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Arte e Suggestioni psicoanalitiche (di Salvatore Romeo, psichiatra)


L’espressione artistica e la psicodinamica possiedono diversi e profondi concetti che le accomunano.

Il primo di questi concetti, dal quale poi in definitiva discendono tutti gli altri, è che ambedue fanno riferimento all’Inconscio: l’Arte, in quanto da esso trae sia l’ispirazione che il materiale con cui crea le sue opere, la Psicodinamica perché ne fa l’oggetto della sua attività.

Ora, l’Inconscio non manifesta mai la sua presenza in maniera chiara ed esplicita, ma solo in maniera simbolica, attraverso atti mancati, sintomi nevrotici o comportamenti che sembrano razionalmente incomprensibili e che spesso sorprendono anche noi che ne siamo i diretti responsabili, e sia l’Arte che la Psicoanalisi condividono proprio questo linguaggio traslato e suggestivo, fatto di simboli e di immagini mentali.

La Psicologia asserisce che non si può pensare se non attraverso delle immagini mentali e per questo motivo, nonostante l’Arte comprenda diverse modalità di espressione, io mi soffermerò maggiormente sulle arti pittoriche e figurative, le quali, in virtù del loro elevato significato allegorico sono in grado più delle altre di rappresentare un mezzo transizionale, di comunicazione e di collegamento simbolico tra essa e la psicodinamica e tra l’universo interiore e il mondo della realtà sensibile.

(autrice Kreszenzia Gherer, collezione privata)

Sebbene anche il modo musicale, in virtù della sua astrattezza e della sua universalità, susciti in ognuno di noi emozioni e ricordi conservati nelle pieghe più profonde del nostro essere, un quadro o un semplice disegno sono in grado di raccontarci molte cose sulla personalità dell’autore, sui suoi stati d’animo e su quali corde emotive egli intenda, più o meno consapevolmente, porre gli accenti.

Tutto questo non avviene per caso, ma solamente perché l’arte in generale, e quella figurativa in particolare, è in intimo contatto con l’Inconscio e utilizza come questo un linguaggio metaforico e allusivo, che sollecita la nostra mente alla riflessione e che richiama e suscita memorie ed emozioni nuove o antiche e sopite.

Così i triangoli, i cerchi e le coppelle, che appaiono sui fondali dorati dei quadri di Gustav Klimt non sono semplici forme inserite esclusivamente per pure ragioni estetiche, ma esprimono una profonda simbologia inconscia, psicodinamica e mitologica.

Il triangolo, per esempio, con le sue punte e le sue spigolosità, richiama simbolicamente la virilità del corpo maschile, così come il cerchio e le coppelle si riferiscono alla forza vitale e generatrice della donna.

Anche il cerchio centrato, inoltre, è un simbolo alchemico e mitologico insieme, che richiama l’oro di Ra, il dio del Sole dell’antico Egitto, ed evoca la forza della vita e dell’infinito.

Le rappresentazioni mentali sono le espressioni dell’istintualità inconscia e del sentire più genuino e immune da ogni sovrastruttura culturale o intellettuale che ne potrebbe contaminare l’immediatezza percettiva ed emotiva e costituiscono il mezzo elettivo con cui si manifesta quella modalità di pensare istintiva e intuitiva tipica dell’innocenza della coscienza e della genuinità di un mondo arcaico e primitivo intimamente connesso alla sfera dell’Inconscio.

Già Freud si era posto il quesito da dove l’artista potesse trarre il materiale per costruire ed elaborare la sua opera e la risposta sembra che la trovasse proprio nell’Inconscio e nella sua dimensione fantastica, ludica e infantile.

Ognuno di noi sa quanto la fantasia e il gioco infantile costituiscano per tutti una importante valvola di sfogo delle tensioni inconsce e delle memorie passate di cui ognuno di noi crede di aver perso il ricordo.

Esempi di tali richiami mnestici ne ritroviamo frequentemente nella vita di tutti i giorni e anche nell’arte.

Un ricordo infantile sembra, in effetti, almeno secondo un’interpretazione freudiana, alla base del soggetto rappresentato da Leonardo da Vinci nel suo dipinto La Vergine e Sant’Anna, nel quale Gesù Bambino viene accudito sia dalla Vergine che da Sant’Anna, cioè da due donne-madri, contrariamente a quanto avviene in altre tradizionali rappresentazioni della Sacra Famiglia, in cui di madre ne vediamo soltanto una.

