La repubblica o l'impero
Un anno dopo l'11 settembre, nell'ora dell'imminenza di una
guerra annunciata in Irak, la questione dell'impero ritorna in scena, e in
effetti non l'ha mai abbandonata. Il suo corollario obbligato : la repubblica.
Questa coppia di gemelli accompagna la storia dell'occidente sino dalla notte
dei tempi. Purtroppo, l'impero segue troppo stesso alla repubblica che crolla
per non avere saputo conservare i suoi valori. E sia nella sua forma totalitaria
o nella sua forma più dolce del
benevolo-gendarme-del-mondo-che-veglia-al-rispetto-delle-democrazie, la
sottomissione all'impero corrisponde sempre a dare le dimissioni.
Ma, giustamente, cos'è la democrazia? Termine svilito se mai ce ne fosse uno, la
res publica designa il "bene pubblico", la proprietà dello stato e più
estesamente la politica per opposizione alla privatae res, dove trova il
suo posto il singolare, l'individuo in una determinazione feconda.
Inizialmente nei greci si ritrova la divisione che oppone all'oikòs, la
sfera della casa, il koinòn, lo spazio comune, senza per tanto che questo
suddivida il politico e i suoi attributi: la cittadinanza, la libertà. Si
potrebbe dedurre che per i greci il koinòn viene prima della polis
e la rende possibile, ma non si confonde con questa.
L'urgenza di pensare l'esercizio del potere cancella questa
distinzione originaria. La tirannia onnipresente non lascia - è vero - nessuna
scelta. Nella famosa Repubblica dalla quale caccia i poeti (altro
dibattito, lo si vedrà) Platone sogna uno stato stabile, dotato di una
costituzione e rispettoso della ragione. E chi incarna meglio il sovrano
imbevuto di buon senso che il re filosofo? Questo modello del politico va a
influire sul modo di governare lungo tutti i secoli. Aristotele ci aggiunge il
governo della moltitudine "che amministra lo stato in vista dell'utilità
comune". E come stoico pragmatico, Cicerone proclama la "cosa pubblica, cosa del
popolo", ma si guarda bene dal menzionare un regime politico particolare, come
se presentisse che un tale regime, anche oligarchico, non durerebbe molto
dinanzi alle ambizioni dei tiranni. Tra l'altro ne fu una vittima. Il suo
assassinio chiude la repubblica romana e apre sull'impero, poiché la tentazione
del potere avrebbe di lì a poco spazzato via le velleità democratiche della
repubblica, ossia della prima manifestazione dello stato.
Nel corso della storia c'è stata la tendenza a sottostimare la seconda in
rapporto alla prima arrivando anche a confonderle. Tutto procedeva come se si
avesse voluto la democrazia, senza per tanto vederla concretizzarsi nella sua
forma tangibile di stato. Ora questa affermazione non può farsi senza una
riflessione sullo stato e a monte sul potere.
È da così tanto tempo che il potere dimora una emanazione del diritto divino che
le monarchie possono reclamarsene per fondare la loro legittimità, così che
l'avvenimento di una repubblica pienamente democratica è rimasta problematica.
Le esitazioni dei rivoluzionari francesi nel 1792, che dapprima avrebbero voluto
una monarchia costituzionale, lo dimostrano ampiamente. La repubblica si è
imposta come ultima spiaggia per i rivoluzionari francesi, e questo a loro
rischio. Tutto si è svolto come se si fosse voluto restare al di qua della
tradizione, nella continuità di questo legame al sacro che occorreva comunque
tagliare in senso proprio e figurato. Senza la bruciante intransigenza di un
Saint-Just e gli stupidi errori di Luigi XVI è probabile che la monarchia
francese avrebbe avuto ancora dei bei giorni davanti a sé. La prima repubblica
fiera e vittoriosa conobbe il grido d'incitamento alla propria caccia a causa
dei suoi propri difetti, e Napoleone si dette da fare per suonare il primo
squillo di tromba.
Dopo un secondo tentativo nel 1848, i francesi dovranno attendere la terza parte
del XIX secolo per rendere stabile infine il regime repubblicano. Quanto agli
europei, essi pazienteranno sino all'indomani della prima guerra mondiale, che
suonò le campane delle grandi dinastie monarchiche del vecchio continente. E
ancora oggi sette stati europei su undici sono delle monarchie costituzionali.
