La casa del mediterraneo

Di Daniele Colistra (heliosmag@virgilio.it)


L’espressione “casa comune europea” affida il suo significato all’uso metaforico del sostantivo “casa”. La metafora rimanda a valori religiosi, politici e culturali storicamente condivisi da paesi, per secoli contrapposti, che oggi cercano di riscoprire le proprie radici comuni.

Se, invece, usiamo il sostantivo in modo letterario, l’espressione “casa comune europea” appare priva di significato. L’abitazione di una famiglia romana o londinese oggi è pressoché identica a quella di una famiglia berlinese o madrilena, ma questa identità si è manifestata solo negli ultimi decenni. Non esiste un modello unitario a cui si possa far risalire la casa dei paesi d’Europa. Al contrario, la cultura europea dell’abitare ha due anime differenti e ben distinte: una continentale, l’altra mediterranea.

La “casa del Mediterraneo” ha origine sulla sponda settentrionale del bacino e si diffonde, con forme variabili ma con la medesima struttura, su quella meridionale. E proprio nel Maghreb ha riscosso un’incredibile fortuna, continuando ad essere utilizzata fino ad oggi. Le regioni in cui la casa del Mediterraneo nasce e si diffonde sono caratterizzate da un clima benevolo. La caratteristica principale del modo mediterraneo di abitare, quindi, è l’estroversione: la casa si apre verso l’esterno e lascia che la natura penetri dentro di essa. Il modo mediterraneo di abitare esprime una visione diametralmente opposta a quella tipica delle regioni continentali, che invece concepiscono una casa introversa, un vero e proprio rifugio alle avversità di una natura ingenerosa e ostile.

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IMG 1: Casa araba                                                                                             IMG 2: Casa romana

L’analisi e lo studio dei modi dell’abitare può offrire spunti per comprendere il modo in cui una comunità esprime il suo stare sulla terra; secondo Heidegger, “l’abitare è il tratto fondamentale dell’essere in conformità del quale i mortali sono. […] Che i mortali sono vuol dire che, abitando, abbracciano spazi e si mantengono in essi sulla base del loro soggiornare presso cose e luoghi”.(1)

Studiare e conoscere il modo mediterraneo di abitare può aiutarci non solo a comprendere meglio culture spesso catalogate sbrigativamente come “integraliste” o “intolleranti”, ma anche a riscoprire quelle radici che accomunano il nostro paese con realtà lontane socialmente, politicamente e economicamente. “Il Mediterraneo è un mondo pieno di forme che si accostano, che si scontrano. Modi consueti, forse, in forme diverse. Forme di vita, forme di oggetti. Forme mentali, religiose, filosofiche. Forme da guardare attentamente. Forme che tendono a mischiare quanto sappiamo. Che ce lo fanno vedere da punti di vista differenti. Il Mediterraneo è un mondo di alterità, pronto a riversare quanto sa su ogni cosa. Per restituircela meno netta ma sicuramente più ricca di significati. […] Sul Mediterraneo si affacciano tre continenti, con equilibri mutevoli, economicamente sbilanciati. Liquidi dai colori diversi, costretti in un recipiente, si mischiano fino a perdere le connotazioni originarie. Integrano tra loro qualità e caratteristiche. […] Oggi il Mediterraneo è come un enorme vetro spezzato che riflette tensioni e integralismi”.(2)

Il tipo edilizio che sintetizza in modo esemplificativo la casa del Mediterraneo e, quindi, quel modo mediterraneo di “stare sulla terra” a cui abbiamo accennato, è la domus romana. Schematicamente, la domus è costituita da un patio intorno al quale si dispongono le stanze. Tutte le finestre si affacciano sul patio; i muri esterni sono privi di bucature (a eccezione, naturalmente, del portone d’accesso). Il patio, quindi, è lo spazio più importante non solo dal punto di vista funzionale (fornisce aria e luce) ma anche dal punto di vista sociale e simbolico. Esso rappresenta il luogo centrale della casa, punto d’unione tra natura e architettura. Al suo interno, inoltre, trova spazio una natura domestica, ricca di acqua e vegetazione, circondata da muri ma coperta dalla volta celeste.

