FLASH

Di Jole BUONFIGLIO


Abitava in un palazzo storico della vecchia Napoli. Nell'angolo del cortile, in fondo a sinistra, c'era la "cantina", discesa buia che si apriva in vasti antri al di sotto del fabbricato, chiusa da un cancello di legno, regno incontrastato di famigliole di gatti, eletto a rifugio antiaereo durante i bombardamenti. Le vecchie raccontavano che in fondo, dove poi era stato eretto un muro, un tempo si apriva una strada sotterranea che collegava il palazzo reale con l'appartamento della favorita di re Franceschiello. Quando scattavano le sirene dell'antiaerea gli abitanti del palazzo e qualcuno di quelli vicini si rintanavano nel rifugio e riempivano le loro ore di memorie, di preghiere, di calunnie. Erano tutti sicuri che S. Gaetano, il cui simulacro occupava l'altro angolo del cortile, li avrebbe protetti dalla morte che tutti sorveglia. Ogni giorno qualcuna di quelle donne vestite di nero, pallide ed emaciate, di età indefinibile, segnata prematuramente dalle privazioni, annunciava l'arrivo della famigerata cartolina di richiamo alle armi dei figli, dopo che avevano affidato alla patria i loro compagni. Pregando imploravano pietà per le loro vite, sperando di vederli tornare salvi un giorno. Rassegnate a un fato avverso, donavano il frutto delle loro viscere come vittime sacrificali ai folli potenti del mondo che vivevano protetti dietro le loro scrivanie di essenze pregiate. Anche per lui giunse l'orribile richiamo alle armi : disertare sarebbe stata sicura condanna a morte. Si arrese al suo destino, perché null'altro poteva fare. Si presentò come prescritto e fu arruolato nel corpo dei bersaglieri. Imparò il loro motto: "Ictu impetuque primus", gli insegnarono ad usare la baionetta per sparare o per uccidere nel corpo a corpo cogli occhi negli occhi di un suo simile che avrebbe varcato le porte del nulla portandosi via la sua pietà. "Questa è corsa di resistenza chi si stanca non va in licenza". Era uno dei canti preferiti durante le marce e "A' zuppa s’è cotta, venite a' magnà" quando sfiniti organizzavano il campo e dagli enormi pentoloni distribuivano il rancio schifoso coi "pappici", ingurgitato per fame. Seppero dal capitano che erano stati destinati a combattere al fronte : sul Piave. La fanteria era già in marcia e loro dovevano raggiungerla. Tra i fanti più anziani, ventisei anni, c'era un bel giovane ricciuto con gli occhi verde lago ; non aveva fatto in tempo a conoscere la sua primogenita appena nata che aveva dovuto partire lasciandola con la sua sposa bambina. La neonata gli somigliava straordinariamente coi suoi occhi verde lago. Sperava tanto in un veloce ritorno a casa. Marciava seguendo i battiti del suo cuore, con un'ansia sospesa, con gli "abitielli" dei santi e gli amuleti, sacro e profano, sistemati sul cuore. La terra riluceva di brina, le colline dormivano, il paesaggio fluviale si rivelò all'improvviso davanti ai suoi occhi in tutta la sua stupefacente bellezza, sembrava impossibile che di lì a poco sarebbe stato teatro di una cruenta battaglia. I bersaglieri marciavano di corsa con il loro ritmo serrato, con le loro gavette e gli elmetti legati agli zaini che davano un sordo rimbombo, coi piedi fasciati da sudicie strisce di stoffa, perché gli scarponi erano ormai consunti. Avvicinandosi alla linea di fuoco si fermarono per completare lo scavo delle trincee iniziato dai fanti che erano collocati nelle retrovie. All'alba ci fu un massiccio attacco nemico, il Piave si tinse del sangue dei giovani che, ingoiando l'ultima voce, videro sfumare la luce e scivolando nel gelo recitarono l'antico credo. Il bersagliere biondo dagli occhi azzurri fu colpito da una granata e crollò tra le foglie di un cespuglio che per alcune ore lo protesse dal nemico, ma lo celò anche ai soccorritori. Respinto l'attacco nemico, ci fu una calma gioiosa, ritornarono i voli dei pipistrelli dalle morbide ali, sembrava che il fiume avesse gonfiato le sue acque per proteggere gli italiani e si cominciò a contare le perdite. Il fante, incolume, aiutava i compagni sfortunati, il destino Io spinse al flebile lamento del bersagliere. Se lo caricò sulle spalle portandolo in salvo; il ferito aprì appena gli occhi, non articolò suono, a fior di labbra sussurrò "Grazie !". Consegnati al tempo, non si videro mai più. Vent'anni dopo il bersagliere si innamorò della fanciulla dagli occhi verde lago. Il fato eterno della vita non dà scampo : il fante tornò dalla guerra e morì di polmonite.

