GIOJA TAURO

Vicende storiche cittadine da Metauros ad oggi
(SECONDA PRIMA)



di Pietro P. Vissicchio
introduzione di Antonio Orso - Edizioni -Club Ausonia ©


IL CROLLO DELLA DOMINAZIONE SPAGNOLA

NUOVE INCURSIONI DI PIRATI
Nel 1638, in maggio, per il fondato timore di scorrerie di pirati (che molto probabilmente avrebbero assaltato le marine in estate), il vicario generale Giovan Tommaso Blanch dispose che i torrieri di Tropea, Joppolo, Cuccorino (l'attuale Coccorino), Nicotera, Rosarno, Gioja, Palmi, Bagnara fossero messi in stato di allarme con il supporto della "nova melitia del Battaglione cossi' appiedi come de accavallo, bene armati e con cavalli atti et habili al servitio militare".
Infatti, il 5 giugno seguente, il Blanch aveva ricevuto un dispaccio dal comandante del battaglione, capitano Maurizio Cesareo, che lo informava della prossima venuta dei pirati e subito dispose che fossero rafforzate le difese di Nicotera, Rosarno, Gioja e Bagnara.
L'invasione vi fu, puntuale, a Nicotera (il 20 giugno) ed il Blanch, informato dell'accaduto, ordino' che i responsabili, negligenti della difesa della citta' di Nicotera, fossero arrestati ed ammoni' i "magnifici Sindaci Eletti, et altri a chi spetta delle me-desime terre di Rosarno e Gioja che al ricever della presente, senza perder momento di tempo, facciano star disposte le donne, et figliuoli di quindici anni in bascio, et vecchi di sessanta anni in su perche' d'ogni avviso di vascelli d'inimici si possano ritirare in luogo sicuro in maniera che la gente atta all'arme possa resistere e combattere in tempo di bisogno" disponendo che coloro i quali non avessero ottemperato subiva una pena di 100 ducati.
Le disposizioni non finirono qui. Si ordinava ai Sindaci, gli Eletti ed ai Capitani di Rosarno, Gioja, Drosi di ritirarsi al-l'interno per dieci miglia "portandosi con loro tutti i beni mobili et robbi di casa a fine la gente atta all'armi, perche' in scopo di bisogno possa resistere et combattere".
Nel 1653, in seguito alla riforma operata dal papa Innocenzo X', fu soppresso il convento basiliano a Gioja
.
LA PESTE ED IL PIAN DELLE FOSSE.
Tre anni dopo vi fu la peste che arreco' immani rovine ed ovunque desolazione; non vi era luogo abitato in cui non si predisponevano riserve di cereali e di altri generi di sostentamento.
E' dell'epoca la costruzione nel villaggio (oggi e' il rione 'Pian delle Fosse') di ampie fosse, scavate nelle vie acciottolate le quali, in terreno asciutto e con pareti ben solide, servivano come deposito di grano e di derrate in genere rimanendo chiuse per impedire all'acqua di infiltrarsi.
Le poche famiglie che vi dimoravano (nel 1669 appena venti) lasciarono il villaggio per cercare fortuna a Palmi che era divenuta, con Seminara, un grande centro commerciale
. Piu' tardi, nel 1693, l'abate Pacichelli nel visitare la Calabria disse che solo Gioja e Drosi 'in aria inclemente' sono spo-polate anche se attorno ai centri urbani la natura e' molto generosa ed il terreno fertilissimo.

L'INCORONAZIONE DI DON CARLO (CARLO III)

Crollava, nel 1707, la dominazione spagnola, senza alcun spargimento di sangue, per merito del maresciallo Daun e, quindi, si passo' sotto la denominazione asburgica.
Gli Asburgo d'Austria erano cosi' divenuti, senza pro-vocare inutili scosse, i nuovi padroni.
La prospettiva di una nuova monarchia universale, derivante dall'unione della Spagna e dall'Impero nella persona di Carlo VI, induceva allora le potenze marittime ad affrettare l'apertura di trattative di pace con la corte francese.
La pace di Aquisgrana segnava la fine delle lotte durate un cinquantennio (1698-1748), fra Spagna e Austria.
L'Austria dovette rinunciare ad ogni proposito di rivincita nell'Italia meridionale.
Gli Spagnoli videro finalmente riconosciute le vecchie aspirazioni sofferte da Elisabetta Farnese: veniva cosi' assegnato a Don Carlo, suo primogenito, il possesso del Regno
. Questi, partito da Napoli il 3 gennaio 1735 alla volta di Palermo per essere incoronato, giunse il 16 febbraio a Monteleone (l'attuale Vibo Valentia) ed il 17 "arrivo' a Rosarno, feudo del medesimo Pignatelli, accompagnato dal Senato di Messina e da una caterva di popolo festante, ove dimoro' giorni 15 fino allo spuntare del 5 marzo"
. Don Carlo impiego' questo periodo dilettandosi nella caccia alla selvaggina che era abbondante nei boschi di Rosarno.
Il 5 marzo si avvio' per Palmi e "nel mezzodi' desino' tostoche' giunse nella terra di Gioja in una baracca ben costruita a guisa di casino" , ospite del principe Gian Francesco Grimaldi.
A Palmi, dove prevedeva di stare solo per la notte, il futuro Re vi rimase fino al 18 marzo a causa di un forte vento che gli impediva di salpare per Scilla e poi raggiungere Messina.
Trascorse la maggior parte dei giorni andando a caccia nei pressi della contrada San Filippo, il fiume Petrace e la riviera di Pietrenere.
Il 19 marzo entrava solennemente a Messina.
Il 3 giugno successivo a Palermo veniva incoronato col nome di Carlo III.
LA SUCCESSIONE A CARLO III

Il Regno di Napoli passo', poi, al terzo genito di Don Carlo, Ferdinando IV' il 6 ottobre 1759 il quale, appena di otto anni, venne affidato ad un consiglio di reggenza fino al compimento del sedicesimo anno di eta'.
Maria Teresa Grimaldi, principessa di Gerace, incarica, nel 1768, Giovanni Attilio Arnolfini di Lucca "di ispezionare il suo estesissimo Stato feudale in Calabria Ultra", comprendente il principato di Gerace, il ducato di Terranova ed il marchesato di Gioia.

