racconto - LA VERGINE FRANCESCE

di Pino Rotta


Questa era dunque Parigi. Ancora Parigi, ancora una volta Parigi.

Si trascinò fuori dal letto avvolto nel lenzuolo, con gli occhi pesanti per il poco sonno di quella notte, si avvicinò alla finestra e tirò le tende per guardare fuori. I vetri gocciolavano per la pioggia che ancora scendeva sottile ed intensa, sempre uguale. Quasi tutta la notte era rimasto in piedi accanto al vetro a guardare la pioggia scendere sulla città luccicando tra le mille luci della strada, delle auto, dei caffè, dei cinema. Era come ipnotizzato dalla pioggia e dalle luci. Rimase delle ore con lo sguardo fisso senza alcun pensiero, senza alcuna emozione, immerso in una contemplazione del tutto indistinto.

Da dietro quei vetri guardava la città e poteva essere ovunque, la cornice del mondo fuori era una finestra bagnata dalla pioggia. Ora che la luce nebbiosa era quella del giorno che entrava in quella camera d’albergo illuminandola lievemente ebbe l’impressione che la realtà si fosse capovolta, la cornice era la stessa ma immaginava di guardare sé stesso, dietro ai vetri della finestra di quel vecchio palazzo, in Place de la Madaleine, da fuori della stanza come nei giochi di specchi di alcuni quadri fiamminghi. Immaginava di vedere la sua immagine da lontano, dietro i vetri della finestra, al secondo piano di quel palazzo attaccato ad altri palazzi, in fondo a quella strada che sembrava un lunga navata di una chiesa, tra file di tavolini da caffè, improbabili capitelli senza colonne, da un lato ed i banchi dei fiori allineati sull’altro, accanto alle altissime e scure colonne della Madaleine. Un lento zoom all’indietro che faceva perdere i contorni della sua immagine.

Di domenica mattina Parigi dava l’idea di un teatro vuoto, qualcuno che spazza via l’immondizia del giorno prima, qualche altro che rassetta le sedie, poche persone che passano da un lato all’altro della strada per scomparire dopo pochi passi dietro un angolo.

Scese a piedi le scale dell’albergo e si incamminò verso il caffè sul marciapiede di fronte. Dopo una notte quasi insonne il caffè francese, lungo più del dovuto, gli fece quasi piacere se non altro serviva a scaldarlo un pò e consentirgli di passare ancora qualche minuto al coperto in attesa che la pioggia, ormai stanca anche lei della lunga nottata, smettesse.

Si incamminò assorto nel pensiero di un’immagine misteriosa che lo tormentava ormai da sette anni. Dalla prima volta tanti ne erano passati, ed intanto lui aveva continuato la sua vita, aveva studiato e si era laureato in lingue e letteratura moderna, specializzato in semiotica, am quell’immagine non l’aveva mai abbandonato. Era quella la sua meta, il luogo in cui ricordava confusamente di avere avuto la prima percezione di quell’immagine. Percorse così Rue Royale, Rue de Rivoli poi scese verso la Senna fino ad arrivare davanti a Nostre Dame. Dall’alto le sinistre figure dei gargoyles lo fissavano facendolo rabbrividire più dell’aria umida e fredda, un brivido che arrivava fino alle ossa. Era ancora presto e la chiesa era ancora chiusa.

Si fermò sul piazzale davanti alla cattedrale in attesa che, fatto giorno, arrivasse l’ora di apertura per la messa delle otto, dette un rapido sguardo, quasi sfuggente, al frontale, era solo una sagoma scura, abbassò gli occhi per un lungo momento e poi tornò a guardare in alto, la penombra era come un sollievo per i suoi occhi stanchi per la lunga notte, ma ebbe di nuovo un brivido gli percorse la schiena. Abbassò lo sguardo e si abbracciò per scaldarsi ed anche un pò per rincuorarsi.

Nell’ora che separa la notte dal giorno sentiva l’ombra della cattedrale gettargli addosso il suo gelido sguardo, come se tutti gli occhi dei santi, dei re e delle chimere che si affacciavano da ogni pietra scolpita della cattedrale fossero tutti minacciosamente puntati su di lui. Questa sensazione gli faceva mancare il fiato e non riusciva a starsene lì fermo ad aspettare.

