AUTO DA FE' : la critica profetica di Eugenio Montale
di Ilaria Scola
Eugenio Montale, oltre ad essere stata un’autentica voce
poetica del Novecento, è stato anche un fine critico letterario che ha
affiancato costantemente all’attività poetica quella giornalistica, che lui
stesso definiva come il suo "secondo mestiere". L'attività critica di Montale
inizia negli anni Venti con la collaborazione al "Baretti" gobettiano, poi
continua sulla rivista fiorentina "Solaria", e si colloca infine stabilmente sul
"Corriere della Sera". Nata nella forma dell’articolo giornalistico, la critica
di Montale si caratterizza subito come una conversazione ironica e distesa, e
risulta chiaramente un tipo di scrittura più dimessa rispetto a quello
folgorante della sua poesia.

Nel 1966 Montale pubblica Auto da fè (edito dal Saggiatore), un saggio che raccoglie articoli di attualità culturale, di critica letteraria e musicale, di meditazione sui cambiamenti culturali e morali di portata internazionale come la cultura di massa, l'arte ridotta a industria, spettacolo o merce da consumare.
Leggendo questo volume, si nota subito che Montale si pone al di sopra dei diversi schieramenti intellettuali, e, per conservare una piena autonomia di giudizio, non segue nessuna scuola critica, ma si comporta da critico attento e mai frettoloso alla ricerca del senso di una condizione esistenziale o di una realtà storica.
Auto da fè è una dichiarata polemica contro gli aspetti involutivi della modernità, contro la <<nuova barbarie>> del consumismo; della massificazione culturale; della mercificazione dell'arte; della meccanizzazione della vita e della reficazione dell'uomo. Montale denuncia la fine dell'antropocentrismo; l'alienazione; il trionfo dell'immagine sulla parola scritta. Chiama <<incapacità di volere e di sentire>> quel vuoto interiore generato dal "mercato del nulla", dalla mancanza di ideali e di valori. Montale profeticamente annuncia la fine della libertà in un mondo dominato e controllato dai mass media dove la teologia del progresso scientifico e tecnico ha garantito la vittoria dell'homo faber sull'homo sapiens.
Le pagine di questo libro sono dettate dalla intransigente coscienza etica di Montale che, indossati i panni dell'osservatore lucido e disincantato, denuncia l'inevitabile fine di antichi valori civili e umani in un mondo che mercifica ogni cosa. Motivo conduttore dell'opera è il continuo interrogarsi, con tono mordace e raramente scherzoso, sul destino dell'uomo e dell'arte nella nuova civiltà tecnologica e nella società dei consumi, dove il poeta-critico si trova intrappolato in una inestricabile contraddizione : << si può amare o non amare i tempi in cui viviamo (e io li amo appassionatamente, e appunto per questo ne scopro la caducità) >>.
Coerentemente alla tematica filosofica della sua poesia, il Montale critico s'interroga sugli insolubili ed universali dilemmi dell'uomo (il tempo, la vita e la morte, il destino oscuro ed enigmatico dell'uomo, Dio, ecc.) ma si cala anche nell'attualità, e, con il consueto stile gnomico e aforistico, affronta le problematiche contingenti del suo tempo. Afferma che l'arte moderna è e stata ridotta a farsa dall'industria culturale e l'artista deve confrontarsi con le <<...mutate condizioni di vita dell'uomo che fu detto sapiens e faber (e poi destruens) a vantaggio dell'immenso tutti-nessuno che stiamo avvicinandoci a formare. E' molto triste per i superstiti individui che l'arte moderna, nata come tragedia, si sia capovolta in commedia o in farsa >>.
Il critico attribuisce all'alienzaione la difficoltà dell’uomo contemporaneo sia ad instaurare autentici rapporti umani sia a realizzare una comunicazione profonda: <<...Tutto fa pensare che l'uomo d'oggi sia più che mai estraneo vivente tra estranei, e che l'apparente comunicazione della vita odierna - una comunicazione che non ha precedenti - avvenga non tra uomini veri ma tra i loro duplicati...>>. L'alienazione contemporanea viene definita in più articoli come mancanza di idee, incomunicabilità, incapacità di amare e di comprendersi, vuoto interiore, inadattabilità sociale dell'individuo. Secondo Montale l'alienazione è una sorta di colpevole "acquiescenza" di fronte alla negatività della realtà : <<vedo volti devastati da una noia che non ha nulla di esistenziale ma è il frutto di una supina acquiescenza a tutti gli aspetti peggiori del nostro tempo: un tempo che, dopo tutto, è stato fatto da noi. Era inevitabile che questo accadesse: uno dei compiti fondamentali dell'industria è di divertire l'uomo, ossia di divergerlo da quell'otium contemplativo, ch'è il peggior nemico di ogni attivismo. [... ] Guai se l'uomo si contentasse di una sola automobile, di una sola donna, di un solo colore di capelli, d'anima, di opinioni; guai se la gente lasciasse invenduti i dischi di canzonette, e vuoti gli stadi del foot-ball; guai se tutti decidessero di andar meno al cinema, di lasciar chiusa la TV e di non comperare "il libro di cui si parla">> (L'uomo alienato).
Ad alimentare il disagio dell’uomo è l'industria culturale perché pretende di riempire il vuoto interiore e la solitudine dell'uomo escogitando delle felicità fittizie che lo allontano sempre più da se stesso. Montale racconta il disagio di quella gente che <<ha bisogno - in qualsiasi modo - di "far qualcosa" per riempire il vuoto dal quale deve difendersi>>; la solitudine interiore di quella <<gente che si chiede sempre come impiegare il tempo, gente eternamente in lotta con la noia. Dolore autentico, nel senso antico, e non il moderno spleen dev'essere la loro noia; incapacità di sopportarsi, non perché si trovino di fronte a un loro odioso alter ego, ma perché posti in faccia al nulla assoluto>> (La solitudine). Montale mostra che il malessere dell'uomo contemporaneo deriva dalla mancanza di punti di riferimento stabili, di certezze, e dalla incapacità di credere in valori non materiali e non mercificabili: <<Qualcuno ha definito la malattia dell'uomo d'oggi come una progressiva perdita del centro. Un tempo l'uomo fu creduto misura di tutte le cose, più tardi si continuò a crederlo misura di tutte le cose, oggi non lo si crede più misura di nulla ...>> (Oggi e domani).
Montale spinge oltre la sua critica dell'uomo moderno mettendo sotto accusa l'idea di progresso: <<Il progresso consiste nel fare sempre più e sempre più velocemente quello che fanno tutti>>. La conseguenza di questo progresso è che l'uomo non è più capace di vivere << nel tempo >>, in quanto ha imparato che << la vita deve essere vissuta, non pensata, perché la vita pensata nega se stessa e si mostra come un guscio vuoto. Bisogna mettere qualche cosa dentro questo guscio, non importa che cosa>> (Ammazzare il tempo).
Pertanto la critica della modernità da parte di Montale non si conclude né in una accetazione ironica del presente né in un assoluto rifiuto dello stesso presente, ma in un invito a recuperare l'homo sapiens, l'uomo "capace di esprimere valori". Lette oggi, le parole profetiche della critica montaliana risultano un valido invito a vivere con spirito critico il nostro tempo e a contrastare la mercificazione della cultura, dell'arte, e dell'uomo stesso. Allora, sembra giusto concludere questi appunti con la speranza montaliana che <<non vada perduto il seme degli uomini che restano a occhi aperti e non si lasciano schiacciare nella massicciata collettiva>> (Le magnifiche sorti).
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