Oltre al patio, ci sono almeno altre due importanti caratteristiche che caratterizzano la domus romana: la polifunzionalità degli ambienti (cioè uno stesso vano assolve a funzioni differenti, dal gioco diurno dei bambini ai convivi serali agli incontri di lavoro) e la continua interazione fra esterno e interno (durante il giorno è possibile, per chi si trovi in strada, gettare uno sguardo all’interno della casa e, eventualmente, accedervi e prendere parte alla vita familiare).

L’Impero Romano diffonde questo modello abitativo (che comunque, va ricordato, ha ascendenze cretesi e greche) su tutte le sponde del Mediterraneo. La cultura islamica che si impone sulla sponda settentrionale del Mediterraneo, sostituendosi al nomadismo berbero, è una cultura prettamente urbana. L’impianto della domus romana si rivela ideale per le caratteristiche climatiche della zona ma anche per l’organizzazione sociale della famiglia. Ma con alcune rilevanti modifiche.

Una prima, importantissima differenza, consiste nella netta differenziazione degli ambienti, degli spazi della casa. Tale differenziazione, analogamente a quanto avviene nell’organizzazione della società islamica, si basa su una dialettica che contrappone la nozione di al-harâm a quella di al-halâl. Il primo termine designa ciò che è proibito, interdetto, inaccessibile; il secondo ciò che è lecito, permesso, accessibile.(3). Tutti i luoghi, i gesti e le situazioni della vita si collocano fra questi due poli estremi e si classificano come proibiti, indifferenti o raccomandati. Ad esempio, per i non musulmani sono harâm i territori della Mecca e della Medina, oltre che tutte le moschee. Per l’abitante di una città sono harâm tutte le case tranne la propria. Per una donna sono harâm la strada, il souk, il caffè, la moschea (e il velo da apporre sul viso quando è in strada dichiara proprio la sua estraneità allo spazio pubblico); luoghi, questi, tutti ovviamente halâl per l’uomo. Lo spazio halâl per la donna, invece, è lo spazio domestico, che al contrario è in buona parte harâm per l’uomo: ad esempio, a un uomo è interdetto l’accesso nelle camere (bit) occupate dalle altre coppie che coabitano all’interno della stessa casa. Possiamo dire che, in generale, l’intero spazio della casa è harâm per l’uomo; egli non ha una stanza propria, vive in quella del madre fino all’adolescenza e poi, provvisoriamente, nella stanza destinata a colei che prenderà in moglie. Ma la dialettica fra harâm e halâl contempla l’opposizione e la solidarietà, l’inclusione e al tempo stesso l’esclusione: ogni termine contiene inevitabilmente anche il termine ad esso opposto. “Halâl e harâm sono due categorie relative dello spazio da cui ci si volge ad osservare l’altro. Ognuno è, all’interno di se stesso, halâl, contrapposto all’altro, inteso come harâm; non si tratta quindi di una vera esclusione, ma di una delimitazione di statuti”.(4) Il punto in cui harâm e halâl si incontrano e si confondono è proprio il wust al-dâr, il centro della casa, il patio. Ma ciò avviene solo nello spazio vero e proprio del patio; le stanze che lo delimitano esprimono, come abbiamo già accennato, un primo principio di esclusione. Il patio è al tempo stesso luogo di riunione (dell’intera famiglia) e di separazione (dei sottogruppi familiari che coabitano all’interno della stessa casa); luogo di soggiorno, lavoro, preparazione del cibo, riposo. “La corte è, nel cuore della casa, l’ultima barriera per l’estraneo, la prima per l’abitante; la corte protegge le stanze, ma queste creano intorno alla corte una barriera di protezione. La corte dà accesso alle stanze, ma esse la chiudono; le stanze convergono sulla corte, ma essa può isolarle le une dalle altre; attraverso le porte, la dialettica ‘interno – esterno’ si sviluppa nella casa con il più alto grado di intensità”.(5)

Di fronte all’accesso alla corte, oltre il patio, c’è la stanza del capofamiglia; sui lati le stanze degli altri componenti; sul lato rivolto verso la strada, i locali di servizio, i magazzini, i ricoveri per gli animali.

