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La dimensione antropologica dell’architettura


Edward Hall nel suo saggio La dimensione nascosta (E. Hall, La dimensione nascosta, Bompiani, 1966) fa una analisi antropologica e semiologica dello spazio e delle relazioni di prossimità. In linea con gli studi di neuroscienze (Henry LABORIT, L’Homme imaginant. Essai de biologie politique, Colletion 10/18. Union Generale d’Editions, 1970 e Marino LIVOLSI, Identità e progetto, Ed. La nuova Italia, Firenze 1987) Hall osserva e descrive lo spazio quale ambiente in cui nascono, si incontrano e si trasformano le relazioni umane. Le persone agiscono nello spazio e instaurano relazioni che necessitano di uno spazio composto tanto di oggetti quanto di altri viventi per poter non solo co-evolvere ma in sostanza esistere. In effetti sia lo spazio che gli oggetti che lo riempiono esistono solo in quanto vi è un osservatore vivente che li percepisce, vi interagisce e “nominandoli” da loro un senso per sé e per gli altri viventi. L’idea che lo spazio abbia una dimensione antropologica ed una funzione comunicativa è relativamente recente nella nostra cultura. Negli anni tra il 1960 e il 1970 l’architetto ecologista greco Alexander Doxiadis, fondatore della scuola di Delo, inaugurò  una  serie  di  incontri  annuali  che riunivano numerosi esperti per elaborare uno studio degli insediamenti umani e dell’organizzazione degli spazi in funzione comunicativa. Doxiadis comincia ad immaginare (e realizzare concretamente) la progettazione di nuove forme di città e degli spazi urbani. Sosteneva che questa azione olistica della progettazione architettonica e urbanistica dovesse interessare pressoché tutte le scienze sia umanistiche che tecnologiche. Questa azione “dovranno aiutarla gli urbanisti ed i politici che oggi, non tra cento anni, dovranno progettare e trasformare angolo per angolo, strada per strada, piazza per piazza, luoghi e ritmi di lavoro per far in modo che la città sia luogo di incontro, di scambi culturali e artistici ed anche di progetto per le attività produttive fatte per l’uomo.” Erano gli anni cui Ferruccio Rossi Landi (F. Rossi Landi ,“Metodica filosofica e scienza dei segni”, Ed. Studi Bompiani, Milano, 1985) sosteneva che gli “oggetti” hanno una funzione culturale in quanto “prodotti” dell’immaginazione e della nominazione umana, azione necessaria non solo per fini pratici ma per la stessa identità soggettiva e sociale. In natura non esistono “oggetti”, questi infatti sono il frutto dell’idea e dell’azione umana. Immaginiamo un uomo dell’era preistorica che vagando nella foresta a caccia di prede, stanco abbia visto un tronco caduto a terra e vi si sia seduto per riposare, ripetendo questa azione e riproducendo l’oggetto all’interno della sua grotta da una funzione a quell’oggetto-tronco che con il linguaggio  in seguito chiamerà “sedia”. Solo da quel momento un “oggetto-sedia” avrà una funzione sociale ed in quanto tale esiterà per il gruppo sociale che ne condivide l’uso, il nome e l’utilità. Ma per fare un “oggetto” serve un’azione, serve che vi sia un lavoro e prima ancora un’idea. Immaginiamo che un falegname per la prima volta immagini di realizzare un tavolo. Per dar forma all’idea dovrà utilizzare altri oggetti che sono già nella sua sfera culturale e di cui egli conosce nomi e funzioni, delle assi, un martello, dei chiodi. Realizzando l’idea per mezzo degli oggetti già conosciuti darà vita ad un nuovo oggetto che verrà nominato “tavolo”. Il frutto del suo lavoro non sarà solo un oggetto utile per la sua funzione ma sarà “l’identificazione” dell’uomo con il suo lavoro, egli si identificherà quale falegname e la società gli riconoscerà questa identità. Mano a mano che gli oggetti prendono forma e consistenza danno un impulso sempre più accelerato all’evoluzione tecnologica ma anche alla identità culturale di individui e società. Gli individui, le società e lo spazio antropologico, in un processo di co-evoluzione, trasformano l’ambiente e l’identità individuale e sociale. Tornando agli studi di Edward Hall, osserviamo che lo spazio antropologico è creato in relazione all’ambiante preesistente, alla storia ed alla cultura degli individui che in esso vivono ed agiscono. Un esempio molto pregante ci sembra la comparazione degli spazi organizzati nella cultura occidentale con quella orientale. Da questa comparazione possiamo osservare che la differenza dell’organizzazione degli spazi nelle due culture sia il frutto della storia e della filosofia che queste culture hanno prodotto, sulle cui strutture cognitive si sono sviluppate. Nella cultura occidentale gli spazi sono organizzati secondo il modello della “domus romana”. Con case formate da spazi quadrangolari, con arredamento disposto alle pareti e funzioni sociali agite all’interno degli spazi e distinte per uso funzionale (dormire, mangiare, cura del corpo). Gli spazi deputati alla socialità sono prossimi all’ingresso, mentre più interni e riservati sono quelli preposti alle funzioni domestiche ed alla cura del corpo. Se ci proiettiamo all’esterno ci viene abbastanza facile riconoscere che anche l’organizzazione urbana riproduce questo modello (piazze, uffici, ristoranti, ospedali, alberghi) riproducendo lo schema quadrangolare della “domus romana”. Spostandoci nelle società orientali questo modello (nella versione classica non occidentalizzata!) viene completamente ribaltato. Le case hanno stanze con arredi disposti al centro e attorno ad essi si svolgono le funzioni sociali e familiari. Le città si sviluppano secondo un modello radiale, dal centro verso la periferia. A Tokyo i numeri civici sono molti brevi nel centro storico e molto più complessi verso le periferie. Il modello è quello dei “raggi solari”. Esattamente come gli spazi urbani e le immagini che compongono il nostro vissuto personale e storico, anche gli oggetti hanno una funzione comunicativa. Come suggerisce Carl G. Jung con la sua teoria dell’immaginazione attiva, gli oggetti evocano delle immagini nel nostro subconscio e possono portare alla nostra consapevolezza ricordi ed emozioni. In sostanze gli oggetti hanno una loro funzione comunicativa. Questa funzione è, come nella descrizione del paragrafo precedente, collegata alla nostra cultura ed alla nostra esperienza personale. Se entriamo in una casa vuota dove siano presenti arredi ed oggetti appartenuti al nostro passato o al passato di persone a noi legate, quegli oggetti evocano nella nostra mente immagini e provocano l’insorgere di emozioni. In quel momento, pur nello stato di solitudine, non siamo soli. Quelle immagini ci parlano e a quel linguaggio noi reagiamo. La storia e la filosofia influenzano l’organizzazione dello spazio, questa organizzazione influenza l’identità individuale e sociale e tutte insieme la co-evoluzione del pensiero e della percezione del sé e del tempo.
Molto di più si potrebbe dire su questi principi e per questo rimando ad un saggio che li affronta in maniera più completa e approfondita (Pino Rotta, E’ un mondo complesso, Città del Sole Ed.).

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