La situazione nei Balcani: le guerre, la politica, la gente

Di Francesca Iacona (franiaco@tin.it)


 Gorazdevac è un’enclave serba in Kosovo. Ci vivono circa un migliaio di persone di provenienza diversa. Questo villaggio raccoglie i profughi di tutte le guerre balcaniche degli ultimi tredici anni: serbi delle Kraijne, serbi di Bosnia, serbi di Kosovo, serbi di Macedonia, serbi di Slovenia. Un popolo, quello delle guerre, che vaga di territorio in territorio, non di stato in stato ma di territorio in territorio: è stato coniato un termine in inglese per loro, si chiamano ‘displaced’ invece che ‘refugees’. Una famiglia che ho incontrato nel gennaio del 2000, viveva nella scuola del paese: prima stava nelle Kraijne e scappa a Belgrado quando i croati diventano i nuovi padroni di quei territori. Ma a Belgrado nessuno voleva i profughi, anche se serbi anch’essi, e così vengono deportati in Kosovo per ripopolare l’area di sangue serbo ortodosso contro gli albanesi musulmani. E la guerra di Kosovo li sorprende di nuovo nel posto sbagliato. Quattro fughe in dieci anni. Troppo per chiunque. Il termine deportati calza bene, non è una forzatura: vengono caricati su carri ferroviari merci, chiusi dentro e spediti in Kosovo. Uno stile storico recente, vecchio solo di quasi 60 anni.

Questo è il movimento di migliaia e migliaia di persone che la comunità internazionale guarda come quasi non la riguardasse.

Infatti il movimento dei popoli che si è verificato in quest’area del mondo ha fatto sì che si creassero delle zone di omogeneità religiosa molto cara ai governanti di adesso. I cattolici in Croazia, gli ortodossi in Serbia, Macedonia e Montenegro, i musulmani in Bosnia e Kosovo. Peccato però che i confini politici non rispettino le spartizioni religiose e che, con tutte le guerre che ci sono state, la forzata convivenza religiosa sia ancora una realtà – la Bosnia ha una comunità cattolica croata al proprio interno, molto scomoda per i governanti di Sarajevo - . La guerra in Kosovo non ha cambiato nulla a livello di confini politici: la nuova Jugoslavia è sempre composta da Serbia, Kosovo e Montenegro. Nessuna indipendenza reale al momento tranne qualche larga autonomia dettata dalla situazione contingente, ad es. le truppe NATO presenti in almeno metà della ex Jugoslavia.

Ma è della gente che voglio parlare, di questa gente che si muove continuamente in cerca di miglior fortuna. La prima volta che sono andata in Kosovo è stato nel novembre 1994. Vivevo già in Macedonia da circa un anno e volevo attraversare quel confine che corre a pochissimi km da Skopje, la capitale della Macedonia. Sentivo da un anno i commenti dei colleghi locali che parlavano della guerra di Bosnia come solo una delle fasi che avrebbero coinvolto tutta la parte sud dei Balcani. La guerra di Bosnia era iniziata in Kosovo e lì sarebbe finita. La storia gli ha dato ragione. I macedoni all’interno della Jugoslavia erano sempre stati considerati il popolo che non si curava della politica, loro erano coloro che ballavano ignorando la storia che si disfaceva e componeva intorno a loro. Sì perché in ex Jugoslavia si considerano i croati intellettuali, i serbi guerrieri, i montenegrini sciocchi e lenti, gli sloveni commercianti, i macedoni ballerini. Mai nessuno che avesse nominato i kosovari o i bosniaci. Non erano razze, erano agglomerati di persone e per di più non cristiani…..

In quel novembre 1994 volevo andare a vedere cosa ci fosse di là, dall’altra parte, dove nemmeno i rappresentanti dell’Unione Europea andavano perché territorio pericoloso. Questa era la notizia che mi aveva lasciata senza parole: i responsabili dell’Unione Europea che operavano in Serbia, a Belgrado esattamente, avevano paura di andare in missione in Kosovo…. e così ci dovevano andare i colleghi dalla Macedonia, come se loro fossero immuni dalle eventuali pallottole… ma questo è un altro discorso. Dicevo del Kosovo nel 1994. La gente non c’era in giro, solo militari serbi e nuvole basse gonfie di pioggia. E la collina di Kosovo Polje che aveva visto il proclama di Milo_evic nel 1989, sembrava continuare a trasudare sangue come dopo la battaglia persa contro i turchi. La sensazione primaria che si ha è quella di voler andare via velocemente da quel posto che si avverte come nemico. Si viene colti da un senso quasi di panico perché indifesi. Si potrebbe scomparire senza che nessuno se ne accorga, senza che nessuno protesti. Ma noi eravamo difesi bene da un passaporto italiano. Ma gli albanesi? Loro erano in balia degli ordini di Belgrado. Non si sa esattamente quanti kosovari albanesi musulmani siano scomparsi in questi anni, le fosse comuni compaiono per caso, come se fossero frutti spontanei della terra. Le commissioni d’inchiesta fioriscono e la gente aspetta giustizia.

