La desertificazione: un problema “mediterraneo”

Di Domenico MORABITO (heliosmag@virgilio.it)


Nel 1872, il deserto nel mondo occupava il 14% delle terre emerse potenzialmente atte allo sfruttamento (escludendo la tundra e le regioni polari dove è di fatto impossibile l'agricoltura) e nei successivi ottanta anni, fino al 1952, un altro 21% è andato perso, giungendo al 35%. Durante gli ultimi venticinque anni si è verificato un aumento drammatico del 300% nel tasso di perdita delle aree, tanto che, nel 1977, più della metà (il 55%) di tutte le terre potenzialmente atte allo sfruttamento erano ormai desertificate. In media la perdita è stata di 175 milioni di acri all'anno negli ultimi venticinque anni: ogni cinque anni diventa cioè inutilizzabile una porzione di territorio pari alla superficie totale della Gran Bretagna. La coscienza del fenomeno della desertificazione è, presso i responsabili africani, ma anche tra gli studiosi occidentali, piuttosto recente. Fino al decennio scorso la desertificazione era percepita non tanto come elemento strutturale di una evoluzione ecologica preoccupante, ma come un elemento congiunturale attribuito a dei "periodi" di siccità. Si era verificata la siccità degli anni tra il 1968 e il 1973, poi il periodo di scarse precipitazioni tra il 1974 e il 1983 e infine la terribile annata del 1984. È solo a partire da questa data che la coscienza del fenomeno diviene di dominio pubblico.Quando l'equilibrio tra risorse e loro uso produttivo, faticosamente mantenuto nei secoli, si interrompe, l'ecosistema urbano collassa innescando il degrado di intere aree territoriali. Nel bacino mediterraneo, nelle sue isole e penisole, in Siria, Libano, Mesopotamia, Palestina, Arabia e Nordafrica, i luoghi delle più antiche civiltà, dove gli scavi archeologici rivelano città una volta circondate da una natura rigogliosa, ricche di campi e giardini fiorenti, risultano ora abbandonati e seppelliti dalle sabbie. Il processo di desertificazione ha avuto una costante progressione a partire da 3000 anni fa; si è accentuato con l'era industriale e ha raggiunto dimensioni catastrofiche negli ultimi 50 anni.Il continuo degrado ambientale non è dovuto a cause naturali e climatiche, ma alla pressione indiscriminata operata sulle risorse naturali. I modelli di esistenza, di produzione e di consumo, che hanno sostituito gli assetti tradizionali nei paesi avanzati, determinano l'esaurimento totale delle risorse locali alimentando la crescita ipertrofica delle aree sviluppate tramite il ricorso massiccio a energie convogliate esternamente, prima dall'hinterland, poi da zone sempre più lontane. Si allarga così la distruzione del patrimonio vegetale e paesistico e si interrompe la catena millenaria di trasmissione attraverso le generazioni di conoscenze appropriate all'ambiente. La loro scomparsa provoca la fine delle capacità di manutenzione e di governo dello spazio a cui dobbiamo l'assetto equilibrato e armonioso di territori esemplari come paesaggi creati dal lavoro e dalla cultura. All'urbanizzazione di nuove aree corrisponde l'abbandono e l'esodo dai centri antichi con la scomparsa di presidi territoriali capaci di una corretta gestione dell'ambiente. Si determina un processo di desertificazione fisico e sociale. Il degrado architettonico, l'erosione dei sistemi di pendio, la salinizzazione dei suoli costieri determinano il depauperamento delle risorse umane. L'emigrazione, la perdita di identità, la caduta dei valori sono aspetti socio culturali della desertificazione causata dalla scomparsa del sistema di sapere tradizionale.Nelle società moderne i beni necessari alla sussistenza sono forniti dal commercio mondiale e dalla globalizzazione. Sia le merci pregiate che i beni di consumo e spesso lo stesso cibo arrivano da molto lontano. Anche nelle società a piccola scala si attua lo scambio di cibo e di materiali, ma le risorse che permettono l'esistenza, la massima parte dei prodotti della caccia o delle coltivazioni sono tratte dall'ambiente più prossimo. Si tratta di società basate sulla sussistenza locale. La crisi di questo modello ha fatto in modo che gli insediamenti umani da custodi dell'ambiente ne siano diventati i distruttori.Le moderne aree urbane contribuiscono al processo di desertificazione in modo diretto e indiretto: direttamente perché si può dire che la stessa urbanizzazione massiccia è desertificazione a causa della cementificazione di vaste superfici naturali; indirettamente attraverso l'assorbimento e la distruzione nelle aree di forte concentrazione demografica di risorse naturali dal territorio.Tale rapporto stretto tra urbanizzazione e desertificazione è riscontrabile sia nei paesi non industrializzati che in quelli sviluppati.In Africa nelle aree del Sahel dove è più forte la desertificazione il processo di degrado è innescato e si estende proprio a partire dalle aree di moderna e accelerata urbanizzazione che per le loro necessità depauperano il territorio circostante. Nel Mediterraneo l'estendersi del processo di desertificazione è in diretto rapporto con la crisi dei centri urbani storici che a un assetto tradizionale del paesaggio costituito da sistemi abitativi a forte compenetrazione naturale e a basso consumo di risorse, sostituisce un modello basato sulla cementificazione massiccia, il dispendio energetico e l'inquinamento ambientale. L'accentramento nelle aree urbane, l'aumento della domanda di prodotti agricoli e di beni di consumo determina l'abbandono dei sistemi tradizionali di coltivazione e l'introduzione di nuovi metodi e politiche agricole basate sulla monocoltura. Lo sradicamento, la perdita o la ridefinizione di ruolo di categorie come gli anziani e le donne portatori di conoscenze comportano il depauperamento di capacità di gestione delle risorse e la perdita di sapere tradizionale.