IL FLAGELLO DELLA CALABRIA

Il 5 febbraio 1783, alle 12,45, un fragore formidabile si origino' dalle profondita' della terra e fece traballare ovunque il suolo per due minuti che bastarono a far crollare le case per un'estensione di 120 miglia quadrate ed a seppellire migliaia di persone sotto le macerie.
L'epicentro fu a Oppido.
A Gioja avvennero fenomeni piuttosto anomali per un ter-remoto. In molti punti del villaggio fecero bruscamente irruzione dal suolo delle correnti di fango abbondantissime, altrove si vi-dero zampillare enormi colonne d'acqua; non fu distrutto ma si perdette ugualmente la maggior parte del vino e dell'olio con-servato nelle 'fosse' che avevano subi'to delle lesioni.
Il paese era ridotto in uno sfasciume e si notavano delle misere case vicino al mare.
"Le tele de' muri di una torre speculare erano state tagliate in modo che serbavano la figura di una V".
I danni ammontavano a 100.000 ducati ed erano morti 18 abitanti (5 maschi, 6 femmine e 7 bambini).
Il mare si ritiro' e formo' onde gigantesche che quando si riversarono sulla spiaggia provocarono l'arresto dei fiumi Petrace e Budello. Le acque di quest'ultimo fuoriuscirono dalla loro sede provocando delle immense paludi infettate di plasmodium malarico.
Il 28 marzo seguente un'eccezionale eruzione dello Stromboli coincise con un nuovo forte sisma manifestatosi alle 21 e durato circa 90 secondi.
"L'epicentro di questo nuovo terremoto si era spostato rispetto al precedente; era piu' a nord, verso la congiunzione del massiccio della Sila con l'Appennino". "Innanzi a cosi' immane catastrofe il governo del re Ferdinando IV' fece i piu' lodevoli sforzi per alleviare le miserie delle popolazioni, e non si dimostro' al di sotto del suo compito. Alla prima notizia degli avvenimenti il feldmaresciallo principe Francesco Pignatelli fu inviato in Calabria con titolo di regio vicario straordinario fornito di forti somme di denaro e convogli di viveri, di vesti e di medicinali".
Venne istituita pure una Cassa Sacra con tutte le rendite dei "monasteri e conventi e dei luoghi pii, cosi' ecclesiastici come laicali... e incameramento delle proprieta' dei conventi e monasteri della medesima regione".
Nel marzo 1786 il Pignatelli riferi' al Ripartimento della Piana che "si era quasi interamente riedificata la citta' di Palmi, che si stava edificando Seminara e che si era formato un magazzino di olii a Gioja".
Ma, a parte i piccoli benefici, la Cassa Sacra, per l'inettitudine dei gestori, si trasformo' in una rapina legalizzata tanto che fu soppressa su richiesta del vescovo di Mileto, mons. Enrico Capece Minutolo, nel 1799.
L'AVVENTURA NAPOLEONICA E LE LEGGI FRANCESI

LA REPUBBLICA PARTENOPEA

La nuova situazione politica, creatasi in seguito alla spedizione di Bonaparte in Egitto, spinse i regnanti di Napoli ad attaccare le posizioni francesi a Roma dopo che questa era stata occupata nel novembre 1798.
Nell'estrema Calabria non si risentivano che lievemente gli effetti di tali avvenimenti politici e, comunque, l'ordine pubblico era rispettato dal rigorosissimo auditore Angelo di Fiore il quale, con continue minacce di imprigionamenti in massa, intimidiva gli animi dei cittadini specialmente di Reggio.
Il 14 dicembre il Di Fiore, favorito dall'arrivo di molti soldati dalla Cittadella di Messina, arresto' cinquanta massoni che miravano a favorire l'entrata dei Francesi in Calabria.
Nei giorni seguenti gli arrestati salirono a settantacinque.
Intanto Roma era stata 'liberata' dai soldati di re Ferdinando IV il 27 novembre e, due giorni dopo, la popolazione romana accoglieva il Re.
Il comandante francese, Jean-Etienne Championnet, rafforzatosi, sconfisse poco dopo le truppe borboniche mal comandate dal barone Carlo Mack al servizio del Re di Napoli e puntarono sulla stessa Napoli.
La notte del 21 dicembre il Re, con tutta la sua famiglia, scappo' davanti all'imminente invasione e, attraverso un passaggio segreto, giunse al porto e trovo' rifugio sulla nave ammiraglia britannica di Orazio Nelson che lo porto' in Sicilia.
Intanto i 'lazzaroni' procedevano sistematicamente a di-struggere tutto cio' che era collegato ai francesi.
Ma il 20 gennaio 1799, assicuratosi il progettato controllo di Castel Sant'Elmo, grazie al negoziato segreto dell'11 gennaio precedente con il Pignatelli, e grazie pure al poderoso aiuto dell'artiglieria piazzata sugli spalti dello stesso Castel Sant'Elmo, il generale Championnet, al prezzo di una vera carneficina costata la vita a tremila popolani, poteva dirsi padrone di Napoli. Due giorni dopo proclamava la Repubblica Partenopea.
I francesi provvidero a riordinare l'assetto amministrativo delle regioni ed in quell'anno venne disposto che Gioja insieme ad Anoia, Acquaro, Bagnara, Cinquefrondi, Cosoleto, Crotonio, Drosi, Messignadi, Oppido, Osteria del Passo, Palmi, Polistena, Rizziconi, Rosarno, Santa Cristina, Sant'Elia, Sant'Eufemia, San Fili, San Giorgio, San Leo, San Martino, Scido, Seminara, Sinopoli, Terranova e Trizzino, fosse inclusa nel dipartimento della Sagra con sede a Seminara.
Il governo instaurato cosi' ferocemente dallo Championnet era destinato ad avere una breve vita perche' di li' a poco crollo' sotto l'impeto del cardinale Ruffo e dei suoi collaboratori che in nome della Fede (Sanfedisti, quindi) riusci' a riportare i Borboni a Napoli.
Il Ruffo, forse gia' nel viaggio del volontario esilio a Palermo, ottenne il 25 gennaio (e gli vennero affidati) 3000 ducati per le prime necessita' con la promessa di altri 1500.
Da Palermo si diresse alla volta di Messina, due giorni dopo, in compagnia del marchese Filippo Malaspina, dell'abate Lorenzo Spaziani, del cappellano Annibale Caporossi e del cameriere Carlo Cuccaro con tre domestici al seguito.
Il 31 gennaio li attendeva Domenico Petromasi; tra otto giorni appena sarebbero ripartiti per raggiungere le coste calabresi.
Allo sbarco, a Punta Pezzo, il Ruffo incontro' Antonio Winspeare, il tenente Francesco Carbone e Angelo Di Fiore.
Il 13 febbraio, nominati nei rispettivi incarichi i suoi collaboratori e affidato l'incarico per gli affari di Stato al Di Fiore, il cardinale mosse alla volta della vicina Scilla.
Nell'avanzata, alle porte di Bagnara ormai, si aggregarono 120 uomini provenienti da Sant'Eufemia d'Aspromonte.
Il successivo 18 i Sanfedisti giunsero a Palmi da dove il Ruffo emano' un proclama per tutti i calabresi.
Due giorni dopo si reco' in mattinata a Gioja dove imparti' la benedizione ad un certo Domenico Rapina di San Procopio e quel pomeriggio vi ritorno' con i suoi collaboratori per il fondato timore di un possibile sbarco nemico.
In quell'occasione gli vennero consegnati due cannoni che furono affidati all'ex caporale Larosa e riordino' le sue Forze anche perche' dai paesi vicini affluivano sempre piu' cospicui aiuti.
Molti dovevano essere stati se Angelo di Fiore in una lettera datata "Gioja 21 febbraio 1799" chiedeva a Francesco Prestia e Antonio Romano in Mileto di procurare alloggi necessari per 10.000 persone, dato che il Ruffo sarebbe giunto il giorno 24 con tutti i suoi seguaci.
Il Ruffo giunse a Mileto e qui lavoro' duramente con i suoi consiglieri per ordinare la grande massa di volontari confluiti in quella citta' da dove si avvio' per Monteleone (Vibo Valentia) con otto compagnie di truppa che formavano il Reggimento dei Reali Calabresi comandati dal colonnello de Settis.
Il 3 aprile il Ruffo scriveva all'Acton che "le Calabrie sono ormai ridotte all'obbedienza del Re N.S. poiche' dei paesi ribelli non rimanendo altri di qualche considerazione se non Corigliano e Rossano...".
La riconquista della Calabria non poneva fine alle lotte sociali e alle violenze; il disordine amministrativo ed economico raggiungeva forme assai gravi.
Il Ruffo emano' alcuni provvedimenti che avrebbero dovuto portare un po' di calma: tra i primi e' da segnalare quello della rimozione dall'incarico a governatore di Reggio del brigadiere Macedonio. Come e' evidente, favoriti dalla carenza di pubblici po-teri, le bande scorazzavano per la regione. I furti, le uccisioni, le vendette poste in atto da queste comitive di banditi erano pressoché quotidiane e trovavano, nel generale disordine, con-dizioni propizie per essere portate a termine non mancando la complicita' delle autorita' locali e, molto spesso, il sostegno di influenti proprietari terrieri.
Agivano in totale immunita' operando specialmente sulle strade recando seri danni al commercio.
In questi luoghi a capo di alcuni briganti vi era un certo Bruno Pizzarello.
Comunque, il Ruffo entro' a Napoli il 13 giugno e re Ferdinando ritorno' sul trono l'11 luglio seguente.