Ma quale giustizia per quest’area del mondo che assomiglia dolorosamente a molte altre? Cos’è la giustizia nei Balcani? Gli attori presenti sulla scena in veste di giudici sono molti: l’UE, la NATO, i tribunali civili, i tribunali militari, la Corte dell’Aia, la storia….. chi giudicherà finalmente i mandanti e gli esecutori? Per strategia politica ed economica, molti hanno deciso che alla fine la giustizia è qualcosa che può aspettare, nel senso che se si dovesse veramente andare a fondo nella ricerca di responsabilità, si dovrebbero chiedere le dimissioni di capi di stato e di governo attualmente in carica nei singoli paesi, come ad es. la Bosnia, il Kosovo, il Montenegro. Per la Croazia ci ha già pensato un tumore a portare via uno dei peggiori responsabili della carneficina balcanica: l’ex presidente Tu?jman. Come dicevo, gli interessi politici ed economici fa rimandare l’avere giustizia: come si trasporterebbero scorie nucleari in Bosnia da un paio d’anni a questa parte, come si sfrutterebbero le miniere di Mitrovica ed il petrolio in Kosovo, come si farebbe contrabbando con il Montenegro, come si potrebbe alimentare la spesa militare e le nuove tecnologie (bombe all’uranio, bombe chimiche), se non ci fosse il deliberato assenso di questi attori internazionali?

A chi giova tenere alta la tensione in quest’area? Facciamo un viaggio da sud a nord dei Balcani, da Salonicco a Ljubljana.

Il confine con la Turchia corre vicino Salonicco: la penisola Calcidica fa quasi da ponte tra oriente ed occidente. Da qui passa la linea di confine per i traffici illeciti di ogni cosa possibile da vendere e comprare: dalla droga alle armi, dalle pietre preziose alle medicine, dalla vendita dei clandestini agli organi per i trapianti. Il confine con la Macedonia – pardon con l’attuale Macedonia, ex Jugoslavia, ufficialmente conosciuta con l’acronimo FYROM ovvero Former Yugoslavia Republic of Macedonia – è ad un’ora di macchina. Per molti anni è stato un confine sonnacchioso e poco utilizzato fino a quando i greci tra 1994/95 non hanno schierato le truppe militari e dipinto di bianco l’autostrada che da Salonicco portava al confine macedone di Gevgelija. Uno dei motivi era da ricercarsi nella colpa che davano i greci agli ex jugoslavi di essersi appropriati del Sole di Vergina per la propria bandiera. Il sole era il simbolo di Alessandro Magno, il Macedone, di cui tutti i popoli dell’area rivendicano le radici e la nascita. La Macedonia greca contro la Macedonia jugoslava. I militari greci armati di tutto punto a ridosso dei confini ed i militari macedoni/jugoslavi dall’altra parte che fumavano e bevevano caffè, incuranti del tutto, non avendo armi per difendersi contro chicchessia. Era questa la scena che mi si presentò tante volte varcando il confine. E la gente? La gente aspettava che l’UE intervenisse, la NATO intervenisse, l’ONU intervenisse per fermare tutto ciò. Ma come si fa a bloccare le manovre militari di un paese membro dell’UE, della NATO e dell’ONU se questo se ne infischia bellamente di qualunque richiamo e decide la propria politica internazionale e militare rifiutandosi ostinatamente di considerare gli inviti alla pace dei vari partners? E poi, come detto prima, gli interessi economici vanno tutelati e l’egemonia del marco tedesco in quest’area era un dato di fatto. Solo l’Albania usciva da questo allineamento: il dollaro americano l’ha sempre fatta da padrone in questo paese. Ed i traffici erano talmente consistenti con l’Italia e con il resto del mondo nel periodo della guerra in Bosnia e dell’embargo sulla Serbia, che non c’era il tempo di contarli i dollari, ma si pesavano… Sì, si pesavano. Un chilogrammo di pezzi da 100 dollari americani valevano un tot, non c’era tempo per contarli, troppi traffici da gestire. E troppo petrolio illegale dall’Italia da far arrivare in Serbia via Albania, per potersi mettere lì a sommare!! Un fiume di materiali segnalati come sotto embargo che raggiungevano i singoli paesi senza che quasi nessuno muovesse un dito. Cioè, si hanno molti documenti a tal proposito: il North Battallion dell’ONU (formato da truppe militari scandinave, molto presenti all’epoca sulle piste da sci, distinguibili dal casco blu!) di stanza nei dintorni di Skopje aveva le postazioni sulle montagne, a ridosso della Serbia e del Kosovo. Il North Battallion prendeva minuziosi appunti sul movimento dei tir e dei camion che ogni giorno varcavano i confini serbo/kosovari. Peccato che non avesse nessun potere per fermarli nel loro mandato di Caschi Blu…… Così per anni. E la gente del popolo stava a guardare questo fiume di soldi e prodotti passare sotto il proprio naso, sopravvivendo solo grazie agli aiuti umanitari internazionali distribuiti soprattutto dalle Organizzazioni Non Governative.