Certamente, alcune dinastie praticavano già un certo liberalismo democratico; da
qui una certa confusione tra il regime di governo che deve ispirare la
democrazia e la sua manifestazione esteriore e sovrana: lo stato repubblicano.
Per quanto evidente, questa relazione imboccò numerose trasformazioni prima di
sostituirsi, non senza dolore, alle monarchie e alle oligarchie. Perché?
Dapprima c'è voluto che la sovranità potesse ritrovare il suo
depositario, il popolo, e che questo avesse la coscienza e i mezzi di affermarsi
alto e forte.
Le rivoluzioni del XVII e del XVIII secolo contribuirono a questa operazione di
autolegittimazione. Ma le modalità di applicazione del regime democratico da
instaurare furono più complesse. Effettivamente si pose subito la questione del
modo di rappresentare la moltitudine, divenuto il motore della storia. Occorreva
rispettare le diverse separazioni di classe e le categorie professionali con i
pericoli di ricadere nella trappola di una rappresentazione organica dei corpi
sociali e dei territori che rinviavano al vecchio regime o al contrario
bisognava praticare una rottura radicale? Inoltre è per questa dialettica che si
è finalmente emancipato lo stato repubblicano del quale la pietra angolare
risiede senza dubbio (almeno in Francia) nella legge di separazione della chiesa
e dello stato votata all'inizio del XX secolo. Questa legge completa la
separazione dei poteri pensata da Kant. Tale è la novità della repubblica nella
storia. Infine abbandonata dal formidabile peso della rappresentazione
spirituale, lo stato repubblicano può allora prendere il senso che gli si
riconosce oggi: sia una forma di stato nel quale i cittadini esercitano la
sovranità, sia designando con i loro voti un presidente e i suoi rappresentanti,
sia eleggendo dei rappresentanti ai quali spetta di eleggere il presidente.
Malgrado il suffragio universale, i modi di esercitare questa rappresentazione
popolare sono oggi più che mai la posta in gioco maggiore della vita politica in
occidente. La transizione tra lo stato nazionale e un insieme sovrannazionale
economicamente forte ma politicamente debole va ad aggiungersi alla perdita di
senso. Perché? Perché le condizioni di esercizio della vita pubblica sono
cambiate. La mediatizzazione della vita privata così come quella della vita
politica hanno creato l'illusione di una comunità per un verso planetaria e per
un altro locale, che ci lasciano proprio senza voce. Come a dire: senza
rappresentazione. Un terreno ideale per tutte le demagogie tentate di introdurre
il privato, i valori familiari e morali nel dominio del pubblico. Segnatamente,
ciò capita ogni giorno negli Stati Uniti.
Ieri come oggi, la repubblica può servire da contrappeso alla preminenza di
questa opinione pubblica sottomessa a tutte le interpretazioni. Come? Mantenendo
un certo numero di valori provenienti da orizzonti diversi (conservatorismo,
socialismo, nazionalismo, liberalismo) all'interno di un quadro neutro affinché
possano interagire, opporsi e fecondarsi senza travalicare il quadro
assegnatogli. Questo è il principio della laicità.
Laicità resa questa volta tanto più necessaria che internet gli impone la sua
trasparenza. I nuovi agora elettronici ci obbligano a rivisitare i valori della
vita democratica. In primis la sovranità. Essa designa il carattere di un organo
o di uno stato che non è sottomesso a nessun altro stato o organo. La sovranità
è stata forgiata dai giuristi del re per consolidare la sua autorità di fronte a
quella dell'imperatore.
La sovranità qualificata come "inalienabile" o invisibile è al cuore del dispositivo della rappresentazione popolare. Ora questa rappresentazione è stata sacra per molto tempo. E non è altro che nell'occasione di trasformazioni tecnologiche che la rappresentazione rivela la sua natura fittizia, ossia il suo dispositivo narrativo e soggettivo. L'opportunità è talmente bella, oggi, da riattualizzare i multilpli sensi che la repubblica racchiude, per vedere quali indicazioni offrono al nostro futuro.
Parigi, gennaio 2003 (a cura di Giancarlo Calciolari su Transfinito.it)
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