UNA DEMOCRAZIA MATURA
Dott. Giuseppe Criserà
Responsabile U.O. "Educazione alla legalità Comune di Reggio Calabria
Dopo la caduta delle ideologie, del muro e la fine della guerra fredda, molti pensarono che stava per nascere il migliore dei mondi possibile: un mondo di liberi, di eguali, di democratici, basato su principi etici universali e non più sorretto da rapporti di forza.
Il pensiero, che in quel periodo dominava, era quello che si potesse dare avvio ad un percorso universale e senza ostacoli al cammino della civiltà, della democrazia, della pace e del dialogo tra i popoli. Le cose però non sono andate così, anche se questi propositi rappresentano, ancora oggi, la speranza e l'aspirazione di una moltitudine di persone.
Nell’ultimo G8, tenutosi nella città di Genova, oltre ai "grandi della terra", convenuti per discutere di povertà, malattie, ambiente, istruzione, scudo stellare, sono arrivati pure migliaia di giovani provenienti da ogni parte del mondo per manifestare contro la povertà ma, al tempo stesso, per rilanciare la speranza che democrazia, libertà, diritti, legalità, possano diventare realmente patrimonio dell'intera umanità. La morte di Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso a Genova da un carabiniere, steso per terra e con la testa insanguinata, ha fatto il giro del mondo. Il richiamo che ha spinto quel ragazzo, come altri, a trovarsi in piazza quel giorno, è stato determinato da un impegno civile orientato a lottare gli esiti di una globalizzazione come mero strumento di mercato e i suoi effetti nefasti che questa visione dello sviluppo riserva ai paesi poveri.
Senza dubbio, il crollo delle ideologie, la stanchezza e la disaffezione di molti giovani verso la politica e il suo linguaggio, la percezione spesso lontana delle istituzioni e la presenza di scenari di guerra e povertà nel mondo, hanno dato origine ad un movimento che appassiona, spaventa e divide al temo stesso, ma che ha fatto capire, ai potenti della Terra, che bisogna occuparsi con più realismo ed efficacia di tutte quelle persone che nel mondo soffrono la fame.
Se la povertà non viene combattuta con decisione, non ci potrà essere pace e stabilità nel mondo. Per questo i G8 non possono trasformarsi in occasioni per elargire fondi ai paesi poveri seguendo il rituale di una solidarietà compassionevole ed elemosiniera.
Ciò è inaccettabile, in considerazione del fatto che una cosa è il buonismo, la commiserazione, la filantropia, un'altra cosa ancora è la possibilità di riconfigurare la globalizzazione secondo le esigenze di crescita e sviluppo complessivo dei paesi poveri.
L’affermazione di maggiore giustizia, equità e solidarietà a livello globale vuol dire porre le premesse di un possibile dialogo con popoli e culture diverse, ma vuole anche significare maggiore attenzione verso la necessità di sostenere l’acculturamento e l’emancipazione di paesi poveri, verso l’acqua e il cibo che mancano e le medicine necessarie per curare le malattie.
L'occidente, certamente più ricco, deve contribuire a dare a questi paesi un pò di speranza, di prospettive, di futuro.
Oggi, metà della popolazione mondiale vive con meno di due dollari al giorno e questa condizione è destinata a salire, dicono gli esperti, fino a quattro miliardi di individui entro il 2025.
Secondo l'OMS, 110 milioni di bambini non frequentano la scuola primaria e più di 30 milioni di persone sono portatori di HIV.
Per fronteggiare questi grossi problemi i "potenti della Terra " dovranno comunque riconoscere che alla cancellazione dei debiti dovrà accompagnarsi l'apertura dei loro mercati alle esportazioni dei paesi in via di sviluppo e che la necessità di destinare lo 0,7 % del loro P.I.L. annuale agli aiuti internazionali rappresenta una esigenza indispensabile.
Se le conclusioni del G8 hanno lasciato molti insoddisfatti questo non è certamente imputabile alla guerriglia scatenata da quegli estremisti chiamati Bleck-block, tute nere. Tra i grandi della Terra rimangono ancora molte divergenze su tante questioni.
Il trattato di Kyoto, sul quale l'America ha dimostrato di essere in disaccordo può essere migliorato, ma non può essere certamente ignorato. Il presidente Bush, ad esempio, riconosce che l’emissione dei gas-serra va ridotta ma non ha tracciato le modalità di una possibile soluzione.
Problemi dunque irrisolti ma che rimangono prepotentemente sul tappeto a testimoniare quanto ancora lontani sono le prospettive di possibili soluzioni comuni.
A quei teppisti, che a Genova hanno scatenato una violenza inaudita, non importava nulla del G8, dei suoi contenuti ed obiettivi, dell'AIDS che uccide milioni di vite tra bambini e adulti. Per loro, il vertice, era soltanto un'occasione, come potrebbe essere una partita di calcio o un qualsiasi altro evento mediatico, per creare confusione e scatenare violenza.
Il papa ha detto che "la violenza non è la strada per giungere ad una conclusione equa dei problemi esistenti". Ma anche il Capo dello Stato, nei confronti di quei teppisti che a Genova hanno devastato una città, ha usato parole molto dure: "Penso ai manifestanti pacifici – ha detto il Capo dello Stato – convenuti per testimoniare a favore dei paesi poveri, ai quali questi facinorosi hanno portato nocumento".