Decise così di camminare e si avviò verso il bordo della Senna passando dal lato sud della chiesa. Quando giunse nei pressi del parco fu attratto dalle sagome degli alberi che avevano qualcosa di innaturale nella loro uniformità. Fu colpito dal fatto che, oltre ad essere allineati come tanti soldati pronti per essere passati in rassegna, fossero anche tagliati tutti alla stessa altezza e tutti nella stessa forma. Un vero contrasto con la miriade di sculture che brulicavano sulle pareti della cattedrale che, pure nella loro perfetta logica architettonica, evocavano un infinito universo di storie e di emozioni, una per ogni pietra, una per ogni particolare delle infinite forme artistiche che componevano la secolare rappresentazione della storia della cattedrale gotica e che, rispetto alla composta normalità della natura manomessa degli alberi, sembrava voler affermare il trionfo dello spirito sulla materia.

Si appoggiò sull’argine e rimase così assorto ad aspettare l’ora per entrare nella chiesa, voltando le spalle al serpente d’acqua che, quasi silenzioso, prima si divideva in due e poi tornava a riunirsi sussurrando le sue storie mentre avviluppava tra le sue doppie spire l’intero corpo dell’Ile de la Cité che, sul punto rivolto ad oriente, lanciava verso il cielo le guglie di Notre Dame.

Arrivò così l’ora e la gente cominciava ad arrivare per la prima funzione del giorno.

A piccoli passi, quasi esitando, ripercorse il tratto di viale da cui era arrivato, squadrò l’angolo verso destra e si avvicinò ai tre frontali della cattedrale. Quasi stupito si accorse che l’ingresso del frontale centrale era inaccessibile, l’ingresso sovrastato dal grande rosone era chiuso, guardò ala sua destra e si accorse che anche il portale di S. Anna, quello che raffigurava apocrifamente la vita della nonna di Gesù era anch’esso chiuso. Allora avanzò qualche metro e giunse al portale della Vergine, quello posto ad occidente, da lì era possibile entrare.

Varcò la soglia e si trovò immerso di nuovo nel buio rischiarato solo da poche candele accese che tracciavano il percorso lungo la navata posta a nord. Dal punto in cui si trovava l’altare non era visibile, d’altronde era ancora quasi del tutto buio e non avrebbe potuto vederlo neanche dalla navata centrale.

Era arrivato ormai, lì da qualche parte doveva esserci quello che cercava. Aveva la sensazione di essere ad un passò dalla sua meta ma non riusciva a decidere da dove cominciare a cercare, c’era troppo buio, le navate erano troppo alte e non riusciva a distinguere le figure che stavano così in alto. Per un momento ebbe un senso di smarrimento, non sapeva da che parte andare, dove guardare e in fondo non aveva neanche chiaro in mente cosa stesse veramente cercando.

Tentò di tornare con la mente a sette anni prima, quando per la prima volta era stato a Parigi, tre giorni, viaggio organizzato, tutto compreso. Quella volta era andato come un qualunque turista, in compagnia di amici e come tutti i turisti aveva fatto il giro della città guardando monumenti e musei attorniato dal chiassoso vociare della folla di altri turisti che facevano lo stesso giro, guardavano le stesse cose, scattavano le stesse fotografie. Anche lui aveva scattato centinaia di foto, aveva fotografato di tutto quasi per fermare degli istanti di quel tempo che correva veloce, troppo veloce. Il terzo giorno, ormai era già buio, si era ricordato di non avere visto Notre Dame, il tempo era volato e lui il giorno dopo sarebbe partito senza essere stato a Notre Dame. Non poteva essere, questo fatto non poteva accettarlo. Così nonostante fosse ormai notte, lasciò gli amici in albergo e da solo era andato fino alla cattedrale, si era fermato davanti alla sagoma scura della chiesa e quasi ad occhi chiusi, tanto faceva poca differenza, aveva fotografato il frontale del monumento. Tutto qui, una foto scattata nel buio, aveva pensato un pò divertito che quella foto nera la avrebbe incorniciata per ricordo, un ricordo tutto suo, incomprensibile agli occhi di chiunque l’avesse guardata.

Aveva scattato altre foto alla piazza, e, lungo la Senna, aveva fotografato anche il fiume, tanto ormai doveva finire il rullino.

