COFFERATI E’ FIGLIO DI TOQUEVILLE E DI ROSA LUXEMBURG

di Pino Rotta


Il linguaggio della politica negli ultimi anni è diventato, prevalentemente, un linguaggio mediatico, necessario a raggiungere "in tempo reale" un sempre maggior numero di persone per dare con immediatezza il senso della differenza tra schieramenti diversi o anche solo tra personaggi diversi del dibattito politico.

Potrebbe sembrare un fatto del tutto normale, addirittura utile, in una società in cui la comunicazione è diventata lo strumento principe per ottenere il consenso, ma quello che si nasconde dietro questo fenomeno è qualcosa di più profondo ed insidioso per quello che tutti si preoccupano di affermare come valore fondante ed irrinunciabile, cioè la libertà di pensiero. L’insidia infatti consiste proprio nel fatto che il messaggio, trasmesso attraverso i mezzi di comunicazione di massa, prima tra tutti la televisione, per potersi adattare al mezzo tende a trasmettere sempre di più emozioni, a fermarsi sull’attualità affievolendo, e col tempo cancellando il contenuto culturale a cui si riferisce. Si è anche teorizzato sulla opportunità di questo sistema ad esempio affermando che, con la caduta delle ideologie, quello che resta e che conta alla fine è l’utilità sociale delle scelte, fino ad arrivare a quanto di più attuale esista nel processo storico cioè la qualità della persona o delle persone che cercano il consenso per governare la società. Perde così di valore il significato di destra e di sinistra politica, tutte le forze politiche si dichiarano democratiche, laiche, liberali, ma con il tempo si è perso il senso ed il significato di questi termini e si è finito con farli sentire quasi anacronistici. I governi non si definiscono più in base alle proprie radici culturali ma in base alla bontà della loro azione pragmatica, finendo così col confondere il termine Governo con quello di Amministrazione.

E questo rincorrersi sul terreno dell’attualità politica ha finito col ribaltare i valori più importanti e profondi che differenziano le scelte politiche. Avviene così che basta essere popolari ed avere la maggioranza dei consensi per essere definiti democratici, facendo dimenticare che alla base della democrazia non c’è solo il consenso sulle scelte ma la partecipazione all’azione di governo, e quelli che si ostinano a difendere concetti quali appunto la partecipazione si vedano attribuito il marchio di conservatori.

Ma come è potuto succedere che sia la gente che le forze politiche non riescano più a fare queste differenziazioni?

Se si parte dal principio che la partecipazione democratica, oggi più che nel passato, necessita di consapevolezza e di ragionamento sulle cause e sui fini delle scelte, il fatto che negli ultimi venti anni il tasso di capacità critica della gente si è abbassato fino a toccare livelli critici, si arriva a comprendere che la partecipazione democratica consapevole è diventata patrimonio non più della maggioranza delle persone ma di gruppi sempre più esigui, fino ad arrivare, nei livelli in cui le scelte si svolgono in campi molto complessi, ad essere alla portata quasi di un’élite.

In questo processo la cultura nazionalpopolare, cioè la cultura di massa, omogeneizzata dai mass media, è diventata una cultura superficiale ma maggioritaria, mentre il pensiero critico è rimasto relegato in un angolo come cosa per "addetti ai lavori".

La sinistra (e qui si intende sia quella di ispirazione liberale, sia socialista che quella cattolica) ha un timore che rasenta il senso di colpa nell’accettare apertamente questo stato di cose. Ha il timore di scoprirsi minoranza culturale nella società della comunicazione di massa, ha il timore di dichiarare apertamente che quelli che un tempo erano definiti come valori borghesi, come il valore dell’individuo, della libera iniziativa, del gusto nei consumi, sono entrati a far parte del proprio patrimonio culturale. La sinistra ha cioè il timore di dichiarare apertamente che i principi liberali stanno alla base del proprio bagaglio storico, di dichiarare che senza il pensiero liberale non ci sarebbe stato il pensiero socialista e la dottrina sociale della chiesa cattolica.

Un fatto che appare chiaro a tutti ormai, soprattutto oggi che milioni di persone, che portando bandiere diverse, si ritrovano insieme ad affermare diritti e difendere valori come la pace, la libertà di espressione o a difendere la giustizia e la legalità.

Così in attesa che tutta la sinistra da quella cattolica a quella comunista accetti di riconoscere questa trasformazione culturale della società, che è patrimonio comune, si lascia campo ad una destra che di quegli stessi valori non è portatrice ma che anzi quotidianamente li nega e pur facendolo, grazie al meccanismo del consenso mediatico, vince e governa.


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