Ebbene, ciò può essere dovuto ad una immagine dell’infanzia, recuperata probabilmente dalle memorie depositate nell’Inconscio, allorchè Leonardo era stato allevato da due madri, quella naturale, una ragazza di umili origini di nome Caterina di Meo Lippi, e quella legale, ossia la moglie legittima del padre, il notaio fiorentino Ser Piero da Vinci.

L’episodio del quadro di Leonardo ci ha indicato già in parte l’importanza dei contenuti inconsci nel dirigere in maniera discreta e silenziosa il nostro comportamento cosciente, le nostre attitudini e finanche alcune nostre scelte.

Gran parte del nostro agire quotidiano è dominato dall’Inconscio, che rappresenta la parte più estesa della nostra Psiche e che costituisce il grande serbatoio dove sono contenuti tutti i nostri ricordi rimossi e dimenticati, le esperienze passate, le pulsioni che razionalmente disconosciamo e tutti i miti conosciuti, conservati simbolicamente sotto forma di immagini mentali e di potenzialità energetiche.

Tuttavia, se vogliamo cogliere appieno i nessi che legano l’Arte all’Inconscio, dobbiamo considerare, però, anche i meccanismi psicologici che li accomunano e che vengono utilizzati sia come genesi dell’opera d’arte, sia come manifestazioni del lavoro psicodinamico.

Tali meccanismi possono sostanzialmente ricondursi ai processi di sublimazione e di proiezione, ossia di due processi mentali che hanno lo scopo di alleviare il sovraccarico di energia psichica che altrimenti sfocerebbe in una nevrosi d’angoscia, nel migliore dei casi, se non in una psicosi.

autrice Luisa Malaspina, collezione privata

Con la sublimazione avviene la canalizzazione di questa energia verso attività e obiettivi accettabili, mentre con la proiezione i conflitti interiori vengono trasposti nella realtà esterna, dove potranno essere meglio controllati ed elaborati, perché tutti siamo consapevoli del fatto che è molto più facile controllare un pericolo esterno, quando lo si conosce e lo si circoscrive, rispetto ad una tensione interiore indefinibile e sconosciuta.

Tutto ciò avviene in maniera indolore, possiamo affermare, poichè non verbalizzare il conflitto ma elaborarlo attraverso immagini e rappresentazioni simboliche protegge l’Io dall’angoscia o dalla depressione.

Esempi di sublimazione e di proiezione psicologica se ne hanno in tutte le forme di arte, compresa anche la cinematografia e la letteratura.

Il regista francese Alain Resnais, per esempio, trovò sollievo dalla sua depressione, come egli stesso confessò, oltre che dalle sedute psicoanalitiche alle quali si sottoponeva regolarmente anche e soprattutto, forse, attraverso la realizzazione di film, come L’anno scorso a Mariembad.

Il poeta portoghese Fernando Pessoa proiettava segmenti e sfaccettature della sua personalità nei numerosi eteronimi con i quali firmava le sue opere, quasi come se fosse affetto da un disturbo da personalità multiple, se non fosse che ne era pienamente consapevole.

Aspetti proiettivi sono contenuti in qualsiasi opera pittorica o in qualsiasi semplice disegno e si possono riscontrare sia nel modo con cui vengono utilizzati lo spazio, i colori e i tratti della matita o dei pennelli, sia nel modo di rappresentare e disporre le forme e i soggetti, caratteristiche peculiari, queste, che sono spesso utili per ipotizzare un qualche indirizzo diagnostico.

Ma è possibile tentare di giungere ad una indicazione diagnostica analizzando le produzioni artistiche dei pazienti psichiatrici?

Nel suo libro Arte e follia, già nel 1924 il francese Jean Vinchon, che può essere ricordato come il precursore dell’Arteterapia, ne propone alcune letture: così descrive, per esempio, le opere dei maniacali e dei melanconici come produzioni generalmente pasticciate, quasi degli scarabocchi, con l’impiego di colori vivaci da parte dei maniacali e di colori, invece, cupi e freddi nei depressi.