Tornato in Italia aveva sviluppato le foto ed era stato impaziente di incorniciare la foto del "buio di Notre Dame", ma quando ritirò le stampe dal fotografo e le guardò in cerca della foto ebbe una sorpresa. C’erano le foto nere, c’erano tutte. Ma al centro di una di queste qualcosa era rimasto impressionato sulla pellicola. Dapprima pensò che si trattasse di un riflesso, un gioco di luci, ma guardando con attenzione, usando anche una lente di ingrandimento, in una delle foto aveva individuato una forma. La foto era quella di Notre Dame era certo, ma la sorpresa non era finita. Al lato sinistro a pochi metri dalla base della sagoma nera quasi impercettibile della cattedrale c’era uno spicchio luminoso con il lato inferiore arrotondato da un lato e convesso dall’altro, dei fasci di luce molti tenui ma visibili si incrociavano al di sotto formando una croce. Quel gioco di luce non poteva essere un riflesso che aveva colpito l’obiettivo, la notte era assolutamente scura neanche la luna c’era quella notte, buio totale, le altre foto erano tutte nere. L’unica spiegazione era che dalla cattedrale uscisse qualche luce che lui al momento non aveva notato e che invece era rimasta impressionata nella foto producendo quella strana forma. Un fatto veramente strano.

In quei sette anni era tornato più volte a Parigi ed era tornato a Notre Dame, ma non c’era mai entrato. Tutte le volte che si era trovato davanti alla cattedrale lo coglieva una sensazione di timore, un desiderio incontrollabile di andare via, di allontanarsi, di notte poi non era mai più riuscito a tornarci. Ma per sette anni quell’immagine era diventata compagna ricorrente della sua mente, dei suoi pensieri, era quasi diventata un’ossessione. Finché non aveva deciso di affrontare le sue paure e cercare una risposta. E adesso era lì, dentro Notre Dame, per la prima volta finalmente era riuscito ad entravi.

Avanzò lungo la navata a nord guardando in alto cercando di immaginare se da qualche punto la luce potesse riflettersi all’esterno. Fece avanti e indietro molte volte, sempre in quello steso tratto, immaginando quale potesse essere una traiettoria giusta che potesse illuminare il frontale, camminando avanti e indietro accelerando il passo ogni volta di più, quasi spegnendo le candele tanto vicino e veloce gli passava mentre era assorto dal turbine dei suoi calcoli mentali, per fortuna nessuno badava a lui le poche persone che vi erano stavano aggiustando i banchi della navata centrale facendo un rumore più alto e più sordo dei suoi passi e dei suoi pensieri. Dopo vari tentativi abbandonò quella prova, da quel lato non c’era proprio la possibilità di scorgere alcun segno.

Arrivato in fondo alla navata girò seguendo la squadratura della cattedrale e raggiunse la navata opposta quella disposta a sud. Ormai non aveva più molto tempo, le persone che stavano componendo lo spazio per la messa, avevano quasi terminato ed i suoi passi non erano più coperti da tanto rumore. Da lì si poteva sentire lo scorrere della Senna. Continuò a camminare cercando di essere più fluido e silenzioso ma fece lo stesso molte volte il tragitto cercando anche da quella parte di individuare una luce così forte ed un raggio che fosse possibile si riflettesse all’esterno, ma per quanto tentò non gli riuscì di trovarlo, si fermò alla fine della navata, da lì poteva guardare verso l’altare, ma ancora non gli riusciva di vederlo. Non gli rimaneva che cercare nel luogo tra l’altro anche più probabile, cioè la navata centrale, ed il suo punto più elevato, l’altare. Stava per muoversi quando, sempre sul lato sud della navata, un corridoio stretto ed alto non più di cinque metri attirò la sua attenzione. Si affacciò appena un passo dentro e rimase incredulo con lo sguardo fisso su un finto capitello. Un capitello corinzio decorato però in uno stile non consueto. I capitelli corinzi ed anche quelli corinzieggianti, ricordava dai suoi studi liceali, sono decorati con foglie di acanto questo capitello recava invece per decorazioni foglie di acacia poste a base della prima teoria di decorazioni formata da foglie di acanto. Già questo era un fatto strano in un luogo in cui ogni particolare ha un significato palese ed uno recondito che non possono mai essere tralasciati senza perdere il senso del significato profondo di quel linguaggio antico che parla attraverso i simboli prima ancora e più intensamente che non la parola scritta e parlata. Ma come se ciò non bastasse alla base del capitello non stava una colonna ma una figura antropomorfa. Insomma non la testa di un uomo ma una sorta di demone o di satiro con le orecchie a punta e senza lobi. L’ipotesi che non si tratti di un satiro è rafforzata dal fatto che il collo non è nudo ma porta una specie di collare, un indumento che mostra tre pieghe.

