Umanità fragile. Senza voglia di vivere
Written by Pino Rotta, 15 giugno 2026
Parliamo di un problema che è molto sottovalutato e invece è veramente allarmante. I suicidi e soprattutto i suicidi compiuti dai giovani, soprattutto dai ragazzi. In Italia, come avete visto nelle mappe dell’Istat che stiamo condividendo con voi, sono le risultate che l’Istat ha tratto nel nel duemila e venticinque ci sono circa eh quattromila suicidi d’anno e di questi tre sono uomini e e tra questi l’ottanta per cento ha un’età compresa dai quattordici e i venti anni è un fenomeno veramente allarmante è un fenomeno che già un secolo e mezzo fa quasi cento trent’anni fa il sociologo il sociologo Durkheim francese che ha studiato dettagliatamente già centotrent’anni fa lo e ha studiato dettagliatamente e lo ha definito come fenomeno sociale, quindi anche il dato del malessere psicologico non lo si può relegare soltanto a un fatto psichiatrico, a un fatto di malattia mentale, no, è più complesso, la questione è molto più complessa. Lo vediamo soprattutto se guardiamo alla cartina delle dislocazioni dei dati dei suicidi (img sotto), vediamo che in Italia nell’ultimo anno, nell’anno scorso, Il maggior numero di suicidi è nel centro nord, nel sud abbiamo le zone più isolate come la Sardegna o la Basilicata e questo è indicativo di una situazione che mette in evidenza non tanto il discorso della malattia mentale quanto l’isolamento sociale. Ci sono altri dati molto importanti che vanno tenuti in considerazione. Il numero di suicidi avviene soprattutto tra le persone che hanno difficoltà di inserimento sociale per motivi per esempio sessuali, gli omosessuali sono tra i più colpiti da questo fenomeno, i carcerati, ma abbiamo anche dei dati preoccupanti che riguardano le forze dell’ordine. Questi dati sono dell’Istat ma in genere le forze dell’ordine tendono a nascondere a tenere un po’ nascosto questo fenomeno ma alla fine c’è l’Osservatorio Nazionale che pubblica questi dati e vengono fuori; tra le forze dell’ordine il dato dei suicidi è veramente allarmante soprattutto nella Polizia di Stato nei Carabinieri ma anche nell’Esercito Questo ci dà la possibilità di allargare e fare un confronto con gli altri paesi.
Per esempio, in Europa, i paesi dove il più alto tasso di suicidi viene registrato sono la Slovenia, l’Estonia, l’Ungheria, l’Austria. Sono paesi in cui l’emarginazione sociale, soprattutto per quanto riguarda la discriminazione sessuale o la discriminazione razziale è molto importante. Ma c’è anche una questione di isolamento autoprodotto, cioè queste persone, soprattutto questi ragazzi, che non si sentono accettati, poi alla fine entrano in uno stato di depressione, di angoscia, spesso vanno a finire in cure psichiatriche, ma le cure psichiatriche, come abbiamo visto, servono a poco e che hanno anche una manifestazione dovuta all’impatto sociale, lo capiamo anche confrontando i dati che arrivano dagli Stati Uniti. Negli Stati Uniti il fenomeno è anche lì molto preoccupante, alto soprattutto tra i reduci delle guerre. I reduci delle guerre dell’Afghanistan, dell’Iraq e del Golfo registrano tassi di suicidio o di tentato suicidio altissimi. In Europa, nei paesi che abbiamo detto, come Ungheria, Slovenia, Estonia, dove ci sono alti tassi di suicidio, ci sono anche alti tassi di femminicidio. Il discorso quindi è un discorso che si fa marcatamente sociale. Abbiamo per contro una disattenzione da parte delle istituzioni rispetto a questo fenomeno. Si tende a criminalizzare il fenomeno. Allora se avviene un atto di violenza si tende a alzare l’asticella delle pene, alzare il fenomeno del razzismo, eccetera, ma dal punto di vista concreto l’Italia fa registrare una drammatica diminuzione di strutture psichiatriche adatte ad accogliere le persone con disagio mentale. Veramente ci sono delle strutture con un numero preoccupante di carenza di psicologi e di psichiatri. Ma nella prevenzione è importante anche quello che si può fare nelle scuole. Parlarne intanto è una forma di inclusione. Parlare e discutere nelle scuole con i ragazzi, con i giovani, di questo fenomeno, però in un contesto di relazioni affettive. Cioè i ragazzi devono capire che possono condividere il loro disagio perché riguarda la loro sfera educativa affettiva, riguarda la loro sfera emotiva e quindi hanno bisogno di essere ascoltati e qualcuno dovrebbe ascoltarli, cosa che invece non avviene. Anche noi divulgatori, anche noi della stampa dovremmo impegnarci un po’ di più a concentrare l’attenzione sull’analisi più che sulle denunce, molto spesso fatte con superficialità, non soltanto da parte del Governo, ma anche da una ormai esondante presenza sui social network e sui dibattiti televisivi.