Se tutto questo era evidente nelle produzioni di autori anonimi e sconosciuti, un esempio tratto da artisti famosi è quello di Vincent Van Gogh, che creava coerentemente a seconda delle fasi ondulanti della sua malattia, tentando di controllare ora la sua impulsività, ora la sua disperazione: tele ricche di colore e di luminosità accecante nei periodi maniacali e quadri tetri e bui evocanti spettri e incubi nelle fasi depressive.

Così dipinge I mangiatori di patate con toni scuri e cupi che riflettono l’umore cupo dell’artista e poi I Girasoli, che con i suoi brillanti colori gialli rappresenta uno dei dipinti più gioiosi non solo di Van Gogh, ma dell’intera storia dell’arte.

E ancora un altro quadro emblematico che rafforza questa ipotesi dell’uso emozionale dei colori è Il Vecchio Chitarrista di Pablo Picasso, sprofondato in una profonda depressione dopo il suicidio di un suo caro amico, dipinto che riflette la tristezza dell’artista sia nel soggetto che nei colori utilizzati: un vecchio contorto, emaciato e tormentato e due tinte, blu e marrone, che Picasso associava alla tristezza.

Un’ulteriore interpretazione, concepisce ancora l’Arte e la Psicoanalisi come strumenti di trasformazione e di catarsi, in virtù del loro valore di mediazione e di comunicazione simbolica, e quindi, in ultima analisi, come strumenti di guarigione e di benessere personale.

In funzione di quest’ultima affermazione, l’Arteterapia può essere considerata a tutti gli effetti una tecnica psicoterapeutica che esalta tanto il significato sublimante e proiettivo dell’Arte, quanto la capacità di approfondimento e di elaborazione emotiva della Psicoanalisi.

Da qualunque prospettiva la si voglia considerare, la composizione artistica rappresenta comunque sempre un momento liberatorio e a volte costituisce per alcuni una sorta di fuga dal mondo e da una realtà quotidiana ed esistenziale che non sazia e che non soddisfa.

Uno dei più importanti musicisti di fine Ottocento, Gustav Mahler, affermava che per lui la sinfonia significava fondamentalmente “costruirsi un mondo”.

Ora, se consideriamo che il mondo delirante dello psicotico non è altro se non la costruzione fantastica e dereistica di una realtà fittizia e soggettiva, l’affermazione di Malher traccia sensibilmente una sorta di parallelismo tra questo mondo delirante e la produzione artistica.

In fondo, ambedue le manifestazioni sono espressioni intime della ricerca di una dimensione diversa attraverso la costruzione di una realtà nuova e contenitrice: il folle sentendosi così protetto dai suoi fantasmi interiori, l’artista ricercando una forma di catarsi nel tentativo di rendere, sulla tela o sullo spartito, in una qualche misura più sopportabile una determinata emozione.

E un urlo forse di denuncia, ma certamente anche liberatorio, è quello che si osserva in una delle poche opere sopravvissute dell’artista anglosassone Francis Bacon, Studio dal Ritratto di Innocenzo X.

In questo dipinto, Bacon riversa tanto l’angoscia esistenziale suscitata in lui da una realtà spietata e da un mondo devastato dalle guerre e dalla fame, quanto la sua personale inquietudine interiore, in una figura umana atteggiata ad un urlo tragico e terrificante e intrappolata tra le pieghe di una tenda rigida, come probabilmente si percepiva lo stesso artista, prigioniero all’interno delle griglie di una società che non accettava e che non lo accettava.

L’atto creativo non si limita così a rappresentare soltanto un momento di semplice produzione artistica, ma diventa anche un’autentica tecnica autoterapeutica.

Pertanto, mi pare utile sottolineare a questo punto l’esistenza di un significativo nesso tra la produzione artistica, con il genio creativo che ne sta alla base, ed alcune manifestazioni psicopatologiche, argomento che ha sollevato spesso perplessità e quesiti relativi in particolare al ruolo della malattia mentale come momento generante dell’opera d’arte – la cosiddetta “malattia creativa” di Ellenberger -.

L’idea di un legame tra creatività e follia non è infatti una riflessione moderna, ma risale già all’antica Grecia.

Tuttavia, solo nell’ultimo secolo si è rilevata un’incidenza di malattie mentali tra pittori, poeti e musicisti, statisticamente superiore rispetto alla popolazione generale.

