Le frontiere ed il confine mentale

di Francesca Iacona


La prima volta che sono arrivata nel sud dello Zimbabwe, alla frontiera con il Sud Africa, in una città che si chiama Beitbridge, ho scoperto che la prima città di là dal confine si chiamava Messina. Si, proprio così, Messina!

Facendo un breve ragionamento, sono venuta alla conclusione che io stavo a Reggio Calabria, ovvero dall’altra parte. Certo in mezzo non c’era il mare ma filo spinato, terra di nessuno, barriere, polvere, doganieri, camion e persone.

Provo a ricordare tutte le volte che ho attraversato una frontiera e mi rendo conto che mi capita di aver avuto sempre paura. Immaginate entrare ed uscire dalla Striscia di Gaza: il "confine" si chiama Erez Cross-point. Ogni volta che lo attraversavi, sia in un verso che in un altro, non sapevi cosa poteva succedere: potevi impiegarci 2 minuti oppure giorni se la tua faccia non piaceva ai soldati israeliani di guardia.

Oppure il confine nel 1994 tra Macedonia (ex Jugoslavia) e Grecia, ai tempi della "guerra fredda" tra questi due stati, non ancora finita peraltro. Le guardie di frontiera macedoni fumavano e bevevano caffè aspettando clienti, coscienti di essere isolati dal mondo (periodo della guerra in Bosnia, embargo alla Serbia) e le guardie greche armate fino ai denti con i carri armati puntati verso la Macedonia di Skopje nell’attesa di attaccare.

La frontiera fasulla e terrorizzante tra la Bosnia e la Repubblica Serba di Bosnia nel 1996. Per andare da Tuzla a Belgrado, impiegammo 6 ore finendo nelle mani di četniči allo sbando che presidiavano una strada da loro considerata "il confine". Uno di loro scomparve con il mio passaporto per svariati minuti ed io mi sentii tremare la terra sotto i piedi. Tornò con la richiesta di 50 marchi tedeschi per riavere il passaporto con il permesso di trascorrere non più di 24 ore a Belgrado. Glieli diedi e di corsa pure.

Uscire da Israele, all’aeroporto di Tel Aviv, anche quella un’esperienza che va ricordata. Si deve arrivare 4 ore prima dell’orario di partenza dell’aereo e poi subire ore d’interrogatorio, ispezione corporale e dei bagagli. Ricordo, adesso con divertimento, il controllo dei trucchi nella mia borsa: rossetto a rossetto, mascara a mascara, ecc. Controllarono anche la scatola di datteri che portavo a casa per Natale, la passarono ai raggi X e quando il ferretto del reggiseno fece suonare il metal detector, fu il panico……

E poi gli aneddoti d’entrata ed uscita dai paesi sotto giurisdizione ONU Timor Est ed il Kosovo. A Timor Est non sapevi mai che lingua avresti dovuto usare arrivando perché, seppiatelo, i militari malgrado il fatto di lavorare sotto le bandiere internazionali ed al pubblico, non vuol dire si capiscano tra loro! I popoli latini coinvolti nelle manovre internazionali, nella maggior parte delle volte, parlano solo la propria lingua. E il caso degli italiani, degli spagnoli e dei portoghesi soprattutto. Così quando arrivavi a Timor Est magari trovavi la guardia alla dogana che ti chiedeva in un portoghese originario del Mozambico con inflessioni brasiliane qualcosa a proposito del tuo viaggio nel paese. E di solito ti faceva passare perché entrambi stremati dal non capirsi reciprocamente. Esempio simile per le forze militari italiane a presidio dell’aeroporto di Pristina, Kosovo. Ma lì per me era facile, sono italiana, stessa lingua, stessa patria…… anche se a volte con aria marziale mi fu chiesto se fossi italiana, nonostante il passaporto italiano. Perché? Perché la mia residenza in Bosnia riportata sul passaporto, faceva immediatamente di me un’extracomunitaria…

Ah, un’altra cosa: a me in Europa continuano a chiedermi il passaporto per attraversare le frontiere!


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