Dopo essere rimasto a guardare attonito quell’elemento assolutamente contrastante con la sacralità della chiesa, tornò sui suoi passi e nel silenzio che ormai era diventato assoluto si avviò verso l’altare. Si fermò davanti a questo e passò la mano sulle candele accese quasi a sincerarsi di sentire il calore del fuoco ed essere certo di non essersi immerso nel sonno. Ci provò più volte e quasi rassicurato del bruciore della fiamma, si ritrasse e, portandosi al centro delle colonne della navata alzò gli occhi verso il rosone posto sul portale centrale. Era immenso e magnifico, decorato con vetrate dipinte in prevalenza con colori blu e rossi, ma… era troppo alto. Quasi cinque volte più alto rispetto al punto in cui era apparsa nella foto l’immagine luminosa. Da quella posizione poteva anche vedere i due rosoni laterali, più piccoli ma anche questi alti all’incirca quanto quello centrale. Ed al di sotto non c’era nessuna apertura, solo pietra massiccia e annerita dal tempo.

Era stata una dura esperienza ed era rimasto provato dalla fatica di quel provare, provare e riprovare, con queste sensazioni di fallimento e di frustrazione si avviò verso l’uscita e appena fuori dopo pochi passi provò ancora quel brivido lungo la schiena che aveva provato la mattina appena arrivato. Si girò per un ultimo sguardo alla Vergine, Maria Dormiente e S. Anna che dall’alto sembravano dirgli: "guardaci noi siamo Notre Dame".

Tornò lentamente a ripercorrere le strade ormai risapute di Parigi, giunse a Place de la Madaleine, salì le scale dell’albergo, si gettò sul letto della sua camera e finalmente dormì. Il sonno gli portò quasi subito le immagini di quella luce che durante tutta la sua ricerca non aveva trovato.

Quando si risvegliò era mezzogiorno, mezzogiorno del giorno dopo. Aveva dormito ventiquattro ore di fila. Il sonno gli aveva fatto recuperare le forze. Si alzò ed andò alla finestra, tirò le tende e si trovò davanti il colonnato de la Madaleine. La Maddalena. Ebbe la netta impressione che quel nome non fosse stato casualmente lì davanti ai suoi occhi per tutto quel tempo. Ad un tratto gli vennero in mente pensieri che cominciavano ad avere un senso. S. Anna, La Vergine, Maria Assunta ed ora la Maddalena. Tutte donne che avevano in comune qualcosa. Dapprima gli venne in mente la figura di Cristo. La Vergine sarebbe diventata Maria la madre di Gesù e sul frontale centrale era lei che "assunta dormiente in cielo" era raffigurata nella narrazione dei vangeli apocrifi, la Maddalena sarebbe stata la compagna, anche lei secondo i vangeli apocrifi, di Cristo, e poi c’era S. Anna la madre di Maria, la nonna di Gesù. La nonna di Gesù, aveva certo una relazione con il Cristo, ma non era una relazione diretta e poi nella cattedrale proprio la figura del Cristo era quasi in secondo piano rispetto alla Vergine a Maria e ad Anna.

"Guardaci noi siamo Notre Dame". Parigi non era l’unica città della Francia ad avere una cattedrale dedicata a "Notre Dame", si era documentato molto prima di tornare a Parigi ed aveva scoperto alcune cose inaspettate, oltre a quella della capitale, di Notre Dame ne esistevano altre sei, Amiens, Reims, Evereux, Rouen, Bayeux e Chartres, tutte costruite nel periodo dal 1200 al 1250. Oltre al fatto che tutte erano dedicate a Notre Dame e che erano state costruite tutte nello stesso periodo e secondo la stessa struttura architettonica c’era un altro elementi comuni a queste sette cattedrali, ad esempio l’orientamento da est ad ovest e la presenza nelle decorazioni delle vetrate di elementi che riproducevano lo zodiaco.

