La continuità psicopatologica nelle diverse età: importanza di riconoscimenti e di interventi precoci.

di Salvatore Romeo (psichiatra)

Molti disturbi dell’età infantile, attraverso una diagnosi corretta e precoce ed un intervento altrettanto corretto e precoce, possono avere una prognosi buona, anche se a volte il disturbo può persistere anche in età adulta.

Non sono innumerevoli, ma sono abbastanza gli studi longitudinali che hanno dimostrato ormai una sicura continuità psicopatologica in alcuni disturbi nelle diverse età della vita, per cui è estremamente utile diagnosticare sin dall’inizio l’espressione di una patologia per poterla meglio curare e prevenirne le cronicizzazioni e le evoluzioni ingravescenti.

I dati della letteratura medica prendono spunto da ipotesi teoriche che vengono stimolate dall’osservazione della realtà, ma poi sono i dati empirici che ne suffragano o meno la validità.

Tra le evidenze che emergono, sia da questi studi, che dalle indagini statistiche, che, ancora, dagli approfondimenti anamnestici e psicoterapeutici, è da sottolineare la relazione ormai accertata tra difficoltà di adattamento nelle prime età della vita e comparsa di variabili Disturbi psichiatrici in età adolescenziale, giovanile ed adulta.

Molti fruitori dei Servizi di tossicodipendenza, per esempio, hanno sperimentato sul loro vissuto difficoltà emotive, comportamentali e situazionali che ne hanno condizionato la personalità e l’itinerario esistenziale…

Fino a qualche tempo fa era normale la dicotomia tra mente e corpo, non solo in filosofia, ma anche, ahimè, in medicina. Oggi, finalmente, si è giunti a comprendere che psiche e soma costituiscono un insieme olistico, inscindibile, e della cui esistenza ogni buon medico non può prescindere nell’approccio relazionale, diagnostico e terapeutico.

Analogamente, occorre tenere presente, e riuscire a comprendere, che l’arco della vita non è un susseguirsi di fasi autonome ed indipendenti l’una dall’altra, bensì rappresenta un continuum di momenti esistenziali in cui ogni stadio evolutivo è la diretta espressione di quella (quelli) precedente.

Occorre ancora tenere presente che anche i diversi contesti in cui ogni individuo è immerso non sono luoghi isolati, ma risentono delle influenze degli altri luoghi, degli altri contesti vissuti (famiglia, scuola, gruppi, ecc…).

Se non si riesce a comprendere che la “casualità” è un aspetto trascurabile nella sfera psichica (Freud: Principio del determinismo psichico), sarà molto difficoltoso riuscire a progettare programmi di intervento preventivi ed educazionali tesi al mantenimento ed al miglioramento dello stato di benessere.

Un altro aspetto importante che ritengo di sottolineare è la tendenza a sottovalutare alcuni segni patognomonici che ad occhi comuni possono apparire come manifestazioni di passeggeri disagi emotivi o relazionali, e che “col tempo passano da soli”, ma che invece non si risolvono spesso semplicemente col trascorrere del tempo. A volte, se pur apparentemente si estinguono, lasciano invece delle tracce, dei semi dai quali in seguito possono svilupparsi delle vere forme di disagio mentale in età adolescenziale, giovanile od adulta.

Il mio punto di vista sulla “psicologizzazione” generalizzata e di moda si concretizza essenzialmente sottolineandolo come un vero e proprio pericolo, in quanto banalizza una scienza e produce la sottovalutazione di progetti di screening diagnostici e di interventi preventivi, terapeutici e riabilitativi, figurarsi sulla “ospedalizzazione della scuola”, per cui ritengo che non si dovrebbe allargare ed estremizzare scriteriatamente un qualsiasi discorso inerente la psicologia, e meno ancora la psichiatria. La Psichiatria è una scienza medica, ma spessissimo in ogni “salotto culturale” ci si sente quasi in dovere di esprimere “opinioni competenti” su qualsiasi aspetto che riguardi “il mondo delle emozioni e del pensiero”, oppure il mondo educativo e scolastico, dimenticando che la Psicologia non si occupa tanto di educazione in senso stretto, bensì di “psicoeducazione”, che è un qualcosa di sottilmente diverso.

Diversi studi epidemiologici, iniziati fin dagli anni Settanta, hanno dimostrato che molti disagi psicologici che si manifestano in età adulta trovano le loro radici in eventi significativi dell’età infantile od adolescenziale. Senza approfondire gli aspetti psicodinamici, basta, credo, solo ricordare che queste età rappresentano delle fasi particolari e molto sensibili dal punto di vista psicologico, riconoscendo delle situazioni (life events) che, al di là delle fisiologiche “tempeste” strutturanti e ristrutturanti la personalità e delle naturali vulnerabilità connesse allo sviluppo psicosomatico, realizzano dei veri e propri momenti ad elevato rischio stressogeno. Ed ancora, disturbi dell’elaborazione cognitiva, dovuti a volte a difficoltà della percezione visiva, o dello sviluppo, o della memoria o del linguaggio, oppure ancora ansia ed alterazioni della capacità di concentrazione, possono essere alla base di Disturbi dell’apprendimento, di dislessia o di discalculia.

