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Edgar Nahoum “detto Morin”


Omaggio a Edgar Morin, e grazie per la luce della sua opera. Durante questa università d’estate intitolata « cambiare rotta », nel 2010 avevamo applicato al territorio della Poitou-Charentes la democrazia partecipativa e la socio-ecologia” (Ségolène Royal)

Edgar Morin non dà lezioni a nessuno, e le lezioni di cui parla sono quelle che lui trae dall’esperienza. Un’esperienza di secoli e secoli, anche nel nome, cognome e nome d’arte. «Io sono francese, d’origine ebraica sefardita, parzialmente italiano e spagnolo, ampiamente mediterraneo, europeo culturale, cittadino del mondo, figlio della Terra-Patria» (*). Laico, sfiorato dalla religione, come il nonno materno Salomon Beressi, che era apertamente un libero pensatore e insegnava una morale senza Dio ai suoi bambini. Il babbo, da giovane, scrive Edgar Morin: non sognava che di Parigi. La borghesia sefardita di Salonicco parlava in francese e anche in vecchio castigliano, detto “djidio”, nell’ambiente e fuori chiamato “giudeo-spagnolo”. Morin, nato in Francia, è il nome che ha preso da partigiano e che aggiungerà sulla carta di identità, quando ancora potevano, subito dopo la seconda guerra mondiale, cambiare nome per ragioni dovute alla Shoah, al massacro degli ebrei. La parte materna aveva vissuto per anni a Livorno, che era tradizionalmente anche un porto d’approdo degli ebrei portoghesi, degli ebrei spagnoli, degli ebrei del Marocco. Tanto che nel 1850, per 50 anni, il rabbino Benamozegh veniva dal Marocco. Nel solco della tradizione umanista che va da Montaigne a Hugo, si è svolto il primo percorso di Edgar Morin. Non è in questo saluto che entriamo in questioni che richiederebbero un impegno di analisi di molte pagine e anche più di un libro. Riconoscendo la sua ascendenza ebraica, affermando che è del popolo maledetto e non del popolo eletto, si è definito come post-marrano, ovvero come figlio di Montaigne, d’ascendenza ebraica, e di Spinoza, che è stato anatemizzato dalla sinagoga. È tra i sefarditi e non tra gli aschenaziti che si trovano delle aperture rispetto alla tesi che avrebbe voluto approvare, forse quella di Martin Buber, ovvero di una nazione comune agli ebrei e agli arabi, senza spalancare porte a considerazioni di esclusione, di inclusione, di possibile e di impossibile. Non è questa la modalità della lettura e non è questo che affrontiamo qui. Edgar Morin ha scritto che i Nahoum furono un tempo radicati in Toscana, dove, tra l’altro, uno di loro partecipò al Risorgimento. Del resto, la famiglia Nahoum ottiene la nazionalità italiana a Salonicco a partire da quando l’Italia è diventato uno Stato unificato, indipendente. Anche, precisa, in questo libro delle Lezioni di un secolo di vita, che Gonzales, primo ministro spagnolo, ha voluto restituirgli l’identità spagnola della famiglia. La città di Livorno gli ha offerto la cittadinanza onoraria. Europeo, Edgar Morin, lo diviene politicamente nel 1973, quando scopre che «l’Europa, potenza coloniale inumana, era diventata una povera e vecchia cosa che aveva perduto le sue colonie e non poteva sopravvivere che sotto perfusione di petrolio medio-orientale». Non entriamo nel resto dell’analisi, e non va assunta come religione, perché questo porta all’anti-occidentalismo, che è un figlio indebito dell’intellettualità. Non ha nulla di intellettuale. Occorre che l’Occidente legga e sfati le dottrine religiose, politiche, militari che contrastano la cittadinanza planetaria, che non è solo quella europea. Questa è la battaglia alla quale partecipa e è attore e non “attante” Edgar Morin. Quando scrive L’uomo e la morte (1948), il suo primo libro importante, inaugura questo palinsesto, questo laboratorio di infinite trame che va anche con il linguaggio corrente. L’uomo e la morte è una novità: non c’era questa ricerca intorno alla questione della morte. Molto di quello che risulta della “complessità” in Edgar Morin riguarda il pleonasmo, nel l’atto di parola: la sua ricchezza, il suo nomadismo e la sua effettualità. In tal senso, poi, quando ha pubblicato Il metodo, in più tomi, il libro ha avuto rimostranze, fu anche denunciato Morin  come un incompetente, un volgarizzatore. Insomma, disturbava gli argini quieti del controllo sociale della standardizzazione umana. Quindi resta cittadino del pleonasmo planetario. Un pleonasmo planetario che richiede qualcosa di molto difficile: la testimonianza civile, il non versare nella calunnia, nelle fake news per arrangiarsi, per normalizzarsi, per evitare di vivere la vita sperando che, dopo una morte anticipata, l’avvenire sarà radioso!  