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Abdu’l-Bahá a cento anni dalla sua morte


postato da Saeid Sardarzadeh
per conto della Comunità Bahá’í

Uno dei massimi orientalisti di tutti i tempi, Edward Granville Browne, docente all’università di Cambridge, incontrò nell’aprile del 1890 ‘Abdu’l-Bahá ad ‘Akká, l’antica San Giovanni d’Acri, in Palestina, e ne dipinse questo ritratto: “Raramente ho conosciuto qualcuno che mi abbia tanto impressionato. Un uomo robusto, dritto come una freccia, con veste e turbante candidi, lunghe ciocche di capelli neri che gli scendevano fin quasi sulle spalle; una fronte ampia e possente a indicare la presenza di un forte intelletto combinato a una ferrea volontà; occhi penetranti come di falco, fattezze marcate ma piacevoli. Reputo che molto difficilmente si possa trovare, anche tra i più eloquenti, preparati e sagaci rappresentanti della sua razza, un più abile conversatore, un uomo maggiormente dotato di argomentazioni, più pronto a offrire delucidazioni e più profondamente versato nelle scritture sacre giudee, cristiane e islamiche. Nessuno ch’abbia conosciuto quest’uomo può intrattenere alcun dubbio sulla sua grandezza e sui suoi poteri”.

‘Akká era una colonia penale dell’Impero turco e ‘Abdu’l-Bahá vi viveva prigioniero insieme al padre, Bahá’u’lláh, fondatore della Fede bahá’í, un nuovo messaggio religioso inviso alle autorità islamiche, per cui entrambi erano stati esiliati dalla natia Persia e infine relegati in questa antica e malsana cittadina sulle rive del Mediterraneo. Dopo quarant’anni di esilio e prigionia, ‘Abdu’l-Bahá sarà liberato soltanto nel 1909 sull’onda della rivoluzione dei cosiddetti Giovani Turchi.

Nel frattempo, dopo la morte del padre avvenuta nel 1892, aveva assunto il ruolo di guida della comunità bahá’í che, relegata nei primi decenni all’area pur vasta del Vicino e Medio Oriente, si allargò all’Europa, e al continente nordamericano in virtù dei suoi viaggi compiuti in Occidente dal 1911 al 1913. Ovunque fu accolto da entusiastiche reazioni da parte di migliaia di persone che accorsero ad ascoltarlo e dalla stampa, sia americana che europea, che lo additarono ai loro lettori con lusinghiere descrizioni sia della sua figura che del suo messaggio religioso. Tenne molti discorsi in chiese e sinagoghe, ricevuto sempre con sommo rispetto e ammirazione come si evince, per esempio, dall’introduzione che ne fece l’arcidiacono Wilbeforce nella chiesa di St. John’s Westminster in Londra il 17 settembre 1911: “Rudyard Kipling disse una volta che l’Oriente e l’Occidente non s’incontreranno mai, ma io vi dico che essi si sono incontrati sul terreno comune dell’Amore e oggi ne abbiamo la prova. Mirate al meraviglioso ospite di stasera, che ha sofferto quarant’anni di prigionia per il bene dell’umanità! Guardate a quelle mani che hanno conosciuto le catene, a quei piedi che furono avvinti nei ceppi a causa del suo Messaggio di amore e unità a tutti i popoli. Ora egli è libero ed è venuto dall’Oriente per recarci quel Messaggio. Oh, pregate perché la benedizione divina possa discendere su di lui, e sprigionate in voi vibrazioni d’amore per incontrare quello Spirito che è in mezzo a noi!”.

Negli Stati Uniti, templi e chiese di tutte le denominazioni, sinagoghe, società per la pace, istituzioni religiose ed educative, università, circoli femminili, gruppi metafisici e centri del nuovo pensiero spalancarono di buon grado e senza riserve le loro porte, i loro pulpiti e i loro podi al suo messaggio. Egli presenziò ai convegni sulla pace di Lake Mohonk, parlò a folti incontri nelle università Columbia e Leland Stanford, davanti ad associazioni scientifiche, a gruppi socialisti, a culti etici, a servizi sociali e a organizzazioni benefiche, partecipò a ricevimenti e banchetti nei palazzi dei ricchi, visitò i poveri e gli umili nelle loro modeste abitazioni, arrecò la luce della speranza e del conforto alle anime derelitte della Bowery Mission di New York – in breve, proclamò universalmente il suo messaggio e i suoi insegnamenti a ogni livello e capacità del genere umano, con tale purezza e sincerità che tutti lo ascoltarono con gioia e senza pregiudizi o antagonismi.

‘Abdu’l-Bahá  ricevette la visita di personaggi illustri, fra cui l’ex presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt, l’arcivescovo cattolico di Montreal, Louis Joseph Napoléon Bruchesi,  Thomas Edison, l’inventore Alexander Graham Bell, il ministro del Tesoro USA in carica, Lee LcClung, che, dopo essere stato cordialmente trattenuto da lui a pranzo, se ne uscì con un commento a dir poco inusitato sulla bocca di un politico: “Mi è sembrato d’essere alla presenza di uno dei grandi profeti antichi, Isaia, Elia, Mosè. Eppure era più di questo. Ero alla presenza di Cristo”.

Non mancò in quel 1912 di mettere in guardia i responsabili dell’umanità dell’incombente pericolo di un conflitto mondiale che purtroppo si realizzò e durante il quale, tornato in Terra Santa, egli si prodigò con generosità per sfamare le popolazioni locali, gesto che gli varrà, da parte del governo inglese, il conferimento di un’alta decorazione.

Il messaggio che attirò una così vasta attenzione ed ammirazione conteneva principi di grande rilevanza: la necessità di abolire ogni tipo di pregiudizi – religiosi, razziali, nazionali o d’altro genere – di riconoscere e costruire l’unità del genere umano e favorire l’avvento della pace universale con istituzioni internazionali atte a realizzarla.

Il trapasso di ‘Abdu’l-Bahá, avvenuto il 28 novembre 1921, fu annunciato dai più diffusi quotidiani del mondo: da Haifa a Londra, da New York a New Dehli, dal Cairo a Parigi, nelle principali città e capitali del pianeta si pubblicarono notizie della sua vita, dei suoi insegnamenti, della sua morte esemplare. Per fare solo un paio di esempi, il prestigioso quotidiano londinese The Times del 30 novembre 1921 scrisse di lui: «Era un uomo di grande potere spirituale e di dominante presenza, e il suo nome era riverito in tutto il Medio Oriente. Patrocinò la causa della pace e della fratellanza universali, la libera ricerca della verità, l’eguaglianza dei sessi, e rivolse frequenti appelli ai governanti d’Europa perché procedessero a un disarmo universale». E lo Sphinx del Cairo (17 dicembre 1921) annotò: «Nella sua personalità e nella sua influenza, ‘Abdu’l-Bahá incarnava tutto ciò che v’è di più nobile e straordinario nelle fedi cristiana e islamica. Vivendo un’esistenza di puro altruismo, egli predicava e operava l’unità interrazziale e interreligiosa. Alla presenza di ‘Abdu’l-Bahá, indagatori pensosi capivano ben presto di essere dinanzi a un uomo dalla personalità unica, dotato di un amore e di una saggezza che esprimevano qualità divine».

) la foto del Maestro ‘Abdu’l-Bahá @ Bahaimedia is a repository of Bahá’í images

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