Quante situazioni, infatti, sono presenti nella condizione esistenziale di un bambino e che spesso non sono riconosciute o che spesso vengono taciute per motivi diversi?

Difficoltà finanziarie in famiglia, conflittualità e disarmonie coniugali, separazione dei genitori, malattie di familiari, nascita e conseguente “gelosia” verso fratellini, inizio degli studi, difficoltà di apprendimento, patologie sensoriali, episodi di bullismo subiti e taciuti, prime esperienze “traumatiche” vissute con le prime simboliche separazioni, carenze affettive, isolamento sociale… Sono traumi importanti o microtraumi ripetuti o condizioni di deficit che, se non contenuti da fattori di protezione e supportivi, se non corretti con interventi precoci ed adeguati, rappresentano possibili rischi di sviluppo psicopatologico.

Spesso le preoccupazioni sproporzionate, i timori eccessivi, le condotte di evitamento, la stanchezza e la svogliatezza protratte, l’irrequietezza, i problemi comportamentali possono velare una depressione sottostante. Svelare una depressione infantile riduce il rischio di una sua persistenza in età adulta, evenienza non rara, considerato che si realizza in una percentuale variabile, a seconda degli studi, dal 47 al 77% dei casi!  Spesso il “bambino inibito sul piano comportamentale”, timido, pauroso ed introverso, può sviluppare in età adulta un Disturbo di panico (15-20%).

Individuare “soggetti definiti a rischio” non significa individuare automaticamente “soggetti ammalati”, ma vuol dire porre attenzione e prendere in considerazione soggetti esposti in misura superiore alla norma al rischio di sviluppare un disagio psichico.

La caratteristica che risulta evidente in una qualsiasi anamnesi di soggetti che soffrono di un disturbo psicologico in età adulta è quella di avere sperimentato in età infantile od adolescenziale la necessità di fronteggiare fattori di vulnerabilità diversi e spesso associati, ancor più spesso “nascosti” agli occhi degli altri.

Il compito degli specialisti è quello di indagare a livello psicosociale le situazioni, le popolazioni e le età a rischio, per poter individuare non solo il disagio ma anche quei fattori che ne facilitano l’instaurarsi e che ne condizionano l’evoluzione, ed approntare piani di intervento efficaci.

Nel 1998 Levi scriveva: “I bambini a rischio sono bambini che sfuggono ad una distinzione bipolare tra normalità e malattia, che si collocano al confine e che sembrano camminare su un filo: emettono segnali di disagio che fanno temere per il loro futuro ma sfuggono ad una definizione nell’hic et nunc”.

Ebbene, è compito e dovere dello specialista cogliere questi segnali di disagio.


 

Disegno di legge sulla dislessia

Egr. Direttore,

    sono venuta a conoscenza che è stato approvato un disegno di legge sulla dislessia.

Come insegnante e madre di tre figli in età scolare, quello che ho letto non prospetta un buon futuro per molti bambini, perché si stanno minando le basi sulle quali si fonda l'istruzione per la futura preparazione professionale e culturale degli studenti.

Non è cosa da poco dispensare l'alunno dalla lettura e obbligarlo (misura compensativa) a utilizzare strumenti che leggono al suo posto, oppure costringere quelli che hanno difficoltà nella scrittura ad usare il computer con il correttore ortografico e l'obbligo di utilizzare la calcolatrice per chi fa errori di calcolo, come si legge nelle premesse al disegno di legge.

Da che mondo e mondo questi tipi di difficoltà hanno fatto e fanno parte del processo di apprendimento soprattutto nei primi anni di scuola ed è proprio attraverso l'esercitazione, la lettura, i dettati, i temi, le correzioni degli insegnanti che tutti  le abbiamo superate.

Così come sono stati sempre presenti bambini più lenti, che scambiavano o omettevano lettere o avevano difficoltà a decifrare segni linguistici, ma andando avanti negli studi li hanno superati brillantemente, come ho avuto modo di vedere personalmente sia io che altri miei colleghi.

Non mi sembra che questi accorgimenti di carattere dispensativo e compensativo risolvano alcunché, anzi impediscono il reale superamento delle difficoltà e apprendimento mascherandole e impedendone il superamento, così che l'alunno resterà incapace per tutta la vita qualunque classe lui stia frequentando.

Invece di utilizzare meglio le risorse della didattica e aumentare il numero degli insegnanti  si sta

incanalando la scuola italiana in strani e oscuri percorsi di dubbio successo.

Mi chiedo dove sia andata a finire la libertà di insegnamento.  Se questa legge viene approvata, si potranno verificare situazioni in cui un'insegnante conoscendo le potenzialità dell'alunno, pur in presenza di errori, e ritenendolo in grado di affrontare un normale percorso didattico, si ritroverà  costretta a segnalarlo come dislessico per un'eventuale diagnosi e se non dovesse farlo, soggetta a denuncia per omissione nell'applicazione della legge.

A mio avviso questo disegno di legge è anticostituzionale visto che intacca pesantemente l'articolo 33 della costituzione sulla libertà di insegnamento.

Marilena Zuccheri

17.7.2007


per non dimenticare

TOMMY, UN ANGELO IN MENO E UNA SCONFITTA IN PIU’

 


Sono una studentessa della facoltà di legge.