Vorrei spendere qualche parola su quest’ultimo argomento. Il mondo ormai ha delegato alle ONG il compito di aiutare la gente nei momenti difficili tramite gli aiuti umanitari. Si spazia dalle guerre alle calamità naturali. Qualunque avvenimento disastroso fa muovere centinaia di persone, mezzi e danaro in supporto delle vittime. Ben vengano gli aiuti umanitari naturalmente. Quelli gestiti in modo corretto e trasparente. Ma se riflettiamo un momento su quello che gli aiuti rappresentano, scopriamo che questi supportano e creano governi, soprattutto quando vengono fatti con fondi governativi – es. l’Italia ha ‘investito’ in aiuti umanitari in Serbia per agevolare e rafforzare il mercato dei prodotti italiani nell’area -. Ormai anche la Banca Mondiale finanzia aiuti umanitari (vedi Timor Est) e quindi vuol dire che si è veramente toccato il fondo…… Nel 1999 la Macedonia ha permesso alla NATO ed all’UE di usare il proprio territorio come base logistica per la guerra in Kosovo in cambio di svariati milioni di Euro in aiuti umanitari per la popolazione della FYROM. Siamo al baratto: cibo in cambio di terra dove piantare hangar e carri armati.

Non mi attarderò a descrivere l’economia di guerra che ne è nata in quest’area, andrei troppo lontano dal mio obiettivo che è la gente. Nessun nome vero, solo nomi di fantasia.

Adriana.

Era la mia interprete a Tuzla, Bosnia, aveva 22 anni. Adriana aveva una nonna italiana nata a Fiume (Rijeka). Con l’annessione alla Jugoslavia, aveva mantenuto il suo passaporto italiano che aveva tramandato al figlio e lui ai propri figli. Grazie a questo, tutta la sua famiglia era riuscita a scappare da Tuzla e rifugiarsi a Bologna. Non prima che suo padre fosse preso e trascinato in un campo di concentramento. Un vicino di casa serbo, carceriere in quel campo, lo fece fuggire. In nome della loro vecchia amicizia. Adriana nel 1997 si ritrovò con me ad un incontro ufficiale in Repubblica Serba di Bosnia. Doveva tradurre, era il suo mestiere. Eravamo in mezzo ad ex gerarchi militari ed arrivò una ospite inattesa. Una donna vestita elegantemente di nero che parlava della supremazia della razza serba sulle altre presenti in area. Era la signora Karadzic. Il primo istinto di Adriana era stato alzarsi ed andare via. Piangendo. Ma rimase, a combattere con le uniche armi che aveva in quel momento da opporre: la sua giovinezza e la sua cultura. Tornando a Tuzla, in Bosnia, in macchina, poche ore dopo, Adriana piangendo in silenzio, mi strinse la mano e mi disse: mi hanno rubato la vita.

Valentina.

Era l’interprete di un’organizzazione italiana a Pec, Kosovo. Era entrata nel PKK (il movimento di liberazione del Kosovo) quando si era organizzata la resistenza alla fine del 1998. Aveva 20 anni allora. Bella, solare, bionda, con occhi profondi. Quando era scoppiata la guerra, era scappata sui carretti con la sua gente verso l’Albania. Ma la sua bellezza era sfacciata. Si truccò, si mascherò da vecchia per il terrore di venire presa, violentata. Quando tornò a Pec, la guerra era finita. Era viva e stava bene. Aprì un negozio di parrucchiera e profumi. Venne avvicinata una notte da strane persone, albanesi kosovari, dentro un Mercedes nuovo. Le consigliarono di fare un’assicurazione per il negozio contro gli incendi perché non si poteva mai sapere cosa poteva succedere di notte. Né al negozio, né a lei. Ogni tanto di giorno, si fermava di fronte al negozio quello stesso Mercedes ma ne uscivano sempre donne diverse, entravano, provavano, sceglievano profumi ed andavano via senza pagare….. adesso i nuovi padroni del Kosovo erano loro. Mi chiese allora, per che cosa avesse combattuto…….

Ilir.

Era albanese di Tirana ma lavorava con me in Macedonia. Era un ingegnere, una mente superiore, vivace, brillante. Sotto il dittatore Hoxa aveva costruito linee ferrate. Una volta lo avevano dimenticato sul cantiere con la sua squadra per un paio di giorni. In fondo, sotto le dittature, la vita vale molto poco. Un giorno a Skopje ascoltai una conversazione tra Ilir e Fedora - un’amica cilena che lavorava con noi - che recitava così:

Fedora: sai Ilir, noi in Cile abbiamo avuto 15 anni di dittatura!

Ilir: beati voi…..

Queste alcune delle persone che ho incontrato camminando per i Balcani in tanti anni. Dove saranno adesso..? Collocatele Voi in qualunque angolo di mondo, loro sono tutta la gente della guerra, ovunque questa maledetta scoppi.

 

   


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