SHYXILIAN

1 Classificato "Narrativa Inedita Club Ausonia 1996"

di Katia ATTINA'
"Ma mi stai ascoltando?" Silvia parlava da circa venti minuti e non aveva ricevuto che qualche monosillabo come segno di partecipazione agli straordinari eventi che stava narrando e di cui raramente non era protagonista, infatti, esaltava sempre la sua figura di eroina, di donna coraggiosa, intrepida, intelligente, attraente, simpatica e spiritosa. Dialogare era un termine sconosciuto, l' atto stesso del parlare era impiegato da lei come uno strumento dispotico, per imporsi e spiazzare tutti quanti, inondandoli di parole e frasi spropositate e inverosimili. Di solito, dapprima risultava interessante, poi cominciava ad annoiare anzi, a infastidire, alla lunga chi ascoltava o prendeva le distanze, o si divertiva a deridere anche col pensiero quella ragazza che aveva idealizzato se stessa fino a tal punto; i piu' benevoli arrivavano a sopportarla a volte in silenzio a volte simulando serio interesse alle sue baggianate. Shyxilian era tra questi. Le aveva telefonato pensando di trovare una voce amica dall' altro capo del telefono, aveva bisogno di parlare e sentire che qualcuno condivideva, o meglio comprendeva cio' che in quel momento le frullava in testa. In ogni caso sarebbe stata un' impresa molto impegnativa, neanche lei lo sapeva con sicurezza e, comunque, era stato uno sbaglio rivolgersi a Silvia. Cominciava ad innervosirsi prima si era quasi assopita al telefono persa nei meandri della sua mente, ora era conscia del tempo che Silvia le stava rubando, e anche del fatto che era lei ad aver chiamato e che quindi era lei a pagare; ebbe la sensazione di acquistare qualcosa che proprio non le interessava, qualcosa di ingombrante, che la infastidiva ( in questo caso specifico le parole di Silvia), blocco' con un pretesto quel tormento. Rimase in quell' appartamento piccolo, ma ben arredato grazie al gusto irreprensibile della madre, in un silenzio che non voleva rompere con le chiacchiere anzi gli strepiti insulsi e deficienti della TV nˇ con la musica, quand' anche fosse stata la sua preferita, avrebbe riempito l' ambiente, l' avrebbe invaso. Sarebbe stato come parlare di nuovo con Silvia. Stava seduta sul divano, completamente immobile, era come se improvvisamente la sua anima fosse uscita dal corpo e la stesse fissando con fare severo e calcolatore, per giudicarla e rimproverarla, ma per che cosa? Una sensazione di disagio la opprimeva, avvertiva che mille cose da fare le incombevano ma non riusciva a discernerle, rifiutava a se stessa di alzarsi, poi osservo' l'orologio e cadde dalle nuvole. Fece un grande sospiro e si chiese se almeno una volta ,nella sua vita fosse stata puntuale. Poi confido' a se stessa che in realta' non aveva proprio intenzione di arrivare in orario a quell' appuntamento e lentamente, con calma si preparo' ad uscire irritata e scontenta per aver dovuto interrompere quel momento di rilassante solitudine. Marco la stava aspettando da tre quarti d' ora, non appariva arrabbiato, non lo era mai, la sua perenne tendenza ad accomodare le cose le risultava insopportabile. Un ragazzo che evitava lo scontro, che smussava le asperita', era quanto di peggio potesse aspettarsi il suo carattere aggressivo e irascibile che non riusciva cos" a trovare una valvola di sfogo, qualcuno con cui prendersela; questo la rendeva ancora piu' irrequieta. Stava con lui da molti mesi ormai, e questo rapporto l' aveva gia' da tempo stancata, come del resto tutti gli altri. Lui non si era rivelato la persona che lei credeva fosse, piu' probabilmente lei stessa l' aveva idealizzato al punto che ora, quando l' aveva davanti, le dava l' impressione di aver incontrato per caso un conoscente con il quale non aveva voglia di perder tempo. Sorrideva adesso sconsolata, pensando a come si era impegnata per far si che lui si accorgesse di lei, a quante ragazze la invidiavano perchˇ aveva al suo fianco un ragazzo cos" incredibilmente carino e simpatico; ad ogni modo dopo una prima esaltazione per la conquista, questa stessa le era apparsa inconsistente: Marco era un bellone narciso privo di contenuti, poco male, questo l' aveva gia' intuito, cio' che la indignava nei suoi stessi confronti era l' aspetto puramente estetico della loro relazione che, in ogni caso andava tutto a suo vantaggio: lei con un viso e un corpo che non dicevano nel complesso nulla, appena passabile, come molti la giudicavano, accanto a lui tutt' altro che "invisibile". Faceva spesso questa riflessione, poi pero' si accusava di essere meschina, e cancellava dalla mente questo pensiero. Da giorni cercava invano un pretesto per lasciarlo, per smetterla di perder tempo in impegni che non la impegnavano. Rincaso' quindi dopo uno squallido