Sono ormai trascorsi sei mesi di studio, ma più passa il tempo e più mi chiedo "perché lo faccio?".

Totalmente svuotata e ormai completamente sfiduciata nei confronti delle istituzioni, della legge, di chi ha il potere o di chi potrebbe averlo, BASTA.

Questo non è e non vuol essere un articolo autobiografico, forse un buon giornalista non dovrebbe, neanche in queste situazioni, lasciar trapelare nulla di sé…

Ma ho davanti a me due occhi splendidi, di un azzurro cielo, limpidi e sognanti, ma soprattutto

LIBERI.

Che mi guardano dalla prima pagina di un quotidiano.

Liberi da sorrisi agghiaccianti, da favole che restano tali, da sogni spezzati.

Lo chiamano "il bimbo d’Italia", ma cosa significa per noi assistere inermi e impotenti di fronte a tragedie come queste?

Penso che tutti in famiglia abbiamo almeno un "cucciolo" che possa rallegrare le nostre giornate, che tenuto fra le braccia, sia capace di cancellare TUTTO IL RESTO.

E guardandolo oggi, penseremo ai SUOI occhi, ai SUOI gridolini di gioia.

Ad amici con cui non calcerà un pallone, ad un primo amore per cui non soffrirà, a un lavoro che non lo farà mai arrabbiare o a viaggi sotto un sole caldo che non farà mai. Qui..

"Volevo cambiare il mondo, ma ho scoperto che il mondo non si cambia, perché è fatto di persone"

sento alla pubblicità.

Bene, allora mi rivolgerò alle istituzioni, ai giudici, al governo a chiunque voglia portare avanti questa battaglia e all’informazione per prima, perché non si cerchino gli scoop in vicende agghiaccianti, ma per poter urlare a una sola voce GIUSTIZIA.

Basta pene ridotte, attenuanti, giustificazioni, perizie psichiatriche che fanno si che altri casi si aggiungano ai precedenti.

Come può la giustizia italiana dare a chi stupra una ragazzina di soli 16 anni, la possibilità di ritrovarsi fuori dopo poco tempo, e uccidere un bambino di soli 17 mesi?

BASTA.

E che la giustizia sia una sola e per tutti.

Perché tutti e specialmente noi giovani, non guardiamo al presente attoniti e indignati, ma come al presupposto sul quale lavoreremo per un mondo certamente migliore.

Perché tutto ciò non sia ancora una volta una semplice utopia.

Per non dimenticare Tommy, per non farlo mai, e che i suoi sogni in quegli occhi, ci accompagnino per strada, al lavoro, fra la gente a scuola o ovunque ci troveremo, e che possano renderci migliori.¶


 

"Considerare la dislessia causa di difficoltà specifica di apprendimento"?

lettera della Prof.ssa Margherita Pellegrino

(di seguito i commenti dei colloboratori di Helios Magazine. dott. P. Romeo ed dott.ssa E. Felletti, psicoterapeuti, e del  Dr. Enrico Ghidoni Past-President Associazione Italiana Dislessia. Aggiornato con l'esperienza di Ivana madre di due ragazzi dislessici)


Egregio Direttore.

 ho letto con  stupore ed indignazione che al Senato è in discussione un disegno di legge che prevede di "considerare la dislessia causa di difficoltà specifica di apprendimento". In  realtà la difficoltà nella lettura

ridefinita da neuropsichiatri infantili e psicologi, dislessia, abbraccia secondo loro, un pacchetto che comprende anche la disgrafia  (la scrittura poco chiara e non allineata), la  discalculia (lentezza nel fare i calcoli, non conosce bene le tabelline); questi, che fino ad oggi vengono considerati dagli insegnanti errori, se questa legge viene approvata, saranno: “disturbi di apprendimento” e gli alunni che ne sarebbero affetti  verrebbero diagnosticati ed etichettati dislessici da neuropsichiatri infantili.

 "Il disegno di legge prevede un’attività diagnostica precoce da parte di specialisti….(i quali) sostengono che i risultati migliori, si avranno se si riuscirà a individuare il problema già dal primo anno della scuola dell'infanzia".  (dal Sole 24ore 13-26 gennaio 2006 pag.17).

 Se noi andiamo  indietro alla nostra esperienza scolastica, quando eravamo in seconda e anche in terza elementare ( 7/8 anni), non sapevamo leggere e scrivere perfettamente e magari non rispondevamo in 60/10 di secondo alla domanda quanto fa 6 per 7, perché ora dovremmo pretendere che i nostri bambini  di tre anni, invece, sappiano fare queste cose e magari sappiano  anche  suonare  la nona di Beethoven?

 Gli psichiatri sostengono che la dislessia è una disfunzione biologica di origine ereditaria, ma  in  base ad asserzioni  dei loro stessi specialisti, prove di laboratorio tra cui  TAC  e RM  (risonanza magnetica), non hanno evidenziato alcuna differenza tra il cervello di un  cosiddetto "dislessico" ed uno "normale". Così come non si sa quale sarebbe il fantomatico cromosoma responsabile della trasmissione a livello ereditario (v. Che cos'è la dislessia:  Basi biologiche, Luisa Lopez).

