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Ucraine insegnano in Italia


di Massimo Ficara

 

L’ultimo triennio 2020/2022 verrà ricordato dalle comunità “giovani” non esattamente come il periodo più lieve e rilassante della loro vita. Segnato inizialmente da una pandemia, che ancora oggi spaventa o disturba in minima o grande parte a seconda del continente, nell’ultimo anno abbiamo potuto assistere al perseverare di alcune demagogie politiche che purtroppo sembrano essere difficili da estirpare dalle menti di alcuni governanti, culminate con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin. Come se non fosse sufficientemente pesante affrontare un tale livello di crisi senza questa mossa militare.

Come accademico, come persona educata al senso civico, è davvero logorante accettare che ancora oggi succeda tutto ciò. Recentemente, presso l’Università per Stranieri di Reggio Calabria, ho avuto modo di conoscere una delegazione di donne appartenenti al mondo accademico provenienti dall’Ucraina del sud-ovest che sono approdate qui a Reggio Calabria tramite una richiesta di mobilità, prontamente. Oltre al piacere di ricevere in visita queste colleghe ricercatrici e docenti, parlando con loro ho potuto capire meglio che tipo di persone siano e come hanno vissuto questa tragica vicenda a pochissimi chilometri dalle loro case o luoghi di lavoro.

Normalmente, per noi italiani, sarebbe facile pensare di trovarsi al cospetto di persone fragili o in preda al panico, ma davvero nulla di tutto ciò. Chi ha accolto queste 9 donne ucraine ha potuto constatare solo l’enorme energia di cui dispongono, una fulgida intelligenza e scaltrezza ed ancora l’affettuosità di queste madri che hanno portato i propri figli al seguito di questa esperienza, tenendoli il più possibile lontano da ciò che succede in patria.

Apparentemente, non sembravano né in fuga, né tristi, né sconsolate. Eppure, a casa loro, in questo momento è in atto una guerra sanguinosa. Hanno potuto apprezzare le bellezze della nostra Calabria, spendendo parole di elogio per il cibo (per qualcuna, testualmente, il miglior gelato della propria vita), le meraviglie paesaggistiche ed i luoghi di culto. Sorprendentemente, alcune di loro preferirebbero permanere qui piuttosto che in altre città del nord Italia precedentemente visitate. Magari con qualche ritocco sull’organizzazione ed amministrazione generale, ma sono realtà che sono presenti anche in Ucraina, a detta loro.

Toccando il tasto dolente di come hanno vissuto sulla propria pelle questa invasione armata, ho ascoltato a bocca aperta e coi brividi lungo la schiena i racconti espressi non tanto con freddezza (poiché erano ricchi di emotività) ma molto lucidi, ragionati oserei dire. È come se avessero già messo tutto quanto alle spalle, accettato fino all’ultima sfaccettatura questa mostruosa realtà; ed io ancora mi chiedo con quale forza si riesca ad ottenere questa lucidità in così poco tempo, dopo aver appreso di propri cari caduti sotto i bombardamenti, o esecuzioni a freddo.

Ho apprezzato oltremodo la condivisione di tali esperienze di vissuto, se pur non idilliaco. Con il confronto, con le sole parole, è possibile capire ciò che in solitaria non riuscivi a comprendere, è possibile risolvere problemi complessi, è possibile sbrogliare matasse e condurre nuovamente il filo nella direzione giusta, è possibile fare tutto nel bene o nel male. Ma ciò che mi rende triste ed incredulo, è sapere che ancora sia preferito il dolore gravato dalle armi, dalle bombe e dal sangue che scorre, all’eventuale dolore di qualche parola.

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