NUOVE INVASIONI DI PIRATI

Nel mese di gennaio 1802 alcune imbarcazioni algerine e tunisine fecero naufragio nel golfo di Gioja ed i loro equipaggi, composti da 10 tripolini e 40 tunisini, furono fatti prigionieri e sottoposti a "purgar la contumacia" nella Cittadella di Messina.


IL PERIODO FRANCESE


NAPOLEONE BONAPARTE

Accusando i Borboni di tramare contro di lui, Napoleone Bonaparte il 27 dicembre 1805 decretava che la dinastia dei Bor-boni era ormai terminata.
Il 19 gennaio seguente affido' al fratello Giuseppe l'incarico di conquistargli il regno di Napoli e questi vi riusci' agevolmente anche (e soprattutto) perche' i Borboni avevano lasciato la capitale, come sempre.

L'EVERSIONE DELLA FEUDALITA'

Il 2 agosto 1806, venne emanata una legge che sanciva l'eversione della feudalita', operata dallo stesso Giuseppe Bonaparte, ed i Grimaldi persero Gioja, loro possedimento da secoli.
Questa legge consentiva, pero', la conservazione della nobilta' ereditaria e tutto cio' che possedevano per dominio fondiario comportando una notevole ingerenza dei Grimaldi stessi nelle attivita' dei cittadini con il possesso di animali anche a Radicena e Terranova.
La normativa, tra l'altro, prevedeva il divieto dell'uso delle acque pubbliche, per scopi agricoli, usati specialmente a Gioja e Terranova.
Piu' tardi il Re visito' il regno e giunto alla marina di Gioja, dopo aver rifiutato un banchetto in suo onore, si diresse a Reggio accompagnato dal vescovo di Oppido, mons. Alessandro Tommasini.

LA PROPAGANDA BORBONICA E L'ASCESA DI MURAT

La Piana di Gioja, fin dai primi giorni della dominazione francese, non fu immune dall'infiltrazione della propaganda borbonica; ne fa fede il seguente rapporto di Angelo di Fiore inviato alla segreteria di Guerra e Marina.
"A di' 5 gennaio 1807, don Vincenzo Sapioli di Anoia, benestante di 24 anni, don Giuliano Cesareo di Anoia, benestante di 44 anni e Giuseppe Cavallaro di Palmi, negoziante di merci, depongono che, essendo stati spediti da Scilla per via di mare nella sera de' 20 dicembre coll'incarico di penetrare nei luoghi occupati dal nemico, a circa le ore 7 di notte disbarcarono nella marina di Gioia, dove affissero un proclama nel muro del palazzo della Principessa di Gerace, e nel corso della notte, ne affissero altro a Melicucco, ed in seguito si condussero nella loro pa-ria".
Il 19 maggio 1807 una flotta di "trenta vele" con 700 uomini accosto' alla marina di Gioja al fine di impedire il passaggio al generale Reynier che s'era portato a Seminara per espugnarla. Ma questi, causa la forte resistenza in quella citta', torno' indietro, verso Mileto, curando bene a non farsi vedere dalle truppe borboniche.
Intanto il grosso dell'esercito borbonico al comando del principe d'Assia, Philipstadt, e di Vito Nunziante da Reggio (dove erano sbarcati con 4000 soldati) si diresse verso Mileto.
Il 23 seguente giunsero in Citta' alle 20 e si accamparono nei boschi vicini. Furono a Rosarno il giorno dopo e vi rimasero fino al 26. Questo periodo servi' per organizzare meglio la truppa e predisporre il piano d'attacco contro i Francesi.
Il 28, all'alba, avvenne lo scontro e, nonostante gli strenui sforzi dei soldati borbonici, gli uomini del generale Reynier ebbero il sopravvento costringendo Philipstadt ed i suoi alla fuga. Nella ritirata dovettero fare i conti con le popolazioni di Rosarno, Gioja, Palmi, Seminara e Scilla che fecero fuoco al loro passaggio.
Sfumava cosi' la speranza di Ferdinando IV' di riottenere il Regno.
In questo clima rivoluzionario si registrarono due avvenimenti drammatici in Citta'.
Il 16 ottobre veniva giustiziato il 19enne gioiese Giu-seppe Zappia accusato, con Giuseppe Bagala' di Palmi, di co-spirazione. Due giorni dopo, davanti al palazzo della principessa di Gerace veniva ucciso un altro gioiese, Antonio Consiglio di 30 anni.
Nel giugno del 1808 due spedizioni borboniche, salpate da Messina, sbarcarono sulla spiaggia; 400 uomini tra soldati e volontari si diressero alla volta di Palmi nel tentativo, passando per Bagnara, di assaltare il forte di Scilla, senza riuscirvi. Quell'anno i Francesi costruirono un ponte sul Petrace. Il legname provenne dai boschi di San Fantino e di Gioja di proprieta' della principessa di Gerace la quale pretendeva un congruo indennizzo. Al ricorso di costei, l'Intendenza di Reggio stabili' che era obbligo del Comune di Gioja contribuire alla costruzione del manufatto. Al trono saliva (1808) Gioacchino Murat, cognato di Napoleone. Questi, seguendo le direttive del congiunto, concentro' tutto l'esercito tra Scilla e Reggio nel tentativo di invadere la Sicilia, ben difesa dagli oltre ventimila soldati borbonici. Lo spostamento dei francesi verso il sud della regione provoco' un vertiginoso aumento del brigantaggio. L'anno dopo Murat emano' una disposizione (n. 321 del 20 marzo 1809) che si proponeva di debellare questo fenomeno criminale: si proibiva, cioe' ai contadini di portarsi il cibo in campagna e, per spezzare l'omerta' tra gli stessi briganti, venne imposto l'interdetto ecclesiastico. Ogni Comune era obbligato a pagare all'Intendente della provincia un indennizzo di 1000 ducati qualora nel proprio territorio si fosse verificata l'uccisione di qualsiasi soldato francese. Nonostante tutte queste misure repressive, i briganti erano molto attivi nella zona. Basti pensare al Vizzarro che terrorizzava tutti i corrieri postali.
Quando il brigantaggio assunse dimensioni preoccupanti, e non bastarono le continue leggi-provvedimento, Gioacchino Murat affido' al generale Carlo Antonio Manhe's il compito di reprimere il fenomeno criminale.
Questi, l'anno dopo, il 9 ottobre da Monteleone (l'odierna Vibo Valentia), stabiliva le disposizioni.
Ad uno ad uno i briganti vennero catturati ed uccisi. Ovunque, scene raccapriccianti..., violenze feroci...; in un anno l'Ufficiale francese aveva debellato il fenomeno.
Restava in circolazione soltanto il Vizzarro e contro di lui vennero formate numerosissime pattuglie per stanarlo dalla contrada Lamia, ma senza successo. Fu la nuova compagna del bandito, Nicoletta Linardi da Seminara, ad "aiutare" i francesi, uccidendo il bandito con un colpo di fucile sparato ad un orecchio. La Linardi, infatti, aveva piu' di un motivo per arrivare a tal gesto: il bandito le aveva ucciso il figlioletto a causa dei continui vagiti.
Intanto, con l'impero napoleonico vacillante, Murat si al-leava, nel gennaio 1814, con l'Inghilterra e l'Austria e, nel set-tembre successivo, fecero la loro apparizione i primi moti carbonari. Tra i primi quello di Polistena ove Domenico Valensise invio' a Palermo il deputato Raffaele Carrano per riferire alla Corte borbonica i suoi piani bellici per riceverne approvazione e dove gli venne suggerito di prendere tempo. Il 25enne poli-stenese, invio' un nuovo consigliere, Nicola Luca', ottenendo l'autorizzazione nel marzo 1815. "Era quello un momento importantissimo ma fortunoso. Il Valensise si adoperava a tutt'uomo per chiamare a raccolta gli iscritti alla sua impresa e, come luogo di riunione, indica le citta' di Cittanova, Radicena (l'odierna Taurianova) e Polistena.
In quel tempo il generale Disvernois campeggiava con la sua divisione sui piani della Corona e di Campo; a Gioja era accantonato un distaccamento del 4' reggimento di linea e l'aiutante generale Gallone, comandante militare della provincia, ve-niva percorrendo la Calabria per invitare la popolazione ad ar-marsi contro l'Austria".
Il 19 aprile seguente scoppiava a Polistena la rivolta, subito repressa.
Gioacchino Murat, nel frattempo, aveva perso il trono, l'8 giugno 1814 e, con pochi fedelissimi, aveva fatto un ultimo disperato tentativo per riconquistare il regno. Sbarcato a Pizzo si diresse verso Monteleone l'8 ottobre 1815 e venne catturato lo stesso giorno dal capitano Gregorio Trentacapilli. Cinque giorni dopo, munito dei conforti religiosi e dopo aver scritto una accorata lettera alla moglie Carolina, veniva fucilato alle 21.