In Italia la psichiatria non è riuscita a  far passare una legge che porti ad etichettare i bambini italiani come affetti da ADHD e così entrare nelle nostre scuole,  ci stanno provando con la dislessia?

 Da quando nel 1991 il Dipartimento dell'Istruzione Statunitense diede istruzioni a tutti i funzionari scolastici di istituire procedure per effettuare la selezione e l'identificazione dei bambini con disturbi dell'apprendimento, fornendo loro degli speciali servizi educativi, psicologici e costringendo per legge i genitori  a  "CURARLI",  si sono ritrovati sei milioni di bambini etichettati Iperattivi , curati con un pesante psicofarmaco i cui effetti sono simili alla cocaina e di questi alcuni sono morti per gli effetti collaterali.

 I disturbi di apprendimento non sono una recente scoperta ma sono presi dal Manuale di Statistica Diagnostico (DSM IV), la dislessia è riesumata da questo stesso manuale, come l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività). Non è che anche la dislessia al pari dell’ADHD, faccia parte di un astuto piano di marketing per monitorare i nostri alunni  e avere ulteriori finanziamenti?

 Dai dati attuali stimano che il 5% dei bambini sono dislessici, che il 4% sono affetti da ADHD, a questi aggiungiamo quelli depressi, ecc... Vogliamo far diventare le nostre scuole l’anticamera del reparto di neuropsichiatria infantile della nostra città? Si sta rischiando di medicalizzare l'istruzione.  

 Come si può fare affidamento sui  risultati di indagini in questo campo quando l'ultima scoperta, resa nota in questi giorni da  ricercatori  dell'istituto di psichiatria di Harvard è stata che i "bambini che nascono in

Inverno sono più intelligenti di quelli che nascono in estate?

 Come insegnante, alla luce della mia esperienza, posso dire che le difficoltà di apprendimento sono dovute a carenze nella didattica, alla mancanza di una metodologia di studio e di tecniche efficaci nella trasmissione della conoscenza. Esistono scuole in Italia e all'estero dove metodi di studio e tecniche di insegnamento efficaci hanno risolto le difficoltà di apprendimento degli alunni. 

Come cittadina mi aspetto che prima che i parlamentari italiani votino e finanzino, con i soldi delle tasse pagate da noi, questa legge, si informino accuratamente su come stanno realmente le cose.          


Analisi del Dott. Pasquale Romeo, psicoanalista 

I disturbi dell’apprendimento come tutte le patologie mentali non trovano riscontri obiettivabili, al meno allo stato dell’arte, di tipo biologico. Ciò significa che il disturbo come ogni disturbo di tipo mentale non è di tipo organico ma invece funzionale. La prof.ssa  Pellegrino in questo caso esprime una verità, cioè che non è possibile diagnosticare tali disturbi se non per alcune variazioni di tipo funzionale che ovviamente sono standardizzate e ben valutate come può esserlo un QI cioè un quoziente intelellettivo. Infatti nessuno oserebbe mai dire che un ritardo mentale non è presente oppure che non c’è perché a livello biologico non si riescono a riscontrare differenze morfologiche o biochimiche significative. E’ logico che per tali dsiturbi dove le differenze sono più sfumate è più facile dire che non esitono, cosa che ci farebbe tornare indietro di 30 anni, come ai tempi dell’antipsichiatria, in cui si andava in giro a sostenere che le patologie mentali non esistono. Inoltre non solo tali disturbi sono raffinati ma richiedono per essere diagnosticati di test standardizzati sulla lettura, il calcolo, l’espressione  scritta e perciò  questi risultano  significativamente al di sotto di quanto previsto in base all’età all’istruzione al livello di itnelligenza. Inoltre cosa veramente importante ed in questo mi permetto dfi contraddire la prof.ssa Pellegrino, i problemi di apprendimento intereferiscono  in modo significativo con i risutlati scolastici o con le attività della vita quotidiana che richiedono capacità di lettura, di calcolo o di scrittura.  Una istruzione inadeguata perciò è vereo hdce può avere come risutlato una scadente prestazione ai test standardizzati ed ecco perché la daignosi deve essere efefttuata da specialisti perché la diagnosi è testistica ma nache clinica altriemnti ognuno potrebbe sostituirsi allao specialista. I disturbi dell’apprendimento devono essere differenziati da normali variazioni nei risultati scolastici e da difficoltà scolastiche dovute a mancanza di opportunità, insegnamento scadente o fattori culturali. Bisogna inoltre evidenziare dove esiste una compromissione visiva ed uditiva o un ritardo mentale od ancora un sditurbo generalizzato dello sviluppo. Tali disturbi meritano l’attenzione perché in alcuni casi la demoralizzazione, la scarsa autostima e i deficit nelle capacità sociali possono essere associati ai disturbi dell’apprendimento e questo quadro porta ad una grande dsipersoine scolastica. La stima del disturbo è dal 2 al 10% della popolazione, negli Usa è stato diagnosticato al 5%  degli studenti. La dislessia è solo un elemento del fenomeno  ed è strettamente associata in  maniera frequente con la discalculia e il disturbo dell’espressione scritta. I disturbi dell’aprpendimento perciò sono molteplici e riguardano la lettura, il calcolo, l’espressione scritta ed il lingaggio. Un elemento perciò importante è il linguaggio nelle sue forme come diceva Piaget. Il linguaggio è un sistema pluricodificato di rappresentazione del mosno che nella sua genesi si configura necesasriamente come un articolarsi sincrono di più liveli comuncativi
Non esisotono dei dati precisi, perciò è difficile pensare quale di questi disturbi  nell’ambito dei disturbi dell’apprendimento merita di più la nostra atetnzione, dalla mia espereinza personale sicuramente la dislessia, tenendo in consideraizone che poi questa, quando è presente, è anche associata  agli altri disturbi. Sicuramente secondo i dati Americani dei disturbi dell’apprendimento, nella loro complessità, meritano molta attenzione e richiedono una particolare ossevazione e trattamento dal Ministero della Pubblica Istruzione dal momento che sono causa di dispersione scolastica. Per essere più precisi il 40% dei bambini con disturbo dell’apprendimento abbandonano la scuola. Dati a parte merita il disturbo da deficit dell’attenzione che è classificato a parte ed ha un’altra rilevanza specifica su cui sarebbe più utile trovare nuovi meomtni di approfondimento.