pomeriggio, affranta e indecisa, mangiandosi le unghie, e la casa che malvolentieri aveva lasciato in un silenzio sublime, da cui non si sarebbe mai allontanata, versava nel caos piu' totale: non c' era una sola lampada spenta e Tv e stereo erano accesi contemporaneamente in modo tale che le voci dell' una rendevano incomprensibili quelle dell' altro. Era, infatti, un' abitudine di sua madre premere tutti i tasti d' accensione che le venivano davanti nel momento in cui rimetteva piede in casa, lo faceva istintivamente come per affermare il suo dominio in quelle quattro mura o forse per far sentire (ma a chi?) che lei era arrivata. Le venne incontro con il suo vestito appena appena acquistato, sempre piu' bella; il tempo per lei d' altronde non esisteva grazie anche ai doni che le moderne tecnologie avevano accordato alla sua bellezza. Da piccola l' aveva ammirata, ne aveva fatto il suo modello, una donna originale e intelligente che aveva trovato un uomo degno delle sue qualita'. Una coppia perfetta, in cui vigeva una grande armonia, entrambi realizzati nel lavoro, soddisfatti della loro vita peccato pero' che in questo quadretto idilliaco lei si sentisse uno strafalcione del pittore, un intruso, un elemento estraneo quasi impercettibile ma che, se guardato con attenzione, disturbava il suggestivo soggetto del quadro. "Sei uscita con Marco?" , "Si" , rispose affrettandosi ad avviarsi verso la sua stanza, tentando di schivare la valanga di domande con cui, se non fosse stata abbastanza svelta, sua madre l' avrebbe travolta. Spesso si era vantata di essere amica della figlia, sua intima confidente. Non si accorgeva che era un' amicizia forzata e unilaterale e che la figlia non si sarebbe mai volutamente rivolta a lei per un suo problema, anche perchˇ erano cos" complicati questi problemi e occupavano in un intrico ingarbugliato di pensieri la sua mente che mai sarebbe riuscita a liberarsene parlando giacchˇ lei stessa non ne conosceva la natura. Sua madre era convinta di avere per figlia la tipica adolescente dai problemi inesistenti, con l' ossessione della cellulite e dei brufoli ed era sempre pronta a liquidare ogni questione con una gran risata o qualche convenzionale frase di conforto. In realta' di "adolescenziale" nella figlia non c'era proprio niente, ma non per questo poteva essere considerata un' adulta, come se in lei le tradizionali stagioni della vita avessero subito un' alterazione e dall' infanzia peraltro anomala fosse passata a un' eta' indistinta nella quale si sentiva disorientata e si muoveva a passi lenti per tastare un terreno a lei sconosciuto e sconosciuto probabilmente anche agli altri. Si era adeguata in ogni caso ai tempi e alla mode, aveva indossato quasi una maschera, si era vestita di abiti e di ideali, se cos" si potevano chiamare, che non le andavano stretti, le stavano semplicemente male, e la portavano a guardarsi con un senso di inadeguatezza, a cui pero' era portata a non dare troppo peso, assumendo un atteggiamento serafico e di indifferenza. In realta' non aveva mai recitato, erano stati gli altri a figurarsela in un altro modo e adesso si stupivano, i suoi genitori compresi, di certi suoi atteggiamenti che perfettamente rientravano nella sua natura, ma di cui non erano mai stati a conoscenza. Si sedette alla scrivania getto' uno sguardo sul diario e i libri che giacevano intoccati e intoccabili sullo scaffale della libreria; la scuola, Lo studio erano dimensioni da lei completamente ignorate, le materie che solo idealmente era costretta a studiare non suscitavano in lei il minimo interesse, non era svogliata, il suo carattere era naturalmente incline all' impegno, ma solo verso qualcosa che davvero destasse la sua attenzione, che richiamasse la sua partecipazione e la scuola davvero non rispondeva a questi requisiti; nˇ i suoi genitori si lamentavano o preoccupavano per i voti non proprio eccellenti della figlia, pensavano come al solito che stesse attraversando una fase passeggera che l' avesse temporaneamente allontanata dallo studio. "Ma non č un problema!" si conforto' alla fine di una complicata meditazione di cui non ricordava ormai l' origine, e la causa, gia', ultimamente tutto non era un problema, tendeva a sminuire ogni nuova questione che le si affacciasse alla mente, come se la sua testa fosse colma e non avesse piu' spazio, rigettava prontamente ogni novita', ogni pensiero che tentava invano di sollecitare la sua mente. "Cosa mi succede?" si chiese. Si rese conto sorpresa che nˇ lei, nˇ nessun altro avrebbero saputo risponderle. "Niente, non č un problema". Poi si diresse a cercare una risposta piu' esauriente davanti al frigorifero. Il cibo era un piacere a cui non avrebbe mai rinunciato, aveva su di lei un effetto