Il cervello che esplora e che elabora Edgar Morin è invisibile alle neuroscienze che analizzano il cervello, e pure scrive che è il cervello di ciascuno, non di chiunque, non di ognuno, ma di ciascuno che viaggia nella vita. Non assume la paralisi sociale universale e volge in parodia l’opportunità e la mala opportunità. La sofferenza e la beatitudine. La narrazione della sua esperienza sfata il destino assegnato, non esige la guerra contro il male per giungere al bene ideale, proprio come la sua analisi della questione israeliana non s’impianta sulla creazione del nemico mortale. Per Edgar Morin la vita è originaria, mai da contrabbandare con una sopravvivenza facile fra la desistenza, la rassegnazione e la resa. Non è qui che parliamo dei suoi incontri, delle sue amicizie, da Margherita Duras, che conosceva persino come cuoca di casa, a Jacques Monod, a Jean Daniel. Sulla questione della complessità si trova a conversare con Wiener, Bateson, von Foerster. Edgar Morin, tra le felicità poetiche, annovera anche l’ascolto delle battute e la preparazione del gratin di melanzane. Nel capitolo “Tutta la vita è incerta”, Edgar Morin legge l’accadere come imprevisto. La vista non ha nessun privilegio e nessun prestigio: è la vista del cieco, laddove, al netto della parola, non si intende nulla di quel che accade. Gli accadimenti sono allora imprevisti? Edgar Morin, più per parodia, oscilla tra l’imprevisto, come caso, hazard, come “par hazard”, ma anche, citando Marx: la «vecchia talpa che sa bene lavorare sotto terra per apparire bruscamente». Allora è la negazione del caso. «L’impossibilità di eliminare il caso (aléa) da tutto ciò che è umano, l’incertezza del nostro destino e la necessità di attendere l’inatteso, questa è una delle lezioni più importanti della mia esperienza di vita.» Questa testimonianza è sulla via di dissipare la credenza nel destino assegnato, sia presunta innata sia presunta acquisita. Per questo aspetto è il caso di qualità Edgar Nahoum detto Morin.Per altri aspetti, gli asterischi conservano le questioni che richiedono altri laboratori, altra linguistica, altra elaborazione. Edgar Morin: la “complessità umana”, la “condizione umana”? La questione uomo si risolve nella questione umana? La Questione Edgar Nahoum si converte nella questione Morin? Già qui conta la questione Edgar Nahoum detto Morin.

(*) Per questo saluto a chi parte restando ho letto Lezioni da un secolo di vita, pubblicato in francese da Denoël nel 2021 e in italiano da Mimesis nel 2021. La lettura di Morin risale agli anni Settanta e Ottanta, avendo trovato la traccia in “Spirali” e “Spirales”, riviste edite e dirette da Armando Verdiglione. Un’amicizia in atto.

Inoltre, questa chicca dal libro appena citato:«Gli scrittori, i filosofi, gli universitari, soffrono di un complesso di riconoscenza smisurato. Ciascuno vorrebbe essere riconosciuto, se non come genio, almeno come il migliore dei suoi pari. Ciascun libro è come un bambino adorato, dal quale si attende un destino glorioso che si rifletterà sul suo autore. Da qui gli orgogli, le vanità, il disprezzo, le cattiverie, talvolta le calunnie contro coloro che sono visti come rivali o, peggio, come nemici. Quando in nome della complessità ho integrato nei miei scritti dei saperi che ho preso da varie scienze fisiche e biologiche, ho suscitato la reazione del proprietario, che è uscito col fucile contro il bracconiere che veniva a derubarlo del suo bene.»

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