Il silenzio della notte fu interrotto dallo squillo del telefono. Afferrò la cornetta e come un cane che annaspa per non annegare, recuperò il respiro e nulla fu più lo stesso. Si vestì rapidamente, afferrando ciò che gli capitava a casaccio, corse in macchina e raggiunse a velocità folle il pronto soccorso. La morte coi suoi veli bruni l'aveva preceduta, la sua luccicante falce aveva tagliato di netto il filo di una giovane vita. Suo cugino, il suo compagno di giochi, il complice delle sue marachelle infantili giaceva immoto su un marmo gelido, gli occhi semiaperti, stupiti, attoniti. Il suo sguardo azzurro sembrava di cristalli liquidi, incredulo. Un dolore sordo scivolo giù, nel profondo. Schegge di vetro gli colpirono il cuore. Avrebbe voluto urlare, ma non un suono riuscì ad emettere. Nessun'ancora era servita a bloccare la zattera fragile della sua vita, persa ancora prima di conquistarla. Ogni giorno era stata un'altalena continua, un labirinto di specchi, aveva marciato con la scimmia appollaiata sulla spalla che lo spingeva ad un buco che lo rendeva onnipotente per un tempo sempre più breve.

All'improvviso e silenziosamente cominciò una processione ordinata di formiche nere: chiodi nere di pelle, orecchino d'oro, teste rasate, tenui pallide corolle avvolte in carta di giornale. Ragazze cineree, bistrate deposero su di lui lunghe rose sanguigne. Lo spazio intorno era occupato da respiri commossi, affranti. L'ultima formica si staccò dal gruppo compatto e come una lieve danza depose tra le sue mani immobili, cerea, le bacchette dell'amata batteria.

Mi porgevi la mano, ti affidavo la mia fiduciosa. Ci aspettava un fine settimana nella tua casa da fiaba. Il sabato mi venivi a prendere a scuola, portavo con me una piccola valigia col pigiamino ripiegato e poi salivamo sul pullman che arrancava su in collina. Scendevamo all'angolo di una stradina, davanti al giornalaio, iniziavamo la discesa a destra, passavamo sotto il ponticello e ci fermavamo dal macellaio: "Due svizzere magre- ordinavi- oggi c'è la mia nipotina!". Adoravo quelle schiacciatine col prezzemolo e il burro consumate su "americani" ricamati in quella cucina da bambola colle mensole azzurre e il finestrino alto che ci faceva scorgere gli alberi ed il cielo. Preparavi le farfalline col dado e il parmigiano (che schifezza diceva mio padre) mentre io indossavo le tue scarpe coi tacchi alti e sottili, sceglievo un cappello con fiori e veletta e poi camminavo ancheggiando su e giù davanti allo specchio. Dopo mangiato preparavamo il letto accostando le sedie e raccattando tutti i cuscini multicolori di casa che costituivano il materasso, legavamo stretti gli angoli del lenzuolo per tenerli fermi e dopo uscivamo sul terrazzo pieno di luce, aria e gatti. Era enorme, piastrellato di bianco, azzurro e giallo. Al tramonto accendevamo la radio e sorseggiavamo i liquorini fatti in casa facendo indovinelli.


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