calmante, antistress, soprattutto mangiando, si diceva, poteva essere davvero se stessa, forse anche un po' troppo se stessa dal momento che di fronte a qualcosa da mangiare rivelava piu' una natura ferina da donna delle caverne che quella di un essere umano civile; penso' appunto sorridendo che sua madre avrebbe suddiviso in quattro bocconi cio' che lei stava mangiando in uno, un sorriso amaro dal momento che ogni confronto con la madre le risultava insopportabile: era irritante pensare che tanto lei il confronto era destinata inevitabilmente a non reggerlo. Un tempo non ci aveva badato perchˇ sua madre era stata prima di tutto il suo modello ammirato e osannato e crescendo si era sempre detta: "io saro' come lei" poi era cresciuta e aveva capito che non le bastava pronunciare con decisione quella frase per esaudire il suo desiderio, la sua piu' grande aspirazione. La mamma-amica era divenuta anche rivale, una rivalita' quella che lei avvertiva sempre perchˇ di fronte agli altri la differenza saltava agli occhi. Il giorno dopo, una giornata splendida, si sveglio' tardi, si vest" in fretta e, di corsa percorse la strada che l' avrebbe portata alla fermata dell' autobus. La gente stipata li dentro le impediva di muoversi, aveva sempre odiato quel rivoltante mezzo di locomozione, ma il suo motorino era guasto; perchˇ mai non ci andava a piedi a scuola visto che era vicina? Finalmente trovo' un posto a sedere, accese il walkman, per pochi minuti, la fermata era vicina, lo tolse, sent" un' esclamazione che le sembro' una parolaccia in un' altra lingua, si volto', era un suo conoscente: "stavi dimenticando il walkman!" le disse. Aveva costui storpiato orribilmente il suo nome, cosa che lei detestava massimamente, dopotutto pero' era comprensibile, era molto, per cos" dire, particolare, straniero anche per gli stranieri precisamente. Lo portava come un bollo, come uno stupido segno di distinzione, quanto avrebbe preferito chiamarsi "Maria"! Veniva sempre capito male, cosa molto fastidiosa dal momento che era sempre tenuta a dare spiegazioni e a rispondere a una serie di domande come: "Sei di qui? I tuoi genitori sono italiani? Che tipo di nome č: inglese, tedesco, russo?" La situazione si faceva drammatica quando era costretta a rispondere negativamente a tutte le domande, come spiegare che questo nome era semplicemente frutto della fantasia di sua madre? che glielo aveva affibbiato pensando che fosse originale, per una figlia che sarebbe stata con ogni probabilita' originale quanto lei? "Gli arbitri che compiono gli adulti verso i loro figli restano sempre impuniti" si disse sconsolata. Giunse a scuola piu' tardi del solito, anche se molti non erano ancora entrati, vide in lontananza Marco e Silvia parlare, probabilmente di lei, "Fanno una bella coppia" si disse "peccato che Silvia abbia un fittizio senso della lealta' tanto spiccato!" Non l'avevano ancora vista, aveva due possibilita': "O li ignoro ed entro, ma questo non mi impedira' di rivederli dentro oppure li affronto e subisco il supplizio." Cerco' attentamente un' altra soluzione, le salto' quindi in mente che per quel giorno poteva fare vacanza. Non era solita marinare la scuola, neanche quando non aveva fatto i compiti, da molto tempo ormai non si faceva un problema a fare il suo ingresso in classe completamente impreparata, da molto tempo ormai nei registri figuravano numeri eccezionalmente bassi giudicanti la sua preparazione quasi quotidiana: "ma non me stessa, per quella che sono!".
Era consapevole di meritarli quei voti e non faceva nulla per evitarlo. Titubante e indecisa su cosa fare, si allontano' tuttavia quasi se la sua mente non rispondesse al suo corpo che ormai avanzava velocemente nella direzione opposta a quella che l'aveva portata fin lģ. Che fare adesso? Tornare a casa le sembrava poco originale e alquanto noioso. Risolse di fare una passeggiata, per farsi venire qualche idea, prese strade inusuali e mai viste, mangio' quattro cornetti, in quattro bar diversi poi vide una chiesa, e ci entro', per curiosita', per vedere se tutto era rimasto come quando ci era entrata l'ultima volta, che si perdeva nella notte dei tempi. Seduta su un banco osservava, intorno con aria attonita, quasi sgomenta chiedendosi per quale motivo la gente si recava la' dentro per pregare, non lo poteva forse fare a casa? E quegli strani riti che gli erano apparsi insulsi fin da quando andava al catechismo e si sforzava disperatamente di stare attenta, di seguire "Perchč Gesu' mi voglia bene", cosa stavano a significare? Si disse orgogliosamente: "Io la religione la sento non la vedo" una delle tante sentenze definitive e icastiche di cui credeva essere l'autrice, ma che sicuramente aveva mutuato inconsapevolmente chissa' da quali discorsi e da chi.