Quasi sempre quadrato o rettangolare, il patio è il fulcro simbolico e funzionale dell’intera casa. Con la sua regolarità geometrica e con la ricchezza degli elementi che lo caratterizzano (fontane e vegetazione, sedili, decorazioni sui prospetti degli ambienti prospicienti, ecc.) si contrappone all’esterno della casa, al sistema dei percorsi polverosi, tortuosi, arroventati dal sole, caotici. Il patio è l’elemento che accomuna le abitazioni di tutti i paesi islamici dell’area mediterranea, con pochissime eccezioni imposte da ragioni climatiche (come in Bosnia o, più a oriente, in Iran) o dall’eccezionale densità dell’edificato (come in alcuni quartieri centrali del Cairo).

Un’ulteriore differenza fra la domus romana e la casa islamica consiste nell’isolamento visuale del patio dalla strada, grazie a un ambiente di mediazione fra spazio pubblico e spazio privato (la sqifa) caratterizzato dal cosiddetto “ingresso a baionetta”. La sqifa è una sorta di anticamera dotata di due porte, una sulla strada e una sul patio, mai disposte sullo stesso asse. Ciò impedisce a chi si trovi sulla strada di vedere ciò che avviene in casa. Con la sqifa, la casa araba conferma l’idea della “chiusura” verso l’esterno, già implicita nella struttura della domus romana, estendendo tale chiusura anche allo sguardo. L’ingresso a baionetta è l’elemento che caratterizza non solo la struttura della casa, ma anche quella della città nel suo insieme. La baionetta costituisce non solo “la posizione di un’ammissione o di un’esclusione, a seconda del rapporto che si è stabilito fra chi si affaccia dall’interno e chi vi penetra dall’esterno” ma anche “l’elemento universale di accesso in tutta la città. Le porte della città, aperte nelle sue mura, ne riproducono il funzionamento, anche là dove un’apertura assiale è stata praticata per effetto monumentale”.(6). In questo senso, si può affermare che la casa e la città araba sono la realizzazione nello spazio di quella struttura su cui si fonda l’intera società.

Perché il modello della domus romana è sopravvissuto nel Maghreb e si è pressoché estinto sulla sponda settentrionale del Mediterraneo? Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto, la casa a patio è tipica di una cultura insediativa prettamente urbana; nell’Europa meridionale, soprattutto dopo la caduta dell’Impero Romano, la disgregazione dei centri urbani ha favorito la diffusione di ville extraurbane, formate da un blocco compatto circondato da giardino (spesso recintato). Inoltre, la struttura densa e intensiva della città medievale non ammette contaminazioni con la natura; quest’ultima trova spazio solo oltre la cinta muraria. Ma, più in generale, la cultura occidentale ha sviluppato un modo profondamente diverso, rispetto alla cultura islamica, di differenziare ciò che è pubblico da ciò che è privato. L’edilizia residenziale privata in Occidente esprime tale contrapposizione affidando alla facciata il ruolo di intermediazione fra i due estremi. La facciata nasconde ciò che sta dietro di essa ma al tempo stesso lo rivela, alludendo agli spazi e alle funzioni che si svolgono all’interno. Nella casa e nel palazzo occidentale è abbastanza semplice intuire che cosa avviene oltre le finestre o dietro i grandi tendaggi posti dietro le vetrate, mentre nel Maghreb, come abbiamo visto, lo spazio domestico è inviolabile, inaccessibile sia alla presenza fisica sia allo sguardo. La casa islamica esprime la chiusura e la contrapposizione fra lo spazio pubblico profano e lo spazio sacro della famiglia. La nudità delle pareti sul vicolo si contrappone alla sontuosità dei rivestimenti degli ambienti che si affacciano sul patio. La sqifa accentua l’incertezza e il carattere di mistero.

 Note:

1) Martin Heidegger, Costruire abitare pensare, in Saggi e discorsi, Milano,1976, pp 107, 105 (I ed. Pfullingen, 1957).

2) Massimo Giovannini, Le Città del Mediterraneo, in Massimo Giovannini e Daniele Colistra (a cura di), Le città del Mediterraneo. Alfabeti Radici Strategie, Roma, 2002, pag. 11.

3) Si veda, a questo proposito, Eckart Eckert, L’antropologia culturale come possibile matrice interpretativa: la medina di Tunisi, in “Necropoli”, numero 9/10 1970, pp. 49-62.

4) Roberto Berardi, Alla ricerca di un alfabeto urbano, in “Necropoli”, numero 9/10 1970, p. 34.

5) Ivi, p. 44

6) Ivi, p. 46.


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