Comunque, nonostante una tale palese evidenza, soprattutto per quanto riguarda i disturbi dell’umore e la patologia bipolare in particolare, è rilevante e corretto sottolineare che l’arte non è mai, nè necessariamente, solo il prodotto di una psiche alterata.

Anzi, nella maggior parte dei casi la malattia mentale è sterile in quanto, nelle forme più gravi, disorganizza le facoltà psichiche e ostacola qualsiasi possibilità di produzione coerente e finalizzata, mentre, invece, sappiamo bene quanto debba essere perfetta nello stile e nella struttura, oltre che originale nel contenuto, un’opera per essere considerata “arte”, qualità impossibili da raggiungere da parte di una psiche dissociata o disorganizzata.

Nonostante ciò, come detto prima, non vi è dubbio che molti artisti fossero affetti da disturbi psichici, o perlomeno dimostrassero tratti di personalità particolari, estremamente originali ed eccentrici, talvolta strani e bizzarri.

Tuttavia, anche se come affermava il Petrarca “non esiste alcun ingegno se non mescolato alla pazzia”, restringere il discorso dell’espressione artistica ad una pura forma di espressione psicopatologica è quantomeno ambiguo e inesatto, poiché estremizzando troppo questo tipo di analisi si rischia di svilire e di inaridire l’esperienza artistica, che in fondo rappresenta un mondo fantastico, misterioso ed emozionale e per questo difficilmente interpretabile in modo compiuto con i soli strumenti intellettuali.

La manifestazione artistica, con la sua funzione catartica a cui abbiamo accennato, consente l’emergere delle emozioni più intime e disconosciute attraverso una modalità espressiva di tipo non-verbale, tipica dell’emisfero cerebrale destro, ossia da quella parte del cervello che controlla l’espressività artistica e creativa e che funziona secondo una modalità analogica, intuitiva e irrazionale.

E se questa modalità di operare utilizza poco la logica e la razionalità, essa consente, al contrario, di esprimere se stessi e il proprio mondo interiore in maniera immediata, istintiva e spontanea.

Per questo l’arte figurativa in particolare, alludendo, richiamando e trovando corrispondenze dirette tra il mondo emozionale e indefinibile dell’inconscio e la nostra sensibilità, riesce mirabilmente a comunicare l’inesprimibile attraverso altre vie che non siano le parole.

Ora, tralasciando le espressioni più genuine e spontanee che possiamo cogliere in tutte le forme dell’arte antica, la manifestazione degli stati d’animo mediante la creazione artistica trova una sua compiuta realizzazione con l’Espressionismo, una corrente artistica che agli inizi del ‘900 fondò la sua ragion d’essere nell’espressione, appunto, dei moti dell’animo, realizzando un percorso immaginario che porta all’esterno il sentire interiore, illustrandolo simbolicamente attraverso soprattutto l’uso del colore.

Uno dei precursori di questa corrente d’Avanguardia fu il pittore norvegese Edvard Munch, che espresse tensioni universali e tormenti personali, specialmente in uno dei suoi quadri più rappresentativi: L’urlo.

Anche se la critica riscontra in questo dipinto la manifestazione dell’inquietudine e dell’angoscia esistenziale che attanaglia l’uomo moderno in generale, come abbiamo visto avvenire nel quadro di Francis Bacon, rileggendo alcune note autobiografiche di Munch relative proprio al momento della genesi di quest’opera, è possibile riscontrare, a mio modesto avviso, anche una dimensione più personale e intimistica, che riguarda molto da vicino il vissuto emozionale che il pittore stesso, in prima persona, sperimentava nel momento dell’ispirazione.

Secondo quanto scriveva Munch, egli stava passeggiando in compagnia di alcuni amici su un fiordo della Norvegia verso l’ora del tramonto e proprio i colori intensi di quel tramonto, e particolarmente le sfumature rosse, lo scossero talmente che fu colto da un vero e proprio attacco di panico.

Ora, l’attacco di panico è una condizione ansiosa caratterizzata particolarmente da una sensazione fortissima e opprimente di angoscia e di agorafobia, dalla paura di impazzire e dalla percezione di perdere il contatto fisico e cognitivo con la realtà e con la terra stessa.

Ora, in particolare il colore rosso del quadro, con il chiaro richiamo simbolico del sangue, evoca con intensità proprio questa angoscia endogena e terrificante.