Dopo l'attentato terroristico di Manhattan, l'Occidente ha riscoperto i suoi valori condensati nella libertà e nella democrazia faticosamente conquistati nel corso della sua storia e, in modo compatto, non solo ha condannato il vile attentato, ma ha predisposto azioni di lotta contro i mandanti di coloro che con geometrica precisione e lucida follia omicida hanno scatenato l'orrore. Reazioni decisamente legittime ma, a dire il vero, avremmo preferito che la stessa attenzione e coesione fosse anche indirizzata a favore di quei popoli che vivono la loro vita immersi nella miseria, nella fame, nella sofferenza causata dalle malattie.
Il rischio che i problemi che attanagliano i paesi poveri, dopo l’attentato alle torri gemelle, possano ulteriormente inasprirsi ed essere accantonati, è reale. Per questo l'occidente, democratico e legalitario, deve sempre cercare di dialogare con chi al dialogo è disponibile, anche quando gli interlocutori sono paesi con tradizioni e culture complesse, profondamente lontane dalle nostre, alla ricerca di un loro cammino, rinnovamento ed identità.
L’Occidente, che della conquista della democrazia ha fatto giustamente una bandiera, un caposaldo irrinunciabile, deve però interrogarsi sul valore etico del suo modello di sviluppo, spesso fondato sullo sfruttamento unilaterale delle risorse del pianeta che condanna interi popoli alla marginalità. Il pericolo è che il terrorismo cieco e insensato possa farsi scudo strumentalmente delle ragioni di quella immensa moltitudine di diseredati, schiacciati dalla loro povertà.
Il futuro del mondo è certamente condensato nell’equilibrio e nelle decisioni che la comunità internazionale riuscirà a trovare di fronte alle continue sfide di morte ma anche nella scelta di indirizzi politici in grado di trasformare e rendere questo nostro mondo sempre più gestibile e governabile. Ma è un futuro che si gioca tutto nella capacità del mondo industrializzato di fornire risposte credibili e risolutive sia ai problemi del terzo che del quarto mondo.
Dopo l’attentato dell’11 Settembre, come è stato ribadito, il mondo sicuramente non sarà più come prima. La guerra in Afganistan ha incominciato a produrre, soprattutto in America, i primi segnali di nervosismo. Oltre all’incubo Antrace e alla paura di viaggiare, si sta facendo strada un altro "nemico" non meno pericoloso: la recessione.
E’ trascorso quasi più di un mese da quando gli Stati Uniti hanno iniziato a sganciare giorno e notte bombe sull’Afganistan sperando di poter vincere con la forza il "nemico invisibile". Missili e bombe definite intelligenti -che poi tanto intelligenti non sono se confondono così spesso obiettivi- probabilmente hanno prodotto più vittime tra la popolazione civile anziché tra le postazioni militari Afgane. Questa è una guerra strana, combattuta al buio, senza spiagge nè campi di battaglia da conquistare. Essa è fatta di costi immensi ma anche di silenzi, di sconfitte e vittorie invisibili. Basta pensare che un solo missile Cruise costa poco più di 4 miliardi di lire. Ma quello che più di tutto bisogna cercare di evitare in questa guerra è che la risposta Americana sia meno emotiva e più razionale: con la violenza indiscriminata perdiamo tutti, anche perché una guerra, da qualunque parte essa arrivi, è sempre una pianificazione di morte.
L’America della globalizzazione e dello scudo spaziale sembrava non avere ostacoli di nessun genere e tipo nella conquista del mercato unico mondiale, pronta a fronteggiare qualsiasi attacco o nemico forte del poderoso e sofisticato apparato bellico e tecnologico.
Adesso invece, si trova a fare i conti con un nemico invisibile che ha scatenato la guerra con l’uso di coltellini e seminato la paura con le spore di antrace.
Abbiamo detto che la violenza non è il modo migliore per sconfiggere la violenza, anche perché non c’è mai stata una guerra che ha posto fine a tutte le guerre.
E’ difficile prevedere la durata di questa guerra-non guerra, i suoi esiti e i suoi costi sia in termini economici che di vite umane.
La caduta dell’aereo precipitato recentemente su New York, al di là del motivo reale che ne ha determinato la caduta, non fa altro che alimentare angosce, confusione, insicurezza e ansie esistenziali destinate sicuramente ad accompagnare la nostra vita chissà per quanto tempo.
Ma, al di là delle posizioni che si possono avere sulla opportunità o meno di continuare con le azioni militari, resta indiscussa la necessità di difendere e salvaguardare la nostra democrazia.
Essa va difesa perché si è dimostrata capace di riformarsi, di correggersi e di evolversi secondo le necessità e le esigenze di crescita e sviluppo dei suoi cittadini. Non rappresenta un sistema perfetto, né mai probabilmente la perfezione la raggiungerà, ma il suo grande vantaggio sta nel fatto che questo sistema è riuscito a rinnovarsi nel tempo e a fornire ai suoi cittadini enormi garanzie sul piano dei diritti umani, della libertà, della democrazia, della legalità, del progresso.
La nostra democrazia dunque è una conquista che nessun tipo di attacco terroristico può mettere in ginocchio.
Occorre semmai rafforzarla, renderla ancora più partecipativa, allargando la sfera dei diritti contro ogni rischio di esclusione sociale, di modo che si possa fare carico anche di una responsabilità etica verso quella parte di umanità senza voce e senza diritti che vive della propria disperazione.
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