RIORDINO AMMINISTRATIVO E PRIMI COMMERCI

Assegnato con l'atto finale del Congresso di Vienna il Regno delle due Sicilie a Ferdinando IV' (che assumera' il nome di Ferdinando 1' delle due Sicilie) questi provvide immediatamente a riordinare l'assetto amministrativo.
Alla Calabria, gia' organizzata in provincie e distretti per effetto dei decreti francesi del 19 gennaio 1807 e del 4 maggio 1811, venne disposto un nuovo ordinamento con la legge del 1' maggio 1816. Per effetto di tale legge Gioia riacquistava l'autonomia comunale.
A quell'epoca il Comune aveva rendite patrimoniali per 540 ducati su 608,61 che spettavano e gia' nel 1813 erano state ripristinate le gabelle per risanare il bilancio comunale.
La Citta' si era estesa lungo il lato ovest dell'originario centro abitato tanto che il municipio e le influenze del marchese Agostino Serra di Cardinale presso la corte borbonica fecero si' che fossero eseguite delle opere di bonifica della zona, nel 1830, per migliorare le condizioni di vita della popolazione che vi dimorava. In sei anni la vallata divenne una meraviglia tanto che tutt'ora viene chiamata Valleamena. Modificando l'alveo del fiume Budello, vennero portate a termine, quindi, opere che consentivano il regolare deflusso delle sue acque nel mare. Per il finanziamento venne decisa una sovraimposta di due carlini su ogni botte di olio esportato dalla marina cittadina che, non essendo sufficienti, vennero integrati con fondi propri del marchese Serra a cui premeva la salvaguardia delle proprieta'.
Grazie anche alla strada che la collegava con Locri e soprattutto ai traffici che vi si svolgevano, oltre che per l'ottima posizione geografica, vi confluirono dall'entroterra molte famiglie che pensarono bene di fare fortuna con il commercio proprio qui.
Si deve, pure, dare atto all'enorme afflusso di campani, che per primi alimentarono i commerci, se da semplice imbarcadero divenne un notevole centro commerciale per l'epoca. La via del mare era preferita specialmente quando, nel 1844, fu stabilito un regolare servizio marittimo tra la capitale (Napoli) e Gioia.
Giunsero anche molti genovesi i quali, ottenuto il monopolio del deposito dell'olio, riuscirono poco simpatici alla popolazione gioiese tanto che nel 1845 la relazione del procuratore della Gran Corte criminale di Calabria Ultra, Libetta, evidenziava la situazione piuttosto delicata che si era creata.
Lo stesso Libetta, in un altra occasione, riferiva anche che "i ristagni di acqua alla foce del Budello rendono l'aria non solo malsana, ma micidiale da giugno in poi, per cui Gioia e' e sara' un meschino paese con grandiosi magazzini per l'olio".
Nel 1848 in un manifesto rivolto ai "Fratelli della Piana" ed inviato all'intendente Domenico Muratori, i commercianti genovesi venivano definiti ladri, 'scorticatori della Piana', 'infestissime arpie' e s'invitava la popolazione a ribellarsi contro di loro.
Il Muratori assicurava il ministero dell'Interno che la popolazione non aveva aderito a quanto proposto allegando, pure, una risposta preparata dal dottor Giuseppe Raso di Casalnuovo (Cittanova).
Nella sua immediata replica il Raso, che rispondeva ad un anonimo Lorenzo Riscatto, si rammaricava come l'appena concessa liberta' di stampa avesse potuto spingere la gente alla rivolta e, pur riconoscendo la disonesta' dei negozianti genovesi di Gioia che approfittavano delle condizioni disagiate delle famiglie, affermava che l'accettare lo scritto equivaleva a commettere una violazione bella e buona.

I MOTI LIBERALI, IL RISORGIMENTO, IL REGNO D'ITALIA

ATTIVITA' LIBERALE

Con le continue adesioni, l'attivita' dei patrioti si faceva sempre piu' incalzante a favore della causa italiana.
Dopo il tentativo del giugno 1848 dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, rimase vieppiu' negli animi il disegno di rivolta contro i Borboni in Calabria: tale attivita' era pure sentita a Gioia, Palmi, Radicena (Taurianova), Casalnuovo (Cittanova), Polistena e Reggio.
Per frenare l'ondata rivoluzionaria il marchese Ferdinando Nunziante, gia' dal 1847, aveva iniziato a perseguire gli insorti riuscendo in un primo momento ad avere il controllo della situazione. Arresto' il patriota gioiese Francesco Gullace, canonico, insieme a molti altri dei paesi vicini. A carico di tutti i rivoltosi il 31 marzo 1849, si celebro' il processo a Reggio Calabria.
La Gran Corte criminale (corrispondente all'attuale Corte d'Assise) composta dal presidente Cesare Mazza, dai giudici Giovanni Guglielmoni, Gerardo Carli, Vincenzo Siciliani, Nicola Nicoletti e dal procuratore del Re, Gabriele Foschini, condanno' gli oltre cento imputati.
Il Gullace venne condannato, come gli altri, con l'accusa di aver commesso "fatti pubblici che abbiano soltanto in mira di spargere il malcontento contro il Governo", ed inviato al confino sull'isola di Ventotene (LT) nel 1851.
Lo spirito unitario, comunque, aveva 'rapito' la popo-lazione intera e "la Calabria era divenuta 'una polveriera' che aspettava solo il fascino dell'Eroe per essere 'accesa' al momento giusto e al punto giusto".
L'anno seguente, in ottobre, Ferdinando II' venne in Calabria per assistere alle esercitazioni militari fermandosi a Mileto, a Rosarno ed a Gioia ove venne ricevuto dal sindaco Luigi Baldari.

