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Heidegger – «Il primo nazismo e l’altro nazismo»


Dopo il percepito attacco alla mole di Meßkirch scatenata da libro L’introduzione del nazismo nella filosofia (2005) di Emmanuel Faye, c’è stato un bisticcio sulla definizione del nazismo di Martin Heidegger fra i suoi esegeti. Il filosofo e poeta Jean-Pierre Faye, per altro babbo di Emmanuel, non era riuscito, nonostante la notorietà, a scalfire la crosta dell’incrostato pseudo dibattito delle schiere angelo-logiche di heideggeriani. Eppure nel suo libro Le piège, mai tradotto in italiano c’era già tracciata un’altra lettura senza debiti con il pensatore dell’“inferno” di Meßkirch e della baita di Todtnauberg. Il libro Le piège: la philosophie heideggerienne et le nationalsocialisme di Jean-Pierre Faye è stato pubblicato per la prima volta il 1° ottobre 1994 dalla casa editrice Balland. L’opera analizza il rapporto tra la filosofia di Martin Heidegger e il nazismo, inserendosi nel solco delle ricerche di Faye sui linguaggi totalitari. In italiano si trova di Jean-Pierre Faye (che ho incontrato due volte tra Tokyo 1984 e Milano 1997) La ragione narrativa. La ragione dell’Altro. Linguaggi totalitari (Spirali, 1992). E quasi dimenticati ci sono stati i libri: Introduzione ai linguaggi totalitari (Feltrinelli, 1975) e Critica ed economia del linguaggio (Cappelli, 1973). Nazismo metafisico, nazismo ordinario, cripto nazismo, pausa nazista, nazismo denazificato dopo la pausa come rettore? Franco Volpi traduttore e curatore in particolare dei Contributi alla filosofia. Dell’evento (datati fra il 1936 e il 1938) attenendosi alle convenzioni filosofiche universitarie non riesce a leggerlo. Ognuno può dire Jrfnq eolq sb ï3Ît e sino a quando non fornisco le chiavi chi può intendere? Eppure mi trovo a potere scrivere un libro con questo titolo. Ognuno può scrivere che tra i filosofi del Novecento, Martin Heidegger è quello che più di ogni altro ha spinto il pensiero oltre i canoni acquisiti del rapporto tra soggetto e oggetto, verità e esperienza. Così pare abbia cominciato la sua elaborazione heideggeriana Franco Volpi. Nell’introduzione ai Beiträge il filologo si barcamena con fra un esempio calcistico per “passaggio” (Zuspiel) e un esempio di strada di montagna (forse con la bicicletta) per “svolta” (Khere). Perché non intende? Perché vede il testo. Conosce il greco, conosce il tedesco, conosce l’italiano è sono linguaggi che vede con acume infinito. La filologia di Wesung è impareggiabile. Vede e non ascolta. Niente Pentecoste. Ecco l’avvio dell’avvertenza del curatore Franco Volpi. «Intorno a questa opera postuma aleggia da tempo una aura esoterica. Annunciata come il più importante di una serie di trattati inediti del «secondo» Heidegger, se non come il suo «vero magnum opus» (O. Pöggeler) o la sua «seconda opera capitale (F.-W. von Herrmann), essa custodisce i segreti del suo pensiero e fornisce la chiave per accedervi. Nondimeno rimane, a parecchi anni dalla sua comparsa, ancora tutta da capire e da interpretare.» Quindi per Franco Volpi l’opera di Martin Heidegger è “ancora tutta da capire e da interpretare”. Perché non riesce? Insisto: perché non ascolta. Non ascolta quando a un amico, a proposito del Dasein, dice che si tratta di un Deckname, un nome in codice. L’ascolto non è ricerca. Nessun può cercare d’ascoltare. Forse solo il sordo. Chi cerca cosa vuol dire Heidegger con Dasein non trova nulla: vede l’aura esoterica che aleggia da tempo. Volpi si chiede perché due titoli (Contributi… e Dall’evento). I Beiträge zur Philosophie restano ancora tutti da capire e da interpretare. Allora si rivolge a Vom Ereignis. Ecco: «Ereignis. Un concetto «intraducibile al pari della parola guida greca lógos e di quella cinese Tao» dichiarerà in Identità e differenza».  