isole Filippine, nelle regioni orientali del Madagascar ed in America settentrionale, centrale e meridionale; 3) l’australoide, distribuita in Australia, nell’Isola del Borneo, nelle regioni centrali dell’India ed in quelle costiere delle Filippine; 4) la congoide, distribuita in Africa centrale e nelle regioni occidentali del Madagascar; 5) la capoide, distribuita in Africa Meridionale. Questa classificazione descrive la situazione dell’umanità prima della scoperta dell’America, avvenimento che, in seguito a fenomeni di schiavitù e colonizzazione, determinò lo sconvolgimento dell’originaria distribuzione delle popolazioni umane. A ciò si aggiunsero eventi epidemici di grande portata che decimarono interi gruppi umani e la recente fase industriale, responsabile degli odierni squilibri economi tra Nord e Sud del Mondo. Nell’ambito di ciascuna sottospecie è possibile poi distinguere numerosi gruppi tipici: tra questi, ad esempio, nell’ambito dei Caucasoidi, vi sono i Mediterranei. Il tipo mediterraneo comparve in Europa nel primo Neolitico e la sua diffusione fu accompagnata dalla coltivazione di grano ed orzo. Questa pratica prova le origini medio-orientali delle popolazioni mediterranee dal momento che le suddette colture hanno avuto i loro centri genetici proprio in Asia medio-orientale. Nel IV-III millennio a.C. i Mediterranei occuparono i territori che oggi conosciamo come Egitto, Russia meridionale, valle del Danubio e del Reno, Europa occidentale, Irlanda e Inghilterra. La grande variabilità fenotipica che oggi caratterizza queste popolazioni è dovuta all’incrocio dei primitivi mediterranei con le popolazioni preesistenti. In particolare l’Italia costituisce un complesso microcosmo di etnie e rappresenta un interessante laboratorio di convivenza secolare tra "diversità" integrate. La tutela di questa ricchezza culturale e dell’inestimabile patrimonio umano rappresentato delle culture residue presenti sul nostro pianeta, deve rientrare tra obiettivi presenti e futuri dell’intera Umanità.

 



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