LA SPEDIZIONE DEI MILLE

Dopo la conquista della Sicilia da parte di Garibaldi e dei suoi 1088 volontari, la popolazione vedeva risolte finalmente le aspirazioni soffocate nel sangue che avevano preparato l'avanzata trionfale di Garibaldi.
Le Camicie Rosse garibaldine sostennero una battaglia a Calatafimi ed un'altra a Milazzo. L'8 agosto 1860 avveniva un primo sbarco sulle coste calabre di un piccolo corpo di spedizione formato da 300 uomini (di cui 130 calabresi) con 170 imbarcazioni agli ordini di Giuseppe Missori, Alberto Mario e Benedetto Musolino.
Sbarcarono nei pressi di Torre Cavallo ed il forte di Alta Fiumara non senza difficolta' in quanto vennero attaccati dai Borbonici; soltanto Alberto Mario torno' indietro a causa dell'oscurita'. Coloro che erano sbarcati dovettero fuggire per non essere catturati dagli uomini del generale Ruiz. Garibaldi, che da Capo Faro aveva assistito alla sfortunata impresa, si eclisso' improvvisamente.
Ando' in Sardegna, a Golfo Aranci, con Agostino Bertani per attendere i cinquemila volontari confluiti a Genova che non giunsero mai perche' Cavour, preoccupato dal fatto che tutta la vicenda non era piu' segreta e temendo una reazione francese, non fece partire le navi per quella localita'.
L'Eroe ritorno', quindi, a Capo Faro sei giorni dopo.
Il 18 si reco' in visita ufficiale a Taormina facendosi vedere il piu' possibile mentre distribuiva decorazioni, stringeva mani e baciava i bambini.
Poco piu' tardi raggiunse la baia di Giardini dove lo attendevano 3360 fedelissimi e due piroscafi, il Torino (agli ordini di Nino Bixio con la sua divisione) ed il Franklin (poi agli ordini dello stesso Garibaldi), che erano giunti da Palermo aggirando l'isola da sud e sfuggendo cosi' alla sorveglianza della flotta borbonica.
Nella notte tra il 18 ed il 19 agosto sbarcava a Melito Porto Salvo, sebbene le navi borboniche 'Aquila' e 'Fulminante' fossero riuscite ad avvistarlo e ad incendiare il piroscafo 'Torino'.
La conquista di Reggio Calabria (20 agosto) costo' ai garibaldini circa 150 uomini, periti in uno scontro con il generale Briganti che aveva tentato di sorprenderli alle spalle.
Lo stesso generale, al primo crepiti'o di moschetti, si arrese e, in abiti borghesi, tento' la fuga. A Mileto, la sera del successivo 25 agosto, venne riconosciuto dai suoi uomini i quali gli bruciarono il cavallo e, dopo averlo ucciso, lo decapitarono e lo evirarono.
Garibaldi, prima di questo tragico evento, si era accampato a Torre Cavallo proprio sotto il fuoco dell'artiglieria bor-bonica che si era fortificata al castello di Scilla.
Il 24 agosto l'Eroe riusci' ad avere il sopravvento sui borbonici ed il 25 giunse a Palmi ove emano' un bollettino di guerra. Quel pomeriggio giunse a Gioja dove, con molta facilita', sconfisse le residue resistenze borboniche, ormai ridotte di numero perche' ritiratesi piu' a nord per lo scontro finale, e fu ospitato per la notte dal sindaco Baldari.
Nel pomeriggio del 27 Garibaldi entrava da trionfatore a Monteleone (Vibo Valentia).
"I piu' importanti avvenimenti, dunque, della nostra mar-cia da Reggio a Napoli furono le capitolazioni di Piale, Soveria (30 agosto) e Cosenza e l'entrata mia a Napoli (7 settembre)".
Pochi giorni dopo, il 21 ottobre, in un clima ancora reazionario, si svolsero le consultazioni per l'annessione al resto d'Italia. Nel meridione continentale voto' il 79,5% degli aventi diritto, i voti favorevoli 1.302.064 contro 10.302 contrari.
Il 17 marzo 1861 veniva proclamato il regno d'Italia con re Vittorio Emanuele II.
L'UNITA'

Il 26 marzo 1863 Gioja, con decreto governativo pro-posto dal sindaco Luigi Baldari, ebbe l'aggiunta della denominazione Tauro, presumibilmente in ricordo dell'antica Metauros da cui ha tratto le origini.

OPERE PUBBLICHE E PRIMI STABILIMENTI

L'Unita' aveva portato un generale peggioramento perche' le gia' gravi condizioni di alcune classi sociali si erano aggravate conseguentemente all'imposizione di nuovi carichi fiscali (fatti che sfoceranno nella famosa Questione Meridionale).
Nel 1864 sorse in Citta' uno stabilimento per la lavorazione della liquirizia che produsse per dieci anni. Successivamente l'impianto venne convertito per la lavorazione dell'uva ed alcuni locali vennero utilizzati come cantine.
Al tempo stesso miglioravano le condizioni economiche cittadine tanto che il consiglio comunale, presieduto dal sindaco Angelo Briglia, il 13 ottobre 1874 propose al Comune di Rosarno di formare un consorzio "per la costruzione di due botti di ormeggio" da impiantarsi nella marina della Citta'1. Gli amministratori rosarnesi risposero due anni dopo, l'8 agosto. L'assessore Gangemi, con funzioni di sindaco, inizio' con l'osservare che il Comune di Rosarno era gia' consorziato per altre opere pubbliche e che le casse comunali erano sguarnite. Aggiungeva che "ritenute vere e ponderate le osservazioni dell'onorevole presidente, considerando che le botti di ormeggio nessuna utilita' arrecano a questo Comune, anzi servono per vieppiu' maggiormente il commercio in quel Comune di Gioia, mobilitandola positivamente, senza nessun vantaggio di questo Comune, ad unanimita' si rende negativo a far parte del consorzio suddetto".
Nel 1887 venne completato il tracciato della ferrovia nel tratto Gioia Tauro - Nicotera3 e l'edificio della stazione cittadina venne costruito nel 1895.
Da allora il centro ferroviario di Gioia Tauro é un punto nevralgico della linea Battipaglia-Reggio Calabria6, risultando essere la quarta stazione del compartimento.
Il continuo e costante aumento del traffico ferroviario ed il completamento dell'intero tratto nel 1905 fecero si' che "il 7 gennaio 1908, dietro invito dell'on.le De Nava si riunirono in Palmi, in una sala del municipio, tutti i nostri deputati al parlamento nazionale, tutti i consiglieri provinciali e tutti i sindaci e gli alti papaveri del circondario per discutere sul progetto ministeriale della ferrovia Gioia Tauro - Gioiosa Jonica con diramazioni e dopo ampia discussione" si cerco' di indurre il governo a mantenere gli impegni assunti. Lo stesso governo, con decreto n. 135 emesso il 26 gennaio 1911, stabiliva la costruzione della ferrovia, sebbene a scartamento ridotto.
Il 18 gennaio 1917 veniva completato un tratto di 13 km, Gioia Tauro-Palmi-Seminara ed il 21 aprile 1928 fino a Sinopoli.
Il Regio Decreto n. 2119 del 24 luglio 1919 aveva stabilito anche la costruzione dell'altro troncone Gioia Tauro - Rizziconi - Radicena (Taurianova), poi anche per Cittanova.
L' 1 giugno 1924 veniva inaugurata la linea, poi prolungata fino a Cinquefrondi.