Quel giorno, con questi pensieri in testa, dopo avere comprato una cartina geografica della Francia ed una mappa celeste in cui era riprodotto lo zodiaco astrale, si era rifugiato in uno dei tanti caffè di Parigi dove poteva stare tranquillo davanti ad un cappuccino ed un paio di croissantes. Era là seduto con le due mappe aperte sul tavolino e ad un tratto gli venne sotto gli occhi un'altra circostanza abbastanza curiosa. Aveva tracciato sulla mappa della Francia una linea che congiungeva i punti delle città sedi delle cattedrali, pensava di rintracciare una specie di itinerario, tipo quello che formava il pellegrinaggio di Santiago di Compostela, quando colse nel disegno che se ne era formato un’incredibile somiglianza con uno dei segni zodiacali disegnati dalla congiunzione degli astri della costellazione della Vergine. Ad osservarvelo con attenzione non c’erano proprio dubbi, le cattedrali erano disposte sul territorio francese in maniera da riprodurre il segno della costellazione della Vergine. Non poteva essere un fatto accidentale, solo un caso. Tutto combaciava in maniera assolutamente logica, la Vergine in alto nel cielo corrispondeva alla Vergine in basso sulla terra ed in ogni punto vi era la celebrazione architettonica della Vergine: Notre Dame. Inoltre in ognuna delle cattedrali la storia della Vergine era raccontata sui frontali secondo lo stesso schema dei vangeli apocrifi, Anna aveva concepito Maria e Maria, vergine, aveva concepito Cristo. In tutte c’era un richiamo alla esplicito non tanto alla figura di dio-padre ma l’elemento chiave era quello della Madre. Era la figura femminile che dominava il tema di questi edifici sacri.

Uscì dal caffè con un desiderio irrefrenabile di trovare altre verifiche a queste sue ipotesi. Entrò in una libreria e comprò un libro in cui era descritte le sette cattedrali di Notre Dame, quindi tornò in albergo e si mise a leggere a studiare le caratteristiche di queste cattedrali.

Era di nuovo notte e lui continuava a sfogliare quel testo e a prendere appunti, tracciare disegni, riprodurre particolari che potevano svelargli altri elementi che lo aiutassero a capire. La stanchezza lo vinse e si addormentò sui fogli riempiti con i suoi appunti e disegni.

La luce che entrava dalla finestra lasciata aperta la sera prima lo trovò con la faccia appoggiata sui suoi appunti, aprì gli occhi e vide quella che nello scorrere dei segni della sera prima aveva annotato senza però soffermarvisi. Il demone della cattedrale di Parigi, il labirinto tracciato sui pavimenti di tutte e sette le cattedrali, un pentalfa capovolto cioè una stella a cinque punte rivolta verso il basso e la foto della colonna del portale della Vergine di Notre Dame di Parigi, i primi tre elementi erano praticamente la firma degli ideatori di queste costruzioni, i Cavalieri Templari. Questo era chiaramente documentato nel testo che aveva studiato e che rimandava a numerosi altri testi sull’argomento. Questo spiegava anche l’idea di riprodurre con il tracciato delle cattedrali la costellazione della Vergine, i Templari erano infatti cultori esperti di astrologia. Ma era il quarto elemento quello più sconvolgente. Era evidente guardando la foto del portale della Vergine della cattedrale di Parigi. La scultura che raccontava la storia della Vergine era complessa e forse osservando solo la fotografia si poteva incorrere in errore. Era il momento di verificarlo di persona. Gli ritornava alla mente la sensazione di smarrimento che aveva provato davanti al sagrato di Notre Dame, era una sensazione molto strana soprattutto per lui che non aveva mai creduto alle storie sui Templari, adoratori del diavolo, anzi le aveva sempre considerate delle assurde superstizioni, assurde e crudeli, tanto crudeli che erano costate molto care soprattutto agli stessi Templari, massacrati da Filippo il Bello. Si chiedeva anche come mai, se le cattedrali erano opera dei Templari, la chiesa cattolica che non aveva avuto mai molti scrupoli ad usare il rogo e la spada non le avesse distrutte? Sentiva che la spiegazione non doveva essere cercata nell’ottica della religione, o almeno non della religione cattolica. C’era qualcosa di più, ormai ne era certo.

Sentiva di essere arrivato alla conclusione della sua ricerca e come colui che sa che la sua meta è raggiunta si alzò senza fretta. Si guardò allo specchio e vide la sua immagine, un volto sfatto dalla stanchezza, con la barba non fatta da diversi giorni e i capelli arruffati. Si spogliò e si mise sotto la doccia restando a lungo sotto lo spruzzo dell’acqua, godendosi quel calore ritemprante.

