IL CORAGGIO DI VINCERE

Di Paolo Praticò (psicologo)


In queste righe cercherò di esprimere il mio modesto parere, sintetizzando le argomentazioni dei più importanti indirizzi di psicologia, su un tema affascinante come coraggio e paura nello sport. I due stati emotivi, in antitesi tra di essi, coesistono, dal momento che il coraggio è il superamento della paura rispetto a se stessi e agli altri. E’ vero che lo sport educa al coraggio, ma il coraggio è qualcosa di più dell'autostima e della consapevolezza delle proprie capacità rispetto alla valutazione del rischio.

Certamente per chi svolge un’attività sedentaria e non ha mai praticato alcuno sport è altamente coraggioso l'atleta che esegue (per esempio) un doppio salto mortale, ma sarebbe utile conoscere l'opinione di chi esegue le sue acrobazie in palestra, riguardo allo sciatore che si lancia da una parete quasi verticae nello sci estremo. Dicevo che il coraggio è qualcosa di più dell'eseguire un esercizio che presenta dei rischi ma che è nelle nostre capacità psicofisiche superare.

Bisognerebbe piuttosto soffermarsi ad analizzare chi pur possedendo i requisiti fisici per affrontare una determinata prova vi rinuncia. L'intervista ad atleti di sport come l'automobilismo, il motociclismo, l'immersione in apnea, il voto acrobatico, ci chiarisce come per questi atleti non esiste la paura che qualcosa non vada per il verso giusto, anche se bisogna distinguere tra l'atleta che fida nei propri mezzi e quello che si serve di mezzi meccanici.

L'atleta che ottiene il record è coraggioso poichè dimostra di possedere quel quid che lo spinge oltre i limiti della specialità; tutti gli atleti sono coraggiosi quando tendono a superare i propri limiti.

Analizzando quindi le motivazioni allo sport dei singoli atleti troveremo la spinta che porta sempre a più alti traguardi, oppure capiremo le ragioni di un insuccesso. La paura di perdere rientra nella normalità, dal momento che in una competizione è uno solo a vincere. Qualora la paura diventasse ansia incontrollata, tale da compromettere la prestazione, allora sarebbe necessario l'intervento dello psicologo. Un discorso a parte merita la paura di vincere (nikefobia), questa è legata a complessi infantili, infatti secondo le teorie psicoanalitiche il contrasto del bambino con l'autorità paterna genera dei sensi di colpa che l'atleta adulto espia perdendo, ovvero la paura di vincere è paura di ribaltare l'autorità paterna con le conseguenze che ciò comporta.

La paura di vincere può essere legata a particolari momenti, cioè non essere una costante nella vita sportiva di un atleta. Gli psicologi di formazione adleriana descrivono la sintomatologia del calo atletico come sindrome da scoraggiamento. Frustrazioni vissute negativamente, come una serie di sconfitte o qualche incidente fisico, possono portare l'atleta a non ritenersi più all'altezza di affrontare una situazione agonistica ed avere come conseguenza l'abbandono dell'attività o nel migliore dei casi un notevole calo atletico. Per ovviare a quanto sopra sarebbe auspicabile una educazione al coraggio nei soggetti in età evolutiva. Lo scoraggiamento a volte è espressione di conflitti psicologici profondi e non si manifesta apertamente per cui bisogna cogliere i segni rivelatori. Per incoraggiare bisogna evitare di mettere in situazioni frustranti il soggetto e rinforzare positivamente ciò che di buono riesce a fare anche se non è il massimo delle sue capacità. Esistono poi tecniche strutturate, come il rilassamento e il condizionamento, ed una terza fascia d'intervento nella quale si ricorre alla psicoterapia, che tende ad una revisione dello stile di vita, intervenendo anche sul contesto relazionale vissuto come scoraggiante.

Dal punto di vista della teoria transazionale, la paura è l'emozione che informa della presenza di un pericolo, anche quando l'individuo non è realmente consapevole del pericolo stesso. Le situazioni in cui si avverte l'esistenza di un pericolo possono essere interne o esterne.

Le situazioni esterne sono per esempio, il rischio di infortuni, quelle interne la paura di non essere in grado di sostenere una determinata prova; nel primo caso l'atleta avrà bisogno di protezione nel secondo di rassicurazione.

Il momento in cui l'atleta si prepara ad affrontare la competizione e reagisce con una valutazione obbiettiva attiva quello stato mentale che in analisi transazionale viene definito dell'io adulto, qualora riviva le emozioni che ha provato nella sua infanzia in situazioni simili diremo che ha attivato lo stato mentale dell'io bambino, se invece gli ritornano alla mente le parole dei genitori che lo invitano ad agire e a desistere vuol dire che avrà attivato l'io genitore. Per fare un esempio pratico diremo che un lottatore che si prepara ad eseguire una tecnica con l'io adulto valuterà la posizione dell'avversario, l'io bambino sentirà un'emozione legata in parte al momento sportivo, in parte ai messaggi dell' io genitore; per cui se nelle varie tappe dell'età evolutiva e della sua formazione atletica avrà ricevuto messaggi positivi del tipo "sei bravo", "puoi farcela", "puoi credere in te stesso", l'emozione sarà positiva, se invece i messaggi ricevuti sono stati del tipo "sforzati", "devi essere un campione", "guai a te se non riesci", la risposta emotiva sarà di paura, una paura legata alla perdita di amore e di stima da parte del padre e dell'allenatore, per cui l'azione sarà inibita, o verrà eseguita nel peggiore dei modi. Quanto abbiamo descritto ci fa capire come uno stesso problema può essere visto e risolto da posizioni diverse, volutamente non ho trattato il punto di vista cognitivo-comportamentale e le tecniche di training autogeno, poichè per formazione culturale e pratica sono vicino a queste ultime posizioni e credo che meritino una trattazione più estesa.

 


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