LA QUESTIONE MERIDIONALE

Il fenomeno migratorio era riesploso in tutta la sua gravita', accentuato dalle difficili condizioni economiche generali causate anche dall'abolizione dei dazi interni ed anche dalla circostanza che le industrie meridionali, fino alla vigilia dell'Unita', erano state abbondantemente sovvenzionate dal governo borbonico. Si trovavano adesso in piena concorrenza con le industrie settentrionali, che nel frattempo erano state risanate ed in grado di sopravvivere senza aiuti statali.
Durante il periodo borbonico la Calabria era, per attivita' industriali, seconda soltanto all'area napoletana: si ricordano le ferriere di Mongiana e Ferdinandea, le saline di Lungro, le imprese che estraevano argento, nel bacino del Trionto, la grafite, in Aspromonte, il carbone, a Tropea e non trascurabile era la lavorazione della lana, del cotone, della seta.
La crisi diventa acuta nel 1896 proprio quando a Palmi, ad opera di Giovanni Domanico e di Antonio di Bella si tiene una generale assemblea per la fondazione di una federazione che dara' il via alla formazione del partito socialista in Calabria.
Vi partecipano i gruppi di Gioia Tauro, Palmi, Reggio Calabria, Nicotera, Vibo Valentia e Cosenza. L'anno dopo a Catanzaro si svolse il congresso regionale.
E poi il riacutizzarsi del brigantaggio, fenomeno criminale mai eliminato (come credevano) dai Francesi.
La risposta dei governanti non tardo' molto. Nell'agosto di quell'anno fu approvata una legge speciale (presentata dal deputato Giuseppe Pica) che disponeva il regime militare nelle regioni in stato di brigantaggio.
L'opera di repressione impegno' circa 120.000 uomini.

I TERREMOTI DEL 1905 E DEL 1908

L'8 settembre 1905, prima dell'alba, violente scosse di terremoto seminano morte e distruzione in tutto il territorio della provincia di Reggio. Il Paese sembra lanciarsi in una gara di solidarieta'. Partono per le zone colpite viveri, indumenti, denaro. L'anno dopo in Citta' viene istituito un ambulatorio medico in quanto si verificarono ben 147 casi di malaria e 107 persone erano state curate. Altre 18 si erano ammalate mentre per le rimanenti si rendeva necessario lo stanziamento di 100 lire per far fronte alle prime necessita'. Il 23 ottobre 1907 un nuovo sisma sconvolge ancora una volta tutta la provincia. Nel 1908 il governo stanzio' la somma di 432 lire, che rimase tale fino al 1930 (anno della grande bonifica della Piana operata dal Nunziante). Il 28 dicembre di quell'anno, alle ore 5,21, un tremendo terremoto provoca terrificanti voragini nel terreno. Trenta secondi bastano per radere al suolo specialmente Reggio e Messina. Gioia Tauro, avendo subi'to lievi danni, era divenuta il centro di trasporto del legname occorrente per la ricostruzione. Tanto era l'afflusso di legname e di generi di prima necessita' che la popolazione gioiese, gia' esasperata per il mancato assegnamento, l'8 febbraio seguente assedio' il Municipio. La folla tumultuante si scontro' inevitabilmente con i Carabinieri e, nei tafferugli che ne seguirono, perse la vita il caporale Antonio Barone, di 22 anni13, che si sacrifico' per difendere il sottotenente Italo Martellucci (del 40' Btg. fanteria) interponendosi tra questi e l'uccisore14 . Il 5 giugno 1910, a ricordo dell'avvenimento, per iniziativa del principe Vittorio Gagarine, venne eretto un busto raffigurante la giovane vittima, opera dello scultore romano H. St. Lerche. Il 1 dicembre 1910 furono liquidati i resti del feudo dei Grimaldi dal commissario del re, Maggio, che divise i beni demaniali tra il Comune e la principessa di Gerace16.

DALLA GUERRA ITALO-TURCA AL FASCISMO

La guerra italo-turca, scoppiata il 29 settembre 1911, impegno' circa trecento gioiesi.
Durante il conflitto si distinse il soldato Luigi Partenone, del 6 Reggimento di Fanteria al quale il re Vittorio Emanuele III, con suo decreto del 22 marzo 1913, conferi' la medaglia di bronzo. La successiva guerra del 1915-18 importo' alla Citta' notevoli sacrifici in quanto tutti i giovani gioiesi (770 in tutto) furono precettati. Al termine del conflitto si registrarono 59 caduti18 in battaglia. Si distinse, fra gli altri, il sergente Giuseppe Calfapietra, classe 1891, del 20 Reggimento di Fanteria decorato sul campo a Monte Cappuccio nel luglio 1915. Altri 183 gioiesi furono insigniti con l'Ordine di Vittorio Veneto e con la croce al merito e 10 decorati al Valor Militare. La guerra aveva determinato la scarsita' di grano, ancora di piu' accentuata con il rientro dei reduci. Quell'anno (1918) la Guardia di Finanza riusci' a catturare una grossa banda di speculatori senza scrupoli che approfittavano del momentaneo disordine per contrabbandare sostanze alimentari in Citta'.
Il Tribunale di Palmi, poco tempo dopo, assolveva tutti con formula piena. Nel 1919 si manifesto' un'epidemia di vaiolo accompagnata nel 1920 da terribili nubifragi su tutta la Piana. Tralasciando per un attimo tali avvenimenti, la prova che Gioia Tauro era gia' un notevole centro di smistamento e di produzione di olio ci viene attestata dalla fiducia riposta dal Banco di Napoli che apri' l'attuale filiale nel lontano 1915 a cui segui' nel 1921 la Banca Italiana di Sconto (fallita qualche anno dopo) e nel 1924 la Banca Commerciale Italiana.

LA BANDA MUSICALE

Nel 1926, con il contributo dei cittadini, venne formata una banda, molto apprezzata, che da 55 elementi fissi che la componeva raggiungeva, nelle grandi occasioni, 80 elementi.
Nel 1930 a Reggio Calabria concorse alla competizione con altri complessi bandistici e si classifico' al secondo posto. Nel 1932, dopo una lunga tournée in Sicilia, venne invitata dall'EIAR di Palermo (oggi RAI-TV) da dove venne trasmessa, interamente e per tutta l'Italia, la Traviata di Verdi.
L'anno seguente, per mancanza di fondi, il complesso bandistico venne sciolto.

IL CINEMA IMPERO, POI MAZZINI.

