Globalizzazione e frantumi - Un modo di leggere la nostra storia

di Pino Polistena (diacro@tiscalinet.it)


Prima che la globalizzazione   giunga a compimento sul pianeta terra si dovranno svolgere scontri titanici di culture dagli esiti imprevedibili.

Questa lettura della realtà storica si fonda sull’idea, abbastanza eretica, secondo cui il processo di globalizzazione inizia nel ‘500 quando si scoprono e si conoscono tutte le terre emerse e quando tra di esse i traffici commerciali iniziano a produrre tutti i loro effetti.

Alla prima fase della globalizzazione ne succede una seconda, propria dei nostri giorni, che vede gli spazi fisici  annullati dai processi telematici e dall’informazione che si svolge alla velocità della luce che per noi è un’informazione in tempo reale.

La tesi che intendo proporre afferma che la globalizzazione dei nostri giorni sconta i difetti della prima fase della globalizzazione quando si frantumarono importanti vincoli sociali e si aprì la strada alla civiltà più individualista della storia.

Ma sarà bene, per intendere a pieno questa prospettiva, volgere lo sguardo alle centinaia di secoli precedenti le fasi di globalizzazione quando il fiume e la montagna separavano e isolavano le culture per cui, nonostante la stessa unità di specie, suffragata dalla biologia e dall’antropologia molecolare, i popoli si differenziavano producendo usi, costumi e specialmente lingue completamente diversi.

Le attuali 