Peccato infatti che aveva un modo strano di sentirla, quelle rarissime volte che credeva di averla sentita.
Usc" e non seppe piu' cosa fare. Si accosto' a un'altra fermata istintivamente come se fosse nuovamente il suo corpo a guidarla, era indecisa sempre, per natura, per questo prendeva decisioni senza riflettere, senza pensare che stesse decidendo.
A casa si trovo' di nuovo sola, seduta sul divano come il giorno prima, in quel silenzio innaturale, strano, che adesso non le piaceva, ansiosa e inquieta non aveva affatto voglia di rilassarsi.
Prese il suo diario e comincio' a lanciare invettive contro il mondo intero, senza risparmiare nessuno; "Ma io in chi credo? In chi ho fiducia? Chi in questo schifo di posto mi č amico?".
Furono questi gli indissolubili interrogativi da lei formulati per concludere enfaticamente il discorso. Riflettendoci si rese conto che non aveva enfatizzato un bel niente: era tutto vero. "Cosa faccio?".
Un senso di inadeguatezza e di insoddisfazione la pervase; si enumero' le cose che aveva, la fortuna che sostanzialmente l'aveva sempre accompagnata: soldi, bravi genitori simpatici, i ragazzi che le erano piaciuti, un motorino dal meccanico, vestiti, viaggi studio senza studio, un'amica eterna attrice, ecc., ecc. "Non me ne importa niente.".
Aveva trovato il bandolo della matassa. Vedeva di fronte a sč un futuro fatto solo di quelle cose, "aureo" per cos" dire, e si sentiva nauseata sempre di piu'.
E' questo che da' la vita alla gente fortunata? Piangeva quasi in preda a una crisi isterica. Si vedeva preclusa ogni possibilita' di andare indietro oppure avanti, era arrivata a un punto fermo, la sua esistenza si era assestata "felicemente" in quel fittizio benessere da cui niente l' avrebbe smossa.
Forse poteva fare la missionaria e aiutare gli altri.
Le sembro' quindi di essere vittima del suo stesso sarcasmo.
Pero' l' idea di un cambiamento radicale la attirava, l' altruismo pero' non era la sua piu' spiccata virtu' quand'anche ne avesse e avrebbe cambiato la sua vita per se stessa non certo per gli altri. Un' altra dimensione le serviva, un altro pianeta in un altro universo.
Pensava davvero queste cose quasi in preda a una sorta di invasamento, quasi come si trovasse sotto l' effetto di chissa' quale droga. Cerco' ancora di guardare con chiarezza la situazione: piu' la schiariva, piu' oscuro le pareva il suo futuro destino. Avrebbe potuto anch'essere "aureo" per qualcuno, ma lei non era tagliata per quel posto, per quella gente, per quella vita. Cercava grandi valori grandi avventure, grandi persone? Probabilmente no. Con lucida determinatezza che in realta' voleva camuffare il caos piu' totale ando' verso il frigorifero, per la prima volta si disse che non aveva appetito, poi allungo' la mano e convulsamente mangio' tutto cio' che le veniva davanti. Estrasse poi da un cassetto una boccetta di tranquillanti di sua madre, li polverizzo' nel frullatore, li aggiunse al gelato in un bicchiere. Mangio' lentamente, con gusto, dopo si adagio' sul divano pronta ad assopirsi, "a partire" come si disse.
Voleva che il suo ultimo pensiero fosse bello, da cancellare tutta la monotonia, la solitudine, la rassegnata accettazione della vita che avevano sbiadito i colori dei suoi ultimi anni: piu' si sforzava piu' non le veniva in mente niente.
Penso' infine alla liberta' che aveva sempre avuto; quella che le veniva incontro adesso era ben diversa: tante, infinite possibilita' le si aprivano davanti; provava un brivido di piacere che non aveva mai provato, una felicita' immensa, semmai cos" la poteva chiamare, vedersi prospettare qualcosa di nuovo dalla sua "vita" se cos", ancora per poco, la poteva definire. "E' un inizio, non una fine."
Non aveva il coraggio di dirsi che se ne stava andando, per sempre: perdersi nel buio, spesso l' aveva desiderato nelle mattine che non sapevano di niente, quando i suoi occhi si aprivano nell'oscurita' della stanza e suggestioni da quel nulla mal tolleravano la sua mano che si allungava ad accendere la lampadina, dando inizio a un nuovo giorno, fatto di niente.... Chiuse gli occhi.

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