Soffio in Calabria (romanzo di Barbara Collet) recensione di Pietro Maria Militello*
Written by Pino Rotta, 15 febbraio 2026
Mi permetto di segnalare alla vostra attenzione per una edizione in lingua italiana il volume di Barbara Collet, Bella Calabria, , già edito in lingua tedesca.Il motivo per cui questo romanzo è di indubbio interesse per un pubblico italiano risiede nel suo valore narrativo, ma anche nel suo valore documentario di una realtà per certi aspetti lontana (la Calabria degli anni ’80) ma al contempo vicina.
Non si tratta di un semplice romanzo giallo, come potrebbe far pensare il titolo, anzi la struttura stessa del libro è ben diversa da quella dei thriller o dei romanzi investigativi. Non c’è nessun delitto, all’inizio, su cui indagare, l’assassinio cui il titolo fa riferimento avviene all’ultimo, quasi a margine, a suggellare l’idea di una Calabria che mentre celebra la bellezza dei luoghi, del cibo e delle stesse persone, costituisce al contempo un insieme chiuso e restio al cambiamento, contro cui si spuntano sia le armi di chi proviene dall’esterno (in questo caso un archeologo francese sinceramente interessato al passato non classico dell’isola, e un emissario spagnolo dell’Opus Dei incaricato di radicare l’Opera in territorio calabro), ma anche di chi, dall’interno, vorrebbe cambiare. A cominciare dal protagonista, Antonio, le cui aspirazioni intellettuali e libertarie dopo una breve stagione luminosa, cedono alla necessità pratica di garantire un futuro adeguato alle proprie figlie, per continuare con un povero frate, colluso con il potere occulto, che paga la sua ribellione con la morte (l’assassinio del titolo), tradito da chi più gli è vicino.
In questo senso il romanzo non ha il classico sviluppo che porta al cambiamento, ma finisce come è iniziato, perché alla fine nulla è cambiato.
Nel mezzo, l’ambizione al riscatto ed al cambiamento che assume la originale idea di una ricerca di un passato che non sia quello, codificato dalla tradizione ufficiale, della parentesi gloriosa ed appariscente greca o romana, ma quello più vitale, originale e meno conosciuto, fenicio ed ebraico. “A differenza dei Siciliani – annota ad un certo punto l’autore – i Calabresi non sono fieri di questi apporti esterni”.
Queste affermazioni sono possibili proprio perché l’autrice non è una calabrese, ma una straniera, che ha avuto modo di conoscere bene la Calabria in lunghi anni di permanenza, ma soprattutto ha “visto” la realtà locale non con gli occhi del turista, ma con quelli dell’antropologo, unendo obiettività d’esame con passione (e amore) per la Calabria. Barbara Collet è infatti la moglie di Serge Collet, antropologo del CNR francese, studioso delle realtà dei pescatori del Mediterraneo, che a Bagnara Calabra ha avuto la propria residenza per molti anni. Da qui la capacità di leggere le strutture nascoste della società locale, non solo le abitudini e i costumi di foklore, ma anche i rapporti parentali, i legami di diverso tipo, le gerarchie che si stabiliscono (o si stabilivano), tutto quanto porta ad un habitus (nel senso di Bourdieu) di cui gli attori stessi non sono consapevoli. Quello che succede al protagonista del romanzo è proprio il risveglio, la presa di coscienza di queste infrastrutture, il tentativo di ribellione e il riconoscimento, alla fine, che questa ribellione non è possibile.
La Calabria di oggi è certamente diversa da quella di trenta-quaranta anni fa, ma proprio per questo è salutare mettere a disposizione del pubblico uno spaccato di una realtà passata, a monito del futuro.
Pietro Maria Militello
Professore ordinario archeologia egea Università di Catania