Nel libro postumo di Franco Volpi su Heidegger, La selvaggia chiarezza: «La radicalità filosofica diventa vaniloquio, rifiuto della razionalità, visione catastrofica mal argomentata».Per Volpi il «grande bastimento» del pensiero heideggeriano s’inclina, irreparabilmente, e va incontro a un clamoroso naufragio? E l’analisi è evitata: è coperta da un grande bastimento. Franco Volpi non ha mancato la lettura di Martin Heidegger, come ogni heideggeriano, ha mancato l’analisi del passaggio e della svolta. L’analisi della svolta nella curva salendo la collina (nonché l’analisi della collina) era essenziale per intendere la Khere. Non bastava citarla come uno svago: divagando per le colline dove cresce il pericolo non si realizza la profezia di Hölderlin, che per il filosofo Michel Bel – in un libro sinora impubblicabile – Heidegger usa come miccia per dare fuoco alle polveri nella sua comunicazione in codice con Hitler.  Leggendo il palinsesto di “lamelle” linguistiche di Heidegger non ho bisogno della parodia di Bel, che attende la pubblicazione. L’introduzione alla lettura richiede ciascuna volta il suo laboratorio. E questo si è instaurato dopo aver leggiucchiato varie opere e vari riassunti all’università. Per insegnare la psicanalisi esistenziale (Daseinanalyse) di Binswanger non manca un’introduzione al pensiero del vate di Meßkirch. Quindi non posso che invitare a leggere i 96 libri che ho scritto, dove qua e là analizzo il testo di Heidegger. Qui la brevità che ho affissa nel titolo di questa nota: Il primo nazismo e l’altro nazismo. Non il primo inizio e l’altro inizio, che ogni filosofo universitario e ogni erudito di filosofia apprezza. Chi non vuole “guadagnare il doppio”? Chi intende qualcosa della frase in cui Heidegger apparenta le camere a gas con la meccanizzazione dell’agricoltura? La questione della meccanizzazione dell’agricoltura è discussa principalmente nella conferenza intitolata “La questione della tecnica” (Die Frage nach der Technik). In questo testo, Heidegger sostiene che l’agricoltura moderna si è trasformata in un’industria alimentare meccanizzata, dove la terra non è più coltivata ma “sfidata” a fornire energia e materie prime. Sebbene la conferenza sia stata pubblicata come saggio autonomo e poi inclusa nella raccolta “Saggi e discorsi” (Vorträge und Aufsätze), Heidegger affrontò il tema per la prima volta nel 1949 durante il ciclo di conferenze di Brema intitolato “Sguardo in ciò che è” (Einblick in das was ist). Chi intende le implicazioni della formula “primo inizio”, Der erste Anfang e “altro inizio”, Der andere Anfang ? Chi la intende legge chiaramente la questione dell’isomorfismo heideggeriano fra le camere a gas e la meccanizzazione dell’agricoltura. Il primo inizio e l’altro inizio sono il doppio volto del fare negato (le sue due negative), sia come “mobilitazione totale (Jünger) sia come “surplace” (Derrida). Per concludere l’incompiuto del primo inizio bisogna terminarlo, ovvero farla finita con la Weltjudentum all’interno dell’epoca della Machenschaft, come fine della metafisica che si compie nella tecnica. Il trucco del prestigiatore di Meßkirch è banale e non è inteso per la sua banalità. Come nessun poliziotto e nemmeno il Prefetto riescono a trovare la lettera rubata nel racconto di Edgar Allan Poe. Invece Dupin “legge” la linguistica del caso e intende. E questa è la parodia di Poe, che serba la linguistica del suo caso. Basta non scrivere Weltjudentum a proposito della Machenschaft e il passaggio, la svolta e il salto si compiono in una nuova barbarie, sempre dal volto umano, per citare il testimone civile Bernard-Henri Lévy. Franco Volpi vede il naufragio di Heidegger e ogni lessema, nonostante l’infinita erudizione: è un cunicolo che come i sentieri non porta da nessuna parte. Ovvero ognuno circola. Il cerchio? Das Selbe durch das Selbe zum Selben. «Lo stesso attraverso lo stesso verso lo stesso» (Zeit und Sein, conferenza del 1962). L’“essere” nella linguisteria di Martin Heidegger è mondato dal (non) dell’essere, come se fosse un refuso della Grundsprache e per questo la metà dei molti barcolla e l’altra metà si barcamena fra gli heideggeriani di ogni risma, sempre circolando. Il titolo di questa nota è parodia. Nessuna ripetizione dell’identico. Da qui le virgolette.

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