Nel 1931, con i proventi di un contributo sui generi soggetti a dazio e con le offerte dei cittadini, il comitato 'Pro erigendo asilo infantile' acquisto' un complesso di fabbricati per la costruzione di un asilo.
L'immobile venne ceduto al Comune nel 1937 che, accettatolo legalmente, vi installo' uffici pubblici. Il grosso fabbricato non poteva non interessare il segretario del locale partito fascista, De Fazio, che ottenne l'esclusiva del complesso edilizio soltanto ed unicamente per le riunioni del partito.
Lo stesso De Fazio, non molto tempo dopo, ricoprendo la carica di presidente del locale Dopolavoro, penso' di promuovere una sottoscrizione per un cinema comunale. Questo venne completato, ancora una volta, con i risparmi dei cittadini gioiesi. Fino ad allora le proiezioni dei films muti venivano effettuate nella sala della Societa' Operaia di Mutuo Soccorso di via XXIV maggio e presso il Teatro Umberto in via Roma (in questo teatro operava anche la filodrammatica gioiese E. Novelli).
Nel 1941 il cinema 'Impero' iniziava l'attivita' ed il Comune, avuti nuovamente i locali, li diede in affitto al Dopolavoro provinciale rappresentato ancora dal De Fazio, non piu' segretario del locale partito fascista.
Una clausola, invero, molto particolare e' stabilita per la cessione del cinematografo: se il Dopolavoro provinciale non accettava la cessione, il De Fazio avrebbe dovuto restituire il locale entro sessanta giorni dalla delibera.
L'impianto venne gestito, dunque, (in mancanza anche di un regolare contratto) dal piu' volte citato De Fazio il quale, da assoluto padrone, fece eseguire opere di ampliamento e di abbellimento del fabbricato lasciando al Comune 'il piacere e l'orgoglio di pagare le onerose imposte e sovrimposte fondiarie non escluse quelle sul patrimonio e non tralasciando di fare sue le rendite del cinema-teatro'. Nel 1944, dopo un lungo e penoso strascico giudiziario con il Dopolavoro Provinciale, il Comune riacquisto' il possesso del cinema 'Mazzini' deliberando la cessione in affitto 'mediante asta pubblica col metodo di estinzione di candela vergine'. Dal 1947 i nuovi gestori riuscirono a riportare il cinema Mazzini ai fasti di un tempo con discrete rappresentazioni teatrali (fra gli attori piu' noti Angelo Musco e Rosina Anselmi) anche di produzione locale, quali il Gruppo Giovanile dell'Azione Cattolica, alternando tale attivita' fino al 1954.
Negli anni '70, a causa di una gravissima vicenda giudiziaria che coinvolse il gestore, il cinema venne chiuso. Sei anni dopo, ormai ridotto in uno sfasciume, venne abbattuto.

L'AVVENTO DEL FASCISMO

LA COSTITUZIONE DEL FASCIO

Il Fascio venne costituito a Gioia Tauro tra la fine del 1919 ed i primi mesi del 1920 e, con quelli di Caulonia, Laureana di Borrello e Reggio Calabria, fu uno dei primi della regione.
Filippo Surace, fondatore nonche' primo segretario politico del nuovo partito, trovo' degli appassionati e validi sostenitori in un gruppo di ex combattenti e studenti tra i quali Peppino Ardizzone, Giuseppe Agresta, Saverio Bagala', Antonio Capri', Gaetano Capri', Salvatore Cavallaro, Vincenzo Chiappalone, Francesco Fedele, Carmelo Genovese, Rocco Magazzu', Gaetano Tomaselli.
Questi ebbero modo di farsi notare molto presto disturbando lo spettacolo di un circo equestre e scontrandosi duramente con i socialisti a colpi di bastone. Secondo il VERZERA furono i fascisti ad aggredire gli avversari che ripararono a Palmi. In un primo momento si penso' che questi fossero andati per chiedere aiuto e ritornare piu' tardi per vendi-carsi. Surace, con altri camerati, informati di cio', montarono la guardia al ponte sul Petrace per tutta la notte considerando di bloccar loro l'accesso. Effettivamente si erano rinforzati con alcuni uomini venuti da Reggio Calabria, ma lo scontro non avvenne mai.
Altri gravi episodi si verificarono piu' tardi ad opera di Vincenzo Chiappalone, uno dei fedelissimi del segretario del Fascio, Surace. Il Chiappalone, con altri, nell'ultima campagna elettorale che si tenne prima del famoso Aventino, si presento' davanti al podio sul quale avrebbe dovuto tenere il comizio l'on.le Cefali, oratore ufficiale del partito socialista, facendo si' che questi non pronunziasse il suo discorso. Ancora il Chiappalone, il 13 dicembre 1924, ebbe l'occasione di un nuovo scontro con i socialisti al circolo Stesicoro.
Vi fu una violenta sparatoria in cui persero la vita Vittorio La Capria e Rocco Zappia mentre un loro compagno, Vincenzo Agresta, rimase gravemente ferito.

IL PRIMO PODESTA'

Il 21 aprile 1927 il commendatore Francesco Starace Tripodi si insedio' al Municipio come primo podesta'.
Il comitato per le onorificenze, costituito dal cavalier Galli', dal cavalier dottore Gullace e dal segretario del partito fascista, Alfonso Gargano, accolsero alla stazione ferroviaria lo Starace dopo che un lungo corteo si era formato in piazza Municipio e si era snodato per via Commercio e quindi in piazza Stazione (oggi piazza Marconi). Il podesta' venne accolto con prolungati squilli di tromba e da festosi 'alala'', come si usava allora.
Lo Starace passo' in rivista le organizzazioni fasciste e le scolaresche e si diresse verso il Municipio dove, presentato dal professore Domenico De Cristo, oratore ufficiale, parlo' alla popolazione e subito dopo tenne un rinfresco.
Fra gli invitati il dottor Vittorio Visalli, il ragioniere Ernesto Scianatico e l'arciprete don Pasquale de Lorenzo. In serata i festeggiamenti vennero chiusi con una 'mandolinata sotto le finestre dell'abitazione del podesta''.

I CONFINATI POLITICI

L'avvento consolidato del Fascismo importava tutta una serie di avvenimenti.
Si ricordano quattro casi di cittadini gioiesi inviati al confino per cause politiche:
- Girolamo Albanese, bracciante agricolo nativo di Gioia Tauro residente a Cittanova, ex combattente e pentecostale, arrestato nel 1939 ed inviato al confino a Pisticci (MT) ed a Garaguso (MT) piu' per il proprio credo religioso che per quello politico. Dieci mesi dopo la pena gli venne modificata in 'ammonizione'.
- Domenico Messineo, contadino, arrestato nel 1942 a Mentone (Francia) per precedenti penali; confinato sull'isola di Ustica (PA) e poi a Fraschette d'Alatri (FR) riusci' ad evadere l'anno seguente.
- Agostino Serafino, manovale, parteggio' in Spagna per la Repubblica. Aveva vissuto in Francia e Spagna e qui, catturato dai nazionalisti, venne tenuto prigioniero in un campo di concentramento fino al 1939. Arrestato nel 1942 al porto di Genova venne inviato al confino sull'isola di Ventotene (LT) e liberato nel 1943.
- Pietro Stillitano, arrestato dai carabinieri il 4 novembre 1942 per espatrio clandestino e attivita' antifascista in Francia; inviato al confino sull'isola di Ustica (PA), venne liberato in seguito alla morte del figlio avvenuta il 18 aprile 1943.
Gioia Tauro fu pure un luogo di confino:
- Gioacchino Balardinelli di Corinaldo (AN), manovale, comunista, arrestato per avere detenuto materiale di propaganda utile al suo partito e, in particolare, manifesti e distintivi, giunse nel 1933;
- Angelo Corsano di Roveredo in Piano (PN), contadino, apolitico, condannato nel 1934 per manifestazione sediziosa verso alcune direttive agricole del suo Comune;
- Nicolo' Alberotanza di Mola di Bari, industriale, apolitico, condannato per truffa nel 1935;
- Enrico Billi di Napoli, commerciante, apolitico, inviato al secondo confino nel 1937 per avere scritto lettere piene di frasi minacciose per ottenere sussidi;
- Armando Celati di Castell'Arquato (PC), muratore, apolitico, arrestato nel 1937 per avere spedito esposti a gerarchi fascisti;
- Giuseppe Lorenzo Cresta di Genova, mediatore, fascista, arrestato nel 1937 per traffico di valuta estera;
- Cosimo Delli Santi di Brindisi, barbiere, arrestato nel 1937 per avere criticato il Duce a proposito della guerra di Spagna;
- Giovanna Carditello di Sant'Alfio (CT), casalinga, apolitica, arrestata nel 1938 con l'accusa di avere causato disordini alle autorita' religiose.


Note:
1- Archivio comunale di Gioia Tauro (n.d.A.).
2- G. LACQUANITI, Storia di Rosarno, Oppido 1980.
3- Il primo treno giunse a Gioia da Palmi il 3 febbraio 1889 (n.d.A.).
4- L'anno seguente il ministro dei Lavori Pubblici, Giulio Prinetti, venne a Gioia per verificare di persona lo stato dei lavori della ferrovia (n.d.A.).
5- Nello stesso periodo, esattamente il 6 agosto 1896, capeggiati da Ferdinando Rombola', gli abitanti della allora frazione di Rosarno, San Ferdinando, in forte contrasto col marchese Nunziante, fondarono nel territorio di Gioia Tauro la localita' di Eranova. Oggi di tale localita' non rimane che il ricordo poiche' le poche case costruite sono state abbattute per far posto al porto (n.d.A.).
6- Qui di seguito le date di aperture dei tronconi di linea:
- 19.05.1884 Reggio Calabria - Villa San Giovanni (15 km.);
- 28.12.1885 Villa San Giovanni - Scilla (9 km.);
- 27.01.1886 Scilla - Bagnara (10 km.);
- 31.12.1888 Bagnara - Palmi (10 km.);
- 03.02.1889 Palmi - Gioia Tauro (7 km.).
7-V. FRASCA', Riassunto cronistorico di Oppido Mamertina, Cittanova 1930.
8-La questione della ferrovia, oggi Ferrovie Calabresi (ex Calabro-Lucane), venne piu' volte dibattuta nel settimanale locale "La Ragione", fondato il 27 dicembre 1886.
L'intera raccolta e' consultabile presso la Casa delle Cultura di Palmi (n.d.A.).
9-Tratto completato il 28 marzo 1929 (n.d.A.).
10-Nel 1936 la societa' Gaslini di Genova, che possedeva due stabilimenti per lavorazione dell'olio - uno a ridosso della stazione ferroviaria ed un altro al rione Marina (di cui sono visibili i resti), si interesso' (inutilmente, invero) presso la direzione delle Ferrovie Calabro-Lucane per la realizzazione di una linea che congiungesse il centro cittadino con la zona marina, anche allo scopo di incentivare i traffici marittimi (n.d.A.).
11-AA.VV., Calabria, Novara 1983
12-In quell'anno, la baronessa Musco, erede del duca Serra di Cardinale, fece costruire una centrale idroelettrica nella zona di Valleamena. Sempre quell'anno, il 12 novembre, venne pubblicato in Citta' il settimanale satirico il "Tartarin" (n.d.A.).
13-Nato a Gioia Tauro l'11 febbraio 1887 era in servizio di leva al 3 rggimento di artiglieria da costa di stanza a Messina, in Il Giornale del Soldato, Milano 1909.
14-Il Giornale del Soldato, ibidem.
15-A. ORSO, op. cit.
16-Appunti di mons. Pasquale De Lorenzo, parroco presso il Duomo dal 1924 al 1963, gentilmente concessi dai parenti di Rizziconi (n.d.A.).
17-La motivazione e' la seguente: "Avanzava ordinatamente col proprio reparto sotto il fuoco nemico finche' resto' ferito", in A. ORSO, Gioia Tauro, Chiaravalle Centrale 1977.
18-Ecco l'elenco, in ordine alfabetico e di grado: SOLDATI - Arlacchi Vincenzo; Bagala' Rosario; Bottiglieri Giuseppe; Camiciotto Giuseppe; Colace Francesco; Coletta Saverio; De Gennaro Saverio; De Leonardis Rocco; Fonti Francesco; Forelli Luigi; Gabriele Francesco; Gioffre' Giuseppe; Giunta Francesco; Giunta Gaetano; Guerrisi Girolamo; Gullace Francesco; Gullone Girolamo; Lizzi Salvatore; Lombardo Domenico; Luzza Marcello; Mandica Giuseppe; Micari Rocco; Morrone Domenico; Naccari Giuseppe; Nicoletta Francesco; Papaluca Nicola; Penna Salvatore; Pisano Bruno; Richichi Francesco; Ruggero Carmine; Ruggero Raffaele; Ruscio Domenico; Santoro Salvatore; Scarcella Giuseppe; Sciarrone Salvatore; Sergi Stefano; Seva Salvatore; Siclari Domenico; Sindoni Giovanni; Sindoni Ippolito; Sindoni Placido; Stanganelli Antonio; Stanganelli Giuseppe; Surace Domenico; Timpani Vincenzo; Veneziano Giulio; Zambara Rocco; Zappia Sebastiano; Zucco Salvatore. CAPORALI - Calfapietra Francesco; Gabriele Domenico; Pellicano' Pasquale; Stanganelli Giuseppe. CAPORAL MAGGIORI - Galletta Giuseppe; Potestio Giuseppe; Ruggero Pacifico; Scarpace Giuseppe; Silipigni Carmelo. TENENTE - Cannizzaro Antonino.
19-La motivazione e' la seguente: "Di sua spontanea volonta' si offriva per collocare sotto i reticolati austriaci tubi esplosivi per la presa di Monte Cappuccio", in A. ORSO,ibidem
20-G. LACQUANITI, op. cit.
21-Si dovra' attendere fino al 1958 per l'apertura della filiale della Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania ed il 1979 per il Banco di Roma (n.d.A.).
22-A. BARBARO, Gioia Tauro, breve storia di un cinema-teatro, in Pianadomani anno II' n. 2 pag. 4.
23-A. BARBARO, ibidem
24-Nome mutato a causa delle vicende legate alla caduta di Mussolini che avevano fatto uscire di scena anche il De Fazio, decaduto con gli altri (n.d.A.).
25-A. BARBARO, ibidem.
26-Negli anni '60 operava la filodrammatica "Centro Turistico Giovanile - Gruppo 'Metauro' diretta da Cesare Reggio le cui rappresentazioni si svolgevano presso l'odierna Casa del Fanciullo (n.d.A.).
27-Al suo posto e' stato ricavato un piazzale di fronte al palazzo comunale (n.d.A.).
28-E. VERZERA, La Calabria dal Fascismo alla guerra, 9 puntata, in Gazzetta del Sud, 13 novembre 1969.
29-Fu l'astensione dai lavori del Parlamento italiano, decisa dai gruppi antifascisti, guidati da Giovanni Amendola a causa dell'assassinio di Giacomo Matteotti (giugno 1924), (n.d.A.)
30-Valente professore e scrittore di Gioia Tauro; v. cap. 'Personalita'' (n.d.A.).
31-Appunti di mons. Pasquale De Lorenzo, op. cit.
32-R. LIBERTI, op. cit.
C. CARBONE, Localita' di confino e confinati politici in Calabria durante il fascismo, in Aspetti e problemi di storia della societa' calabrese nell'eta' contemporanea, Roma 1977.
continua nella TERZA PARTE



HELIOS MAGAZINE protta@diel.it