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Digione (F) – Stéphane Domeracki: Heidegger et la solution finale


Stéphane Domeracki ha pubblicato nel 2016 il libro Heidegger et la solution finale. Essai sur la violence de «la» «pensée» (Connaissances et Savoirs), con la prefazione di Emmanuel Faye. Leggendo l’intera opera heideggeriana edita sinora, inclusi i Quaderni neri sino al 1948 (dopo sono usciti altri tre volumi nella Gesamtausgabe, in cui si trovano i quaderni sino al 1957), Domeracki in 775 pagine mette alla prova di realtà e alla prova di verità la sua indagine su quel che c’è di nazista nell’opera del filosofo tedesco considerato dalla vulgata universitaria il più importante del XX secolo. E trova molto e molto di più delle “poche” frasi esplicite pubblicate nei primi Quaderni neri. Come in una favola di Borges: chi si nasconde edifica un edificio così grande da vedersi ancor di più che si non si fosse nascosto. E così Domeracki legge il palinsesto dell’opera di Heidegger: il suo progetto, il suo programma, in cui le frasi antisemite offrono uno strumento ulteriore e prezioso. Il risultato non corrobora il personaggio costruito dagli agiografi, che avrebbe preso una “sbandata” negli anni del rettorato, rettificata poi dalla “svolta”, eccetera. Personaggio salvato anche da vari poeti italiani, affascinati forse dal suo interesse per Hölderlin.

L’ipotesi di Stéphane Domeracki parte da un filo conduttore inedito, ovvero da un elemento linguistico che ha cominciato a suonare differente nell’ascolto: insurrezione, Aufstand. Per questa via le frasche della cripto-scrittura del pastore dell’essere offrono l’occasione per dissipare l’immaginazione e la credenza nella grande opera, e per accorgersi anche della meschineria dell’homo duplex in tutto il suo dasein sacrale e non sacerizzato. Un altro aspetto importante è la lettura di Heidegger con Schelling, in cui l’essere si sostituisce a Dio e il nemico si sostituisce al male.

I riferimenti di Heidegger rispetto all’istanza ebraica, alla caratterizzazione degli Ebrei, al cominciamento dell’essere intercettato e deviato all’istante dal popolo “senza radici”, la costruzione cifrata di un Quarto Reich e della sua lingua legnosa (Spracht-Schatf, che non sono “affari linguistici” ma lingua del bastone), indicano la costruzione di un cavallo di Troia che sta ancora funzionando.

Il lavoro di Domeracki è quello della testimonianza e della scrittura civile, che ha preso slancio dall’opera di Emmanuel Faye che nel 2005 ha pubblicato Heidegger. L’introduzione del nazismo nella filosofia, senza condividere la messa all’indice delle opere del filosofo tedesco. Semmai spinge alla lettura e all’analisi. Certo l’importanza di Martin Heidegger nell’educazione filosofica francese (come in quella italiana) è gonfiata e si sgonfierà, anche per altri interventi stimolati da Heidegger et sa solution finale. E forse anche dall’edizione degli altri “Quaderni neri” e dalle loro traduzioni.

Non è questione di erigere un nuovo personaggio Heidegger, che ogni sciacallo può colpire per riscuotere qualche obolo o qualche trionfo mediatico. Non è nemmeno questione di deviare gli studi filosofici su un autore che ha barato sin dall’inizio, come afferma platealmente Louis Althusser, sulla sponda dell’altra ideologia speculare, che non ha mai avuto la sua Norimberga. Non è questione di usare un brandello della sua produzione che, ancora cifrato, pare convenire al transumano conformismo dell’epoca.

Noi abbiamo un’altra pista di lettura, per via di un’altra formazione, psicanalitica e non solo. C’è da fare una lettura Heidegger con Böhme, una lettura Heidegger con Duns Scoto. Qui Domeracki non menziona la tesi di abilitazione di Heidegger su Duns Scoto, mentre per noi è importante, riguarda la “questione del linguaggio” che Heidegger sgancia dalle categorie non solo di Duns Scoto, di Hegel e di Kant, ma anche di quelle iniziali di Aristotele, poiché introduce sangue, suolo e popolo. C’è da fare una lettura Heidegger vs Freud. E dalla cifrematica, che dà oggi il suo statuto alla psicanalisi, si può intendere che la machenschaft (la macchinazione, dalle varie traduzioni edulcoranti) che Heidegger incolla agli Ebrei quali nemici assoluti da annientare per un nuovo avvento dei Tedeschi, appartiene a Heidegger, l’apostata.

In un’appendice, Domeracki legge il libro di Donatella Di Cesare, Heidegger, les Juifs, la Shoah (una versione aumentata di più capitoli rispetto all’edizione italiana) e formula alcune obiezioni interessanti. Tuttavia la distinzione tra nazismo metafisico (Di Cesare) e arcinazismo (Domeracki) è ancora ideologica, connotativa e non denotativa, non una notazione originaria. Il nazismo ordinario di Heidegger poggia sulla non restituzione della tessera del partito nazista, sull’epurazione dall’università dei professori ebraici, sulla cancellazione della sua dedica a Husserl dall’edizione di Sein und Zeit, sullo stupro di guerra invisibile che è il suo “amore” per Hannah Arendt, su una lettura della filosofia che assume come manganello, senza escludere l’uso dei forni crematori per rifiuti i finti forni del pane. Il progetto e il programma di Heidegger: Wo Jude war, soll Ich werden. “Dov’era Ebreo, l’Io deve sloggiarlo” (alla lettera werden è divenire: un puro nulla concentrato). Una perla dell’archivio di Stéphane Domeracki: Martin Heidegger : « L’être et l’étant ne sont que des “Decknamen”, des prête-noms, des couvertures » (lettre du 1 er août 1943, Correspondance avec Kurt Bauch, p. 90).   “Decknamen” vale anche “nomi in codice”.

Stéphane Domeracki, nato nel 1982, insegna filosofia a Digione, in Borgogna. Ha pubblicato due libri su Heidegger e la sua soluzione finale, uno sulla violenza del “pensiero” e l’altro sull’intendimento inumano del filosofo e dei suoi seguaci. Inoltre ha pubblicato articoli sulle questioni del male e del gioco nella cultura attuale. I libri:

Heidegger et sa solution finale. Essai sur la violence de «la» «pensée», con prefazione di Emmanuel Faye, 2016 

Nouveaux essais sur l’entendement inhumain Heidegger et sa solution finale tome II, 2021

Entrambi editi da Connaissances Et Savoirs.

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