Il Sogno della Primavera

di Cettina MANGANO
Il sole si insinuava tra le fessure della stanza di Ilic: era un sole pallido e tiepido, Ilic sentì il tepore che gli sfiorava il volto: nell'incoscienza del dormiveglia aveva navigato in una serenità mai provata, ma adesso sentiva dentro di sè emergere quella rabbia che a stento la sera prima era riuscito ad ingoiare. La madre lo stava chiamando per la colazione, ma a lui non importava in quel momento di avere cura di sè stesso. Si stiracchiò sul letto e stette a pensare sul suo cuscino con le mani dietro la nuca. Pensava a quanto era accaduto la sera precedente: lui con quelle maledettissime cuffie ad attendere il comunicato, l'ultimo della sera; Heléna al di là della consolle che già prevedeva il peggio. La loro era, come tante, una postazione che intercettava comunicati dalle radio clandestine.

Praga pullulava dei numerosissimi messaggi che venivano diffusi da queste radio. Alla gente piaceva il nuovo ministro, aveva uno sguardo che dava fiducia. E fiducia gliene ricambiava la gente, quando lo attendeva alla radio, la sua voce pacata che urlava libertà. Ad Ilic sembrava sempre più concreto il progetto del "Socialismo dal volto umano" che Dubcek e i suoi compagni si proponevano di attuare. Lui credeva nella stampa libera, e gli sarebbe piaciuto un giorno farne parte, una volta compiuti gli studi universitari. Lui credeva nell'uomo.

Ma quella sera il messaggio di uno dei rappresentati del partito del "nuovo corso" non si decideva ad arrivare. E quando Heléna, esausta e tesa al tempo stesso, si decise a disinnescare il contatto, ad Ilic sembrò che qualcosa fosse stato spento dentro di sè; e non sapeva più a cosa credere. Adesso stava su quel letto, mentre la madre continuava a chiamarlo ricordandogli il suo impegno all'Università. Si ricordò di Heléna la sera non si erano salutati se non guardandosi un attimo e il loro era uno sguardo di chi temeva, non più di chi sperava. Ilic aveva ancora in mente il ronzio di quelle cuffie che non si decidevano a trasmettere voci umane. Ilic lo trovava insopportabile quel ronzio, a tratti lo sentiva più forte, più vicino, sempre più vicino. Si alzò di scatto e adesso era il battito del suo cuore che non sopportava: un battito violentemente tumultuoso. Guardò tra le fessure della persiana e la luce del sole lo fece trasalire; il ronzio si irrobustiva, adesso era un suono roboante. Tentò di aguzzare la vista verso la strada che conduceva ai boschi della sua infanzia: d'un tratto un luccichio, un oggetto di grande mole, una bandiera rossa. Il cannone del carro armato fu la prima cosa che riuscì a distinguere chiaramente. Si vestì in tutta fretta, uscì di casa con il cuore in gola tra i reclami della madre che esigeva una spiegazione. Ilic correva come un forsennato per le gelide e silenziose strade di Praga, sperando in cuor suo che tutto fosse un incubo. Giunse alla sede della radio, spalancò la porta e vide Heléna: nei suoi occhi c'era un misto di terrore e di rabbia. Stava come gli altri attorno al trasmettitore: adesso si sentiva la voce tanto anelata la sera precedente comunicare che l'intervento militare era in corso e la voce che tanto avevano atteso la sera precedente invitava ad affluire nelle strade. Ilic pensava alla desolazione di un momento prima nelle strade ma non poteva non aver fiducia nelle manifestazioni che avevano il movimento dei giorni precedenti.

Ilic, Heléna, e tutti i suoi compagni presero la bandolina dell'Università, la bandiera cecoslovacca e si riversarono in breve nelle strade: e lì c'era tanta gente. Ilic guardò Heléna negli occhi: era sparito il terrore. Ebbero il tempo di un abbraccio e poi si persero nella folla. Dovevano fermare le truppe prima ancora di giungere in città. Ma già Ilic vedeva in lontananza il luccichio del cannone, la bandiera rossa. Ilic correva con la bandiera in mano verso quel mucchio di ferro luccicante: correva, Ilic correva: ma il carro armato proseguiva inesorabile. Ilic ebbe un fremito di paura, ma fu questione di un attimo poi si vide circondato dalla gente.