 


 Analisi della Dott.ssa Elisabetta Felletti, psichiatra:

Secondo il DSM IV per dislessia si intende un disturbo della lettura cioè la lettura orale è caratterizzata da distorsioni, sostituzioni o omissioni; sia la lettura orale che quella a mente sono caratterizzati da lentezza ed errori di comoprensione. Tale anomalia interferisce in modo significativo con l'apprendimento scolastico o con le attività della vita quotidiana che richiedono capacità di lettura. Tale Disturbo rientra tra i Disturbi dell'Apprendimento che comprendono anche il Disturbo del Calcolo,il Disturbo dell'Espressione Scritta e il Disturbo dell'Apprendimento Non Altrimenti Specificato.

Il disturbo del calcolo riguarda la compromissione di diverse capacità comprese le capacità linguistiche, capacità percettive, capacità attentive, capacità matematiche. La  capacità di calcolo è  al di sotto di quello previsto in base all'età cronologica ,valutazione psicometrica dellintelligenza e un'istruzione adeguata all'età. tTle disturbo si trova comunemente  associato al disturbo della lettura e al disturbo dell'espressione scritta.Il Disturbo dell'Espressione scritta consta di un insieme di difficoltà nella capacità del soggetto di comporre testi scritti, evidenziati da errori di di grammatica o di punteggiatura, errori di compitazione e calligrafia deficitaria. Esso si associa comunemente al dist. della Lettura o del Calcolo. Il Dist. dell'Apprendimento non altrimenti Spec. è una categoria per i disturbi dell'appren. che non soddisfano i criteri per alcun dist. dell'Ap. specifico.Questa categoria può includere problemi in tutte le tre aree (letrtura, calcolo ed espressione scritta) che insieme interferiscono nell'apprendimento anche se la prestazione non è al di sotto di quanto previsto per etè,valutazione psicometrica dell'intelligenza, e all'istruzione adeguata all'età.

Altra categoria da non confondre con le precedenti  è il Disturbo da Deficit di attenzione/ Iperattività. La cui caratterstica fondamentale è una persistente modalità di disattenzione e/o di ipertattività- impulsività che è più frequente di quanto si osservi in soggetti ad un livello di sviluppo paragonabile.Vi è un'interferenza con il funzionamento sociale, scolastico o lavorativo adeguato rispetto al livello di sviluppo.In tali bambini può essere presente un  Disturbo OIppositivo Provocatorio, Disturbo della condotta., In tali bambini può esservi una prevalenza di Disturbi: dell'Apprendimento, dell'Umore, D'Ansia, della Comunicazione.