Come Munch stesso scrisse, in quelle poche note autobiografiche: “le nuvole erano tinte di un rosso sangue…dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando.”

E quel grido dei colori l’artista lo traspose anche nella figura del dipinto, che urla e si porta le mani alle orecchie quasi per ripararsi, in un gesto comune, che tutti conosciamo quando ci si trova di fronte a una situazione di spavento o di sorpresa.

E’ una figura sinuosa che sembra ondeggiare, come se stesse per perdere l’equilibrio, e anche tutto il paesaggio e lo stesso cielo vengono tratteggiati con linee ondulate, quasi come se stessero per venire risucchiate in un vortice confuso, esprimendo così figurativamente un’instabilità che ben riflette esteriormente la percezione di una precarietà interiore.

L’agorafobia caratteristica di questo tipo di ansia panica è raffigurata plasticamente, invece, dalla prospettiva estesa del ponte, che sembra dilungarsi nello spazio senza alcun orizzonte ben definito.

L’atmosfera di provvisorietà e di incertezza evocata dal quadro non si smarrisce il senso profondo dell’opera sia che la rappresentazione possa rapportarsi alla condizione umana e universale, sia che possa riferirsi all’autore stesso del quadro, quasi preda di un attacco di panico.

Molto si è scritto in merito a quanto si possa considerare un’opera d’arte come espressione della malattia e sul significato di “contenimento” e di abreazione delle tensioni e dei fantasmi che animano l’inconscio dell’artista.

Abbiamo già accennato a Munch e alle sue inquietudini, ma anche Francisco Goya ha utilizzato la pittura come antidoto alla sua depressione e ancora Michelangelo e Caravaggio, che furono anch’essi due spiriti malinconici e altresì lacerati da scrupoli religiosi e da meditazioni sulla morte e sul peccato, espressero tutte queste loro ansie in opere ricche di luci, di ombre e di penombre.

Per Antonio Ligabue la pittura rappresentò un mezzo in grado di placare la sua impulsività e il suo disagio, aiutandolo a mantenere un certo equilibrio mentale e se nel caso di Van Gogh, come abbiamo già visto, il dipingere diventa una valvola di sfogo, uno scarico onirico delle tensioni interiori di grande potere liberatorio (soleva dire che prima sognava i suoi dipinti e poi dipingeva i suoi sogni), per Ligabue la creazione pittorica assume i caratteri quasi di una compensazione consolatoria.

Tuttavia, occorre dire che se anche numerosi artisti erano affetti da disturbi psichici, le loro creazioni non sono tuttavia dovute alla malattia, ma alla loro raffinata inventiva e al loro indiscusso talento, che si sono incontrati con una sensibilità acuita e che sono riusciti ad esprimersi nonostante la malattia.

Per concludere, se consideriamo che il processo di guarigione e di maturazione psicologica avviene, secondo Jung, attraverso il cosiddetto incontro con gli Archetipi, figure immaginarie e mitologiche che simbolizzano le più importanti tappe maturative della personalità umana, e che il linguaggio dell’arte, in virtù della sua universalità, ma soprattutto del suo valore simbolico, è, in fondo, la via privilegiata per ricondurci allusivamente a questo traguardo, allora possiamo tranquillamente affermare che la creazione e la contemplazione di un’opera d’arte potrebbero a buon ragione rappresentare un mezzo e uno strumento di crescita e di benessere molto importante, istruttivo e, perché no, estremamente piacevole.

E per interpretare concretamente questa piacevolezza, non c’è di meglio che accennare al fatto che l’Arte ha sempre catturato ed espresso tutta la gamma delle emozioni, non solo il dolore e la paura, ma anche la gioia e la felicità, illustrandole sulla tela o sullo spartito come testimonianze eterne della varietà e della ricchezza di tutte le passioni che eccitano l’animo umano.

Così nel quadro Donna che aspetta il sorgere della luna di Uemura Shoen possiamo riscontrare l’atmosfera dell’attesa e della speranza, della felicità e dell’esuberanza illustrate dai colori e dal movimento de La Danza di Henri Matisse o dagli atteggiamenti dei soggetti ne La Passeggiata di Chagall e ancora della spensieratezza e della serenità nei quadri di Renoir, come Bal au moulin de la Galette.

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