Molti salivano sopra il carro, percuotevano la carlinga: era coi soldati che volevano parlare. Ilic si accorse che una ragazza dall'aspetto fragile stava riuscendo a parlare con questi. Ilic si avvicinò in fretta quando nella ragazza riconobbe Heléna. Heléna diceva al soldato come poteva lui portare avanti questa guerra fratricida, era anche per lui che tutti si ritrovavano a manifestare, e gli porgeva la mano, lagrimando, dicendogli: "Ecco, prendi, sono un essere umano come te, lo senti?" Questa è carne, questo è sangue, questo è un essere umano !" Il soldato era sempre più disorientato, quando tra gli spari che già cominciavano ad echeggiare, lasciò cadere il suo fucile. Ilic guardava Heléna, ma Heléna non ebbe il tempo di assaporare quel gesto. Un colpo rimbombò vicinissimo, ed Heléna cadde da quel posto, da quel carro armato che era riuscita a conquistare. Ilic la prese tra le braccia e la chiamava e le mostrava la vittoria, ma Heléna non rispondeva, e nei suoi limpidi occhi riluceva la speranza. Paolo spense il televisore. Alexander Dubcek era morto quel giorno, lui, il leader della primavera di Praga. Lui aveva animato giovani come quello che aveva visto in quelle immagini della televisione lì sull'asfalto a piangere per la ragazza uccisa a tradimento, un ragazzo della sua stessa età. " Era il sessantotto" pensò. E tentò di pensarlo con indifferenza, nel modo in cui lo aveva pronunciato lo speaker della televisione. Ma una lacrima calda gli solcava la guancia.

L'ombra

di Tania FILIPPONE
"La vita non è che una processione di ombre..." Virginia Woolf
Io già vedevo dilatarsi l'alba, stendersi smunta sopra la pietraia. Le nubi distillavano puntali acuminati che infierivano sulla terra inerme, sui muri soffocati dalla parietaria, sui pini marittimi, sulla bougainvillea vellutata.
Goccia su goccia, goccia dietro goccia, scandendo un ritmo cadenzato, montagne d'arenaria dal colorito asfittico, dipinti di sfondo, illusorio teatrale.
Chissà perchè tutte le imposte chiuse, tutta la musica concentrata in quel silenzio. Viole, violini tra paramenti sacri...adagio, maestoso, moderato, patetico, appassionato.
L'aspersorio-diapason tintinnava, intonando canti gregoriani, e le ombre di archi a sesto acuto, di colonne e altari e santi levigati, ordivano lo spazio sfigurato dal fibrillare delle fiammelle incerte.
Io mi seguivo, penetrando la distanza palmo per palmo, spiandomi tra l'odore degli altari, mi arrotolavo e poi mi dipanavo, mi spezzavo perdendomi e mi ricostruivo, mi avviluppavo ai marmi e scivolavo e nello stesso istante mi rialzavo.
E precedendomi mi ostinavo a non farmi superare, celandomi le alzate dei gradini, ingenuo rimpiattino tra navate che oscillando si stringevano ai lati. Ed io nascevo là dove finivo, sempre lo stesso punto, mi tormentavo, non mi era dato di potermi liberare da quel me stesso-inganno incatenato ad un miraggio osceno dell'andare, del prima e del poi, del caldo e freddo, dell'illusorio cono visuale, della vita e della morte...
L'aspersorio-diapason tintinnava, intonando canti gregoriani ed io mi udivo, modulando il suono oltre la frequenza percepibile da orecchio umano.
Rinuncia, mi dicevo, rinuncia all'inscindibile legame con quel te stesso- inganno che pulsa all'unisono col tempo, col movimento inarrestabile del mondo. Rinuncia a nascere dal punto dove muori o a morire dal punto in cui tu nasci, e persuasivo provai a sussurrare, a parlare forte, provai anche a gridare...adagio, maestoso, moderato, patetico, appassionato.
-Lasciami andare, staccami, recidimi, lasciami la libertà di rinunciare, io non ho chiesto mai d'appartenerti, lasciami adesso...
-Tra le navate il coro si era congelato in un re diesis acuto ed accorato, le colonne incominciarono a crollare sciogliendosi come cera sugli altari.
Ed il me stesso-inganno s'accartocciò sui marmi scosso da brividi di freddo.
-Rinuncia- mi dicevo- rinuncia ora ...- e dipanandomi mi arrotolai.
I cori intonarono canti muti e l'aspersorio-diapason tintinnò, le colonne si spensero di colpo, rimase il buio...
-Rinuncia- sospirai- rinuncia ora...- ma "l'ora" era passato, non c'era più.

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