recensione a cura di Giancarlo Calciolari
Pino Rotta ha da poco pubblicato "La
Vergine francese" (Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 2006,
pp. 175, € 10)), una raccolta di racconti in due parti, la prima
s’inaugura con “La Vergine francese”, il racconto che dà il titolo al
libro e la seconda con “Dialoghi immaginari quasi seri. Un caffè con Peter
Pan”, una serie di interviste “impossibili” a personaggi della storia e
della letteratura. Racconti. E la filosofia stessa che s’incontra con la
letteratura (la collana in cui il libro è pubblicato ha per titolo “I
quaderni di Harry Haller. Quando letteratura e filosofia s’incontrano”,
diretta da Francesco Idotta) si integra nella narrazione, anche a suggerire
che la filosofia, come scrive il filosofo Jean-Pierre Faye, nella sua natura
è narrazione. Ovvero i dialoghi immaginari di Pino Rotta sono autentici
racconti e non saggi filosofici in forma di letteratura. I saggi Pino Rotta li
scrive e quindi con la letteratura la posta in gioco è un’altra. Certamente
non la verità teologica, ma nemmeno la verità logica e deduttiva delle
scienze umane, modellate sullo schema matematico, bensì la verità della
materia di vita, quella che si dà nel tono di un incontro, la verità come
effetto indeducibile da nessuna causa. Questa verità giunge lungo il filo del
racconto, a partire da una materia linguistica non codificata.
La vergine francese per ciascun lettore è tutto ciò che si può pensare a
questo proposito, e proprio perché è anche tutto ciò che non è, ma in
quanto richiamato dalle stesse parole, che s’impone l’altro da quello che
è la vergine francese e da quello che non è la vergine francese. Allora la
vergine francese esercita un’influenza intellettuale. Ovvero nessuno può
restare indifferente leggendo il racconto di Pino Rotta.
Prossimo allo smarrimento di Benjamin nei passages di
Parigi e allo smarrimento che conduce nel luogo dell’appuntamento come nel Processo
di Kafka, il protagonista del racconto “La Vergine francese”, malgrado i
suoi studi in lingue e letteratura moderna e una specializzazione in
semiotica, non arriva a rendere significabile un’immagine. Per questa
immagine ritorna a Parigi. Era forse un riflesso, un gioco di luci, una forma
quasi impercettibile... Qualcosa sfugge alle significazioni codificate, la
Vergine, Maria, Anna, Maddalena... Altre rappresentazioni della Vergine in
altre basiliche di Francia spalancano la via all’irruzione del politeismo,
con la costellazione della Vergine, sino al suo sdoppiamento nella Vergine in
alto nel cielo e nella Vergine in basso sulla terra. Nel compimento di una
genealogia femminile, lo zero non è Dio-Padre, bensì la Dea-Madre. Ma non è
Eva. È Lilith, la mère obscure. “Una donna serpente
stava in mezzo ad Adamo e ad Eva con lo sguardo sereno e rassicurante rivolto
verso Eva”. Forse Lilith non è da situare rispetto all’albero del bene e
del male, ma all’albero della vita, dei cui frutti ciascuno può nutrirsi
senza più peccare, senza più attenersi alla sacra rappresentazione, che
anche nella Cappella Sistina affrescata da Michelangelo (citato nel racconto)
si rivolge solo all’albero della tentazione inintellettuale.
Qual è la materia intellettuale dei racconti di Pino Rotta? È la materia del
sogno. Non la materia sociale dei suoi studi scientifici, ma proprio quella
materia di cui non c’è traduzione nel discorso scientifico. Nella sua
prefazione alla Vergine francese, Gianni Ferrara indica
questo dicendo che i racconti confinano con la poesia. Tali sono “Autunno”
e “Attimo portoghese”, nei quali la voce narrante pare senza storia. Ma
anche le vicende del “Marinaio” sono pervase dal tono poetico che
accompagna l’esperienza di vita autentica. Questa è la poesia quando non la
si definisce più come un genere letterario: scrittura dell’esperienza e non
più discorso tra i discorsi.
La vita presunta ordinaria è restituita alla sua originarietà. Anche Il
pensionato “quasi incazzato” oppure "La gita domenicale"
sono vite di uomini non illustri, nella tradizione del maestro Giuseppe
Pontiggia. La non accettazione intellettuale della “sopravvivenza” di
alcuni personaggi non volge mai nel rifiuto della loro vita. Da tale apertura,
rara, se non rarissima, procede la narrazione di Pino Rotta. La narrazione
letteraria come la narrazione saggistica.
I dialoghi immaginari disarmano dalle armi improprie della stupidità, che
pone sul piedestallo qualcuno per farne la caricatura, nel bene come nel male.
Sono piuttosto “impersonaggi” Voltaire, Freud, Majakovskj, come anche
Peter Pan e Don Chisciotte, nel senso che sono ricondotti all’etimo di
persona, che indica piuttosto la maschera, l’immagine semovente (come quella
della Vergine francese) e non la fissità odierna del cosiddetto personaggio.
Voltaire si gira a guardare le ragazze per strada, e per Don Chisciotte solo
chi sogna si muove!
Le cose cominciano dal paradosso e non dall’ortodossia dei vari regimi, che
ha il suo colmo nell’eterodossia. La doxa non resiste all’ilarità che i
dialoghi immaginari non cercano di nascondere. Non resta che lasciare
risuonare le parole, anche quelle di Don Chisciotte, eteronimo di Pino Rotta,
come anche di chi scrive questa nota di lettura: “eppure mi pare di riuscire
a viaggiare molto più lontano e più a lungo di voi”. Basta provare, senza
più credere. La materia del sogno si staglia dall’atto di parola, che non
è per nulla ideale o metafisico. Cos’altro è la materia del sogno di Pino
Rotta se non la materia della libertà, del diritto, della giustizia, della
solitudine, della rivoluzione, della speranza? La materia stessa della verità.
Pino Rotta con La Vergine francese è giunto alla cifra
poetica della sua scrittura civile, che con altro modo e tono si esprime nei
suoi scritti sulla società.
Pino Rotta. Reggio Calabria. Direttore della rivista di scienze
sociali "Helios
Magazine".
Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".
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