Egregio Direttore,

L’Associazione Italiana Dislessia (www.dislessia.it) , che conta circa 4000 soci (operatori sanitari, insegnanti, genitori di ragazzi e adulti dislessici)  e rappresenta oltre un milione (stimato) di dislessici italiani, esprime il proprio disappunto per lo spazio  fornito alla prof. Pellegrino, che esprime posizioni pericolose ed arretrate su un problema  così diffuso e misconosciuto nel nostro paese. Il disegno di legge sulla dislessia, contrariamente a quanto affermato nell’articolo, intende distinguere il problema dislessia dall’area dell’handicap, come espresso chiaramente nel testo del progetto. Il diritto ad una diagnosi non significa “trasformare le scuole in anticamera del reparto di neuropsichiatria” ma è il presupposto per un riconoscimento del problema e una sua gestione adeguata proprio nell’ambito della scuola.  Purtroppo la prof.ssa Pellegrino manifesta in modo ingenuo e disarmante opinioni prive di qualsiasi base scientifica riguardo ai disturbi di apprendimento. La dislessia viene negata, ci sarebbero solo bambini che fanno errori  , presumibilmente perché non si impegnano. I disturbi specifici di apprendimento sono liquidati e stigmatizzati come se fossero una mania di neuropsichiatri vogliosi di medicalizzare tutto il possibile. Il DSM IV, la più autorevole fonte di riferimento per le definizioni scientifiche dei disturbi mentali, viene ugualmente liquidato  come qualcosa di superato da cui si riesumano delle entità fantomatiche .  L’idea che ciò nasconda “operazioni di marketing” è perfino ridicola dato che per la dislessia notoriamente non esiste alcuna possibilità di trattamento con farmaci.  La base neurobiologica e spesso genetica della dislessia viene sbrigativamente  eliminata  poiché “TAC e Risonanza magnetica non hanno evidenziato differenze tra il cervello dislessico e quello normale”, argomentazione non rilevante dato che le alterazioni  sono a livello submicroscopico e pertanto non visibili con tali esami. Notizie divulgative di terza mano (per es. la ricerca secondo cui i bambini che nascono in inverno sarebbero più intelligenti),vengono aggiunte al calderone per concludere che le scienze psicologiche e neurologiche  non hanno alcuna affidabilità . In pratica un ritorno alla cultura antiscientifica ancora imperante in parte della scuola italiana.. Senza analizzare nel dettaglio, basti dire che queste posizioni, conseguenti alla mancanza di formazione degli insegnanti sul tema dislessia, ha determinato per migliaia di bambini un percorso scolastico di sofferenze e di incomprensioni che spesso si conclude con l’abbandono. Bambini intelligenti e creativi che hanno grandi potenzialità purché siano compresi nella loro specifica difficoltà. Solo da pochi anni, soprattutto per azione della  nostra Associazione, e con la collaborazione del MIUR, è iniziato un movimento di sensibilizzazione e di aggiornamento. Pensare che dislessia e disturbi di apprendimento non esistano e tuttalpiù siano dovuti a carenze della didattica è un illusione che , davanti alla persistenza del problema, finisce con il colpevolizzare il ragazzo dislessico. La didattica è importantissima e gli insegnanti devono aggiornarsi per poter affrontare il problema dislessia con metodologie didattiche adeguate, ma devono superare l’illusione di onnipotenza : la dislessia è un problema costituzionale è non può scomparire così facilmente.  La missione degli insegnanti dovrebbe essere quella di accogliere e fare proprie  le conoscenze scientifiche più recenti su questo tema per poter agire in maniera consapevole e mirata nella loro importantissima funzione di favorire l’apprendimento con metodi adeguati e personalizzati a seconda delle caratteristiche individuali degli allievi. Purtroppo c’è ancora molta strada da percorre per rendere la scuola italiana più adatta ad affrontare le difficoltà di apprendimento, ma per fortuna molti insegnanti non la pensano più come la professoressa Pellegrino.

 La ringrazio per l’attenzione

 Dr. Enrico Ghidoni

Past-President Associazione Italiana Dislessia


Egregio Direttore,

ho letto la lettera , pubblicata  nel  Suo giornale,  del Dr Enrico Ghidoni  past- president Associazione Italiana Dislessia  “ Repliche Sbagliato negare la dislessia “ alla quale ho sentito  il dovere di  rispondere e che la prego di pubblicare .

Il Dr Ghidoni   sostiene che ho sbrigativamente eliminato  “la base biologica e spesso genetica della dislessia perché ‘Tac e Risonanza magnetica non hanno evidenziato differenze tra il cervello dislessico e quello normale’, argomentazione  (dice) imprecisa e non rilevante dato che le alterazioni strutturali e funzionali della dislessia sono a livello submicroscopico”. Mi accusa di aver manifestato “nel modo più ingenuo e disarmante possibile opinioni prive di qualsiasi base scientifica riguardo ai disturbi di apprendimento” e di cultura anti-scientifica.

Quella che il Dr Ghidoni chiama  “argomentazione imprecisa e non  rilevante” è  stata estrapolata

dalla documentazione  che l’ AID  ha fornito agli insegnanti che hanno partecipato al corso di Formazione per docenti patrocinato dall’Ufficio Scolastico  della Regione Lombardia nel febbraio

2005.

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Non  essendo un medico non voglio entrare nel merito  delle basi biologiche della dislessia anche se quanto sostiene il Dr Ghidoni “le alterazioni strutturali e funzionali della dislessia sono a livello submicroscopico” mi lascia perplessa, perché non essendo rilevabile neanche al microscopio,

qual’è  allora la prova scientifica che ne dimostra l’esistenza?

 Fonti autorevoli e ricercatori  quale ad esempio il Dottor Elliot Valestein, rappresentante  di un consistente gruppo di esperti di medicina e biochimica, autore del libro Blaming the Brain, scrive: “non esistono test per accertare lo stato biochimico del cervello di una persona mentre è inVita” (pag.4)

Per quanto riguarda l’affermazione: “il DMS  IV, fonte indiscutibile riguardo alle definizioni scientifiche dei disturbi mentali”,  c’è parecchia letteratura medico/scientifica al riguardo, solo per citare alcuni studiosi,  il dottor Thomas Dorman, internista , membro del Royal College of Physicians del Regno Unito e del Royal College of Phisicians del Canada, ha scritto: “In breve, la creazione di categorie psichiatriche di  ‘disturbi’, la loro ufficializzazione tramite ‘consenso’ e la successiva attribuzione di codici diagnostici, che a sua volta consente di utilizzarle per ottenere i rimborsi delle assicurazioni, non sono altro che una grande truffa che fornisce alla psichiatria un’aura pseudoscientifica”.

Il Dr Ghidoni parla di  metodologie didattiche adeguate e di  conoscenze scientifiche più recenti sul problema sui quali gli insegnanti devono essere formati.

Il far fare i calcoli, utilizzando sempre la calcolatrice, ai  discalculi, dispensandoli dall’esercitarsi sulle tabelline perché tanto a loro non serve, non le impareranno mai.   L’impedire di leggere, deve leggere per lui il genitore o l’insegnante o  il programma computerizzato già preparato, al bambino che legge male  ( misure dispensative). L’ imporre di scrivere in stampatello maiuscolo o soltanto utilizzando il computer ai bambini che sono disgrafici ( dispensarli dallo scrivere in corsivo). L’imporre di scrivere al computer utilizzando  il correttore automatico ( le cosiddette stampelle per i dislessici, come definite dagli addetti ai lavori) ai bambini che fanno errori di ortografia e/o di grammatica. L’etichettare  il bambino come dislessico , così non si sente più colpevole per gli errori che fa e di conseguenza  viene ripristinata la sua autostima. Sono  queste  le conoscenze scientifiche più recenti che realmente “aiutano ” i ragazzi  con difficoltà ?

La cosa che mi ha soprattutto sconcertata, della giornata di formazione ricevuta durante il convegno di cui sopra, è stata l'affermazione fatta dal neuropsichiatra infantile relatore e cioè che:  l'insegnante che si trova davanti un bambino che parla con difficoltà a 4/5 anni, deve "chiamare l'ambulanza" e portare l'alunno al reparto di neuropsichiatria infantile della città e che l'insegnante è a monte del processo diagnostico della sanità, “arriva come l’agnus dopo il lupus della sanità” .

 

Penso che questi non sono i metodi didattici “più avanzati”,  ce n’era uno molto più “efficace” utilizzato fino a qualche anno fa , era quello di “non mandare i figli a scuola”, era chiamato analfabetismo.

Inoltre, questi alunni intelligenti , ma  “dislessici” dopo aver dimenticato , o non imparato per niente a leggere, scrivere e far di conto, messi in un’angolino in classe con l’insegnante personale  (di sostegno) che  si prenderà cura di lui con  i metodi di cui sopra , qualche problema  se lo creerà ,  gli verrà qualche frustrazione , magari va in depressione, e come viene curata la depressione? Con le "caramelle"?  Non solo, fuori ci sono migliaia di aziende che  non aspettano altro che  avere dipendenti "addestrati" in questo modo, così saranno anche professionisti di successo.

Nell’articolo “Il convegno sulla dislessia esperti a  confronto “ ( Il  Secolo    XIX  DEL 7/10/05), è stato scritto che  Albert Einstein,  fu bocciato in quarta elementare, Leonardo da Vinci  a scuola era considerato un somaro , che  anche Bill Gates  a scuola non brillasse più di tanto e che erano  tutti bambini affetti da dislessia, ma nessuno se ne accorse.

Sono stati bambini sfortunati che non hanno potuto beneficiare degli strumenti compensativi  e delle misure  dispensative che ora invece sono a disposizione dei nostri bambini. Chissà quali vette avrebbero potuto raggiungere se ne avessero potuto beneficiare?

 

Prof.ssa Margherita Pellegrino, 13.2.2006

 


3 marzo 2006

Egregio Direttore,

 

La prof.ssa Pellegrino esordisce, in una sua lettera aperta, con la suguente frase :”Ho letto con stupore ed indignazione che al Senato è in discussione un disegno di legge che prevede di considerare la dislessia causa di difficoltà specifica di apprendimento....” Innanzitutto posso capire lo stupore ma, addirittura che si indigni di fronte a una proposta di legge come questa mi fa un pò specie. Non stiamo parlando di voler legalizzare la droga o di dare la possibilità a chiunque di ammazzare un proprio simile ma, semplicemente si sta proponendo un qualche cosa che possa aiutare alcuni ragazzi con delle difficoltà specifiche a poter assolvere alle proprie incombenze scolastiche in maniera serena e con le stesse opportunità di chi non ha alcun problema. Non peraltro c’è un articolo della nostra costituzione che dice :” - Il diritto al "rispetto della persona" di ogni essere umano, chiunque esso sia (art. 32); riconoscendo a tutti i cittadini e le cittadine "pari dignità" sociale, civile e giuridica, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" (art. 3). - Il diritto di tutti (anche "gli inabili ed i minorati") ad essere sostenuti nel cammino verso "il pieno sviluppo della persona umana", attraverso la rimozione degli "ostacoli di ordine economico e sociale", che limitano di fatto "la libertà e l'uguaglianza dei cittadini" (art. 3 e 38).” Ma torniamo alla nostra Professoressa, ovviamente pur professando non sa che a tutt’oggi nessun insegnante chiede e tanto meno pretende che bambini di tre anni sappiano leggere, scrivere e far di conto tant’è vero che una diagnosi corretta di dislessia la si può ottenere alla fine della prima elementare o inizio seconda, quando ormai tutti i bambini dovrebbero aver acquisito quello che viene chiamato meccanismo automatico di trascodifica dei simboli e che rende così fluido il processo di letto scrittura. Probabilmente ella non sa che i Neuropsichiatri non tirano i dadi per decidere se un bimbo è affetto o meno da questa patologia ma, prima di “etichettare” essi, per un intera settimana, sottopongono i ragazzi a test calibrati e collaudati facendo anche sedute di coloquio individuale con i genitori e i bambini da dove cercano di capire se prima di parlare di patologia non ci sia un qualche disturbo a livello psicologico che impedisca la buona riuscita scolastica.

Sembra, da quel che si legge nella sua lettera, che la sua più intima paura sia quella di dover affrontare un gruppo classe dove vi siano patologie neuro-psicologiche di ogni tipo così che il suo ruolo di “insegnante” non possa essere svolto a pieno in quanto prima di etichettare un ragazzo come svogliato, incompetente e distratto dovrebbe porsi la domanda :”Ho fatto tutto quello che mi è stato consigliato dagli specialisti per questo ragazzo? Mi sono preoccupata di permettergli di utilizzare tutti gli strumenti compensativi di cui necessita?”. A questo punto la sua autorità dove sarà finita? Come potrà distribuire voti catastrofici senza che nessun genitore possa recriminare?

Ad un certo punta cita una ricerca fatta da alcuni esperti che affermano che  bimbi nati in inverno siano più intelligenti di quelli nati in estate, ovviamente la citazione è sarcastica quasi a voler sminuire il lavoro di chi,come i neuropsichiatri, ogni giorno sta a contatto con persone che realmente hanno problemi seri. Anch’io ho sentito questa notizia ma è stata segnalata come uno studio fatto su un campione minimo di persone in Inghilterra da quegli stessi ricercatori che ci dicono quanto sia più o meno attraente l’uomo latino nella massa e quindi imparagonabile a medici esperti e competenti.

Posso concordare quando afferma che le difficoltà di apprendimento sono, in parte(questo lo aggiungo io) dovute a carenze nella didattica, alla mancanza di una metodologia di studio e di tecniche efficaci alla trasmissione della conoscienza, ma forse a questo punto dovrebbe domandarsi: “Sto facendo bene il mio lavoro?”.

La carenza da lei lamentata è evidentemente un qualche cosa che manca alla maggior parte degli insegnanti di oggi che, come lei, rifiutano la patologia e quindi si disenteressano totalmente di come potrebbero interagire e migliorare la comunicazione con questi ragazzi accanendosi contro di loro facendo così crollare la loro autostima e portando avanti una generazione di futuri adulti sempre più insicuri ed inconsapevoli delle proprie capacità.

Ogni specialista che diagnostica una patologia di dislessia e disturbo dell’apprendimento si dà sempre disponibile ad incontrare gli insegnanti per spiegare come rapportarsi di fronte a queste problematiche ma sono molto pochi quei docenti che si dichiarono disponibili al confronto.

Io sono una mamma di due ragazzini dislessici con gradi di gravità differente, ogni giorno lo passo a l dei fianco miei figli leggendo per loro e con loro le lezioni da studiare, facendogli riassunti per rendergli più semplice la comprensione dell’argomento, cercando di far entrare in testa le tabelline alla più piccola dei due che nonostante sian due anni che le ripetiamo purtroppo non riesce a farle sue. Sono una mamma che segue giornalmente nel percorso scolastico i propri figli e spesso si sente dire dagli insegnanti che non sono seguiti e che non hanno voglia di impegnarsi. Sono una mamma che asciuga le lacrime del suo figlio più grande quando a scuola viene umiliato dalla Prof. che di fronte alla classe lo denigra e lo schernisce. Ma in primis sono una mamma che ha studiato per fare l’insegnante e che si indigna di come la classe docente italiana sia così ferma al medioevo ma, ancor di più, si indigna nel vedere questa Prof.ssa Pellegrino che vanta anni di esperienza scolastica e che dichiara di sentirsi derubata per una legge che promuove la continuità scolastica e pari opportunità per tutti.

Forse mi sbaglio ma, probabilmente, la nostra professoressa ha qualche cosa che le brucia dentro, forse a sua volta a scuola è stata bistrattata ed ora è invidiosa che i bambini di oggi possano finalmente non soffrire più quel che ha sofferto lei... o più semplicemente è una finta saccente che pur di mettersi in mostra prende pezzettini di articoli su internet inerenti alla dislessia, li mette insieme senza capirci nulla ma dando l’impressione di esser bene informata.

Cara Professoressa Pellegrino la ringrazio, come mamma, per l’attenzione che presta al problema della legge e poco importa se lei ne parla male, l’importante e che ne parli così ci da la possibilità di risponderle e far capire ai cittadini che grazie a questa legge faremo un passo avanti nel lungo cammino che dovrebbe rinnovare la pubblica istruzione ancora ancorata a vecchi ed obsoleti preconcetti.

Per chi volesse avere informazioni in più sulla dislessia consiglio vivamente di visionare il sito www.epilessia.it, anche a lei gentile Prof.ssa.

 

Grazie e cordiali saluti

 Ivana


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