Quando uscì dall’albergo il sole illuminava il colonnato de la Madeleine. Era mezzogiorno quando arrivò davanti al portale della Vergine. In un primo momento si mise a guardare il centro del portale dove vi è la statua della Vergine, ma subito la sua attenzione fu attirata dal basamento della statua dove altre figure scolpite stavano a rappresentare la nascita di Eva, il peccato e la cacciata dal Paradiso. Questa storia scolpita nella pietra era ben visibile solo camminando dal lato sinistro verso quello destro della statua. Nel primo quadro Dio toglie una costola ad Adamo e da quella crea Eva, in quello successivo Eva tenta Adamo e gli offre una mela con la mano destra mentre con la sinistra ella stessa è rappresentata mentre mangia un’altra mela, nel terzo quadro Dio caccia i due dal Paradiso. Qualcosa non gli quadrava. Dov’era il serpente? Tornò a guardare il quadro centrale e fu in quel momento che i suoi occhi si posarono su una splendida figura femminile che si affacciava da dietro l’albero del peccato offrendo la visione del suo seno prorompente, ma… al posto delle gambe ecco che da dietro il tronco dell’albero compariva il corpo di serpente. Una donna-serpente stava in mezzo ad Adamo e ad Eva con lo sguardo sereno e rassicurante rivolto verso Eva.

Guardava quella figura con l’animo contrastato da sentimenti di timore e di ammirazione. Una donna dal corpo di serpente, non poteva che essere lei: Lilhit. La dea della Luna Nera.

Ora tutto gli appariva chiaro, conosceva bene quella figura, ne aveva appreso la storia anni addietro visitando la Cappella Sistina a Roma. Guardando in alto in un riquadro dell’immenso affresco lo aveva colpito la stessa immagine, anzi le stesse immagini esattamente quelle che adesso aveva davanti agli occhi, Adamo, Eva e Lilhit. La figura della donna-serpente allora lo aveva incuriosito ed era andato, come sempre, a cercare delle risposte. Ne aveva trovate tante. Per la tradizione giudaico-cristiana Lilith era un demone, una crudele divoratrice di neonati, dei suoi stessi figli che generava accoppiandosi con altri demoni, nella bibbia giunta fino a noi l’unica citazione esplicita si trova in Isaia. Michelangelo di certo però l’aveva vista su quella colonna di Notre Dame e così identica l’aveva riprodotta nella Cappella Sistina trecento anni dopo rispetto a quella di Notre Dame.

A vederla così però sotto la luce gettata dal dogma cristiano tutto questo non era credibile. Come poteva essere che in tutte quelle cattedrali fossero rappresentati demoni in luoghi e contesti in cui invece non c’era alcun motivo per trovarli? La spiegazione ora gli appariva chiara e gli veniva dalla lettura dei segni nel linguaggio simbolico degli antichi costruttori la cui mano era stata guidata dai maestri Templari. Non era nell’interpretazione cristiana la chiave di lettura e non era neanche in quella giudaica, o almeno non era solo in quelle interpretazioni. La spiegazione era più profonda, più antica. La spiegazione veniva dalla luce delle stelle, in quella simbologia astrale di cui erano così esperti i Templari.

Secondo quella tradizione Lilhit era stata la prima compagna di Adamo, nata come lui dalla stessa sostanza, ma ad Adamo ella si era ribellata non accettando di essere a lui inferiore pur essendo uguale a lui per natura, fu per questo che era scappata da Adamo e per questo condannata a vivere incarnando il male. Dopo di lei venne Eva, nata da una costola di Adamo, ma anche Eva si era ribellata alla mancanza di conoscenza.

Secondo questa lettura Lilhit non era il male ma il desiderio di libertà e di conoscenza, condannata a a stare nel buio perché aveva osato cercare la luce della conoscenza.

Ma c’era di più. Ed era proprio sulle pareti di Notre Dame. Lilhit nella più antica radizione mesopotamica era la Dea Madre, colei cha dava la vita, tra i Sumeri era conosciuta col nome di Istar, Inanna, Lilhit era la Madre era Anna, la progenitrice, la stessa che raffigurata come Sant’Anna veniva raffigurata sulle pietre delle cattedrali come la madre di Maria.

Parigi custodiva il suo segreto scolpito nelle pietre della sua cattedrale, la Francia era diventata nei secoli il tempio in terra di quella Vergine che stava nei cieli, racchiusa nelle stesse della Costellazione. La Vergine finalmente poteva così contemplare la luce.

Lei sì aveva raggiunto lo scopo, ma l’uomo ancora continuava a cercarla.

Girò le spalle a Notre Dame e si rimise in viaggio, in tasca aveva la luce rimasta impressionata sulla foto, la luce riflessa di Lilhit: la Luna Nera.


HELIOS Magazine

HELIOSmag@virgilio.it