Ma cosa si intende per "desertificazione"? Il termine rimanda subito all'immagine del deserto, tuttavia i deserti sono ecosistemi naturali che si espandono o retrocedono nel corso di anni o addirittura di secoli. Quando si parla di desertificazione, quindi, non ci si riferisce alla espansione naturale dei deserti ("desertizzazione"), ma a quei processi sociali ed economici attraverso i quali le risorse naturali e il potenziale vitale dei terreni vengono degradati per le pratiche (agricole, ma non solo) insostenibili, per la pressione demografica, per la cattiva gestione del territorio da parte dell'uomo. Ad aggravare questi processi si sovrappongono ovviamente gli eventi naturali ( cambiamenti climatici, erosione idrica o eolica, salinizzazione dei terreni), che sono sempre più catastrofici a causa degli interventi dell'uomo sui delicati equilibri dell'ambiente. La definizione ufficiale, adottata dalla Convenzione dell'ONU per Combattere la Desertificazione, concorda sulla compartecipazione di diverse cause alla base di questo fenomeno: "La desertificazione è la degradazione della terra in aree aride e semi-aride, risultante da vari fattori, tra i quali le variazioni climatiche e le attività umane" [Part. I, Art. I(a)]. Ciò che è importante sottolineare, tuttavia, è che la desertificazione, essendo l'indebolimento del potenziale fisico, biologico ed economico della terra, è un serio problema per la produttività, e quindi per la sopravvivenza delle persone che ci vivono.In breve si indica con questo termine quel complesso di trasformazioni che portano un terreno, prima fertile, a divenire progressivamente "sterile". In altre parole il suolo degrada perdendo la propria capacità di produrre biomassa a tal punto che non è più possibile coltivarlo, perlomeno con le normali tecniche agronomiche. A monte di questo processo di degradazione vi è sempre una qualche degenerazione climatica o geologica, unita all'influenza esercitata dall'azione umana. Per provare a comprendere la portata di questo fenomeno occorre dapprima soffermarsi sul significato di "suolo", Esso non è una massa immobile e senza vita, bensì un sistema vivente in continua trasformazione che ha preso origine dalla alterazione chimica e fisica di un substrato originario - la roccia madre - per l'azione congiunta di diversi fattori: il clima (principalmente la temperatura e le piogge, e quindi l'umidità), l'attività biologica esercitata dalla vegetazione e dalla fauna, l'attività antropica (in particolare l'agricoltura), la morfologia del terreno (la pendenza, l'esposizione e la quota); infine, in relazione alla presenza dei precedenti fattori, il tempo gioca un ruolo fondamentale sulla formazione del suolo.

Ma per quale motivo si giunge alla fase dell'erosione e quanta influenza ha l'azione antropica sulla desertificazione? È bene precisare che la desertificazione non è esclusivamente un problema di aree tropicali, ma essa è già presente a diversi stadi in molte zone del mondo, compresa l'Europa meridionale. A monte di tutto va tenuta ben presente la stretta dipendenza degli ecosistemi dalle foreste e quindi dalle piante legnose. La copertura vegetale, e in particolare le piante ad alto fusto, hanno una rilevantissima azione antierosiva: l'acqua viene parzialmente trattenuta dalla chioma degli alberi; una parte viene indotta a percolare, cioè a passare in profondità per azione delle radici, mentre un'altra parte viene direttamente utilizzata dalla pianta. È evidente quindi che la quantità di acqua che scorre si riduce notevolmente ed anche la velocità di scorrimento risulta limitata. L'utilità della foresta dal punto di vista ecologico è quindi molteplice: essa limita l'azione erosiva creando una circolazione profonda delle acque meteoriche e consentendo l'alimentazione delle sorgenti oltreché l'arricchimento delle falde; costituisce una copertura ombreggiante che diminuisce l'insolazione diretta sul terreno e perciò la distruzione della sostanza organica; con la fotosintesi clorofilliana si ha formazione di idrati di carbonio ed emissione di ossigeno, e questa reazione sta alla base della formazione di nuova biomassa vegetale, ossia la sostanza organica necessaria alla fertilità dei suoli; inoltre si ha l'immissione nell'atmosfera di ingenti quantitativi di acqua d'evaporazione con la creazione di specifici microclimi; infine le foreste formano barriere naturali ai venti limitandone l'azione erosiva ed essiccante. È proprio il ruolo distruttivo dell'uomo nei riguardi delle foreste una delle principali cause della rapida avanzata dei deserti in parecchie zone del mondo, dove si operano massicci disboscamenti con successivo bruciamento del materiale legnoso. Su questi terreni si instaura in genere un'agricoltura con monocoltura intensiva e pascolo eccessivo con assenza di rotazioni; in pochissimi anni la sostanza organica del terreno viene distrutta e non può ricostituirsi per la mancanza della copertura forestale. Il terreno così impoverito diviene infine facilmente soggetto all'azione erosiva della pioggia e del vento.

 La situazione in Italia:Le zone italiane più interessate dal processo di desertificazione sono soprattutto le isole, grandi e piccole, e le coste del Sud: la Sicilia e la Sardegna, le isole Pelage (Lampedusa, Linosa e Lampione), Pantelleria, le Egadi, Ustica e parte delle coste di Puglia, Calabria e Basilicata per un totale di 5 regioni, 13 province per 16.100 chilometri quadrati di territorio pari al 5,35% dell' Italia. La regione dove più alto è il rischio di terre ''aride e desolate'' e' la Sicilia con il 36,6% del suo territorio sensibile alla desertificazione e 5 province (Siracusa, Enna, Ragusa, Trapani e Agrigento). Segue la Puglia con il 18,9% del territorio ed anche una zona non costiera (l' interno del Gargano); la Sardegna con il 10,8%.La Sicilia, infatti, data la sua particolare conformazione geologica e geomorfologica, derivante da un gran numero di affioramenti litologici di varia natura,e per la molteplicità dei microclimi riscontrabili, può essere considerata come regione ( nel senso geografico ) a rischio desertificazione.In essa sono riscontrabili diversi processi di degradazione dei suoli tipici dell’area del mediterraneo. Tra questi l’ erosione idrica, causata dalla aggressività delle piogge, è il più importante.Complici delle brevi e violente perturbazioni tipicamente mediterranee sono la notevole erodibilità dei suoli e le caratteristiche geomorfologiche con le zone collinari e montane che occupano rispettivamente il 61% e 25% dell’ inero territorio regionale.Un altro segnale preoccupante è dato dalla degradazione  a causa della salinizzazione dei suoli. Questo aspetto si è fatto evidente in particolare nelle pianure costiere.Concludendo non posso non sottolineare che, nel suo ultimo rapporto, la Banca mondiale ha calcolato che 180 miliardi di dollari all’anno per 10 anni consentirebbero l’accesso all’acqua potabile e a tanti altri importanti “parametri” che migliorerebbero la qualità della vita a tutti coloro che sono in condizioni indigenti, in tutto il mondo,…intanto gli USA e l’ Europa concedono sussidi ai loro agricoltori pari a 347 miliardi l’ anno: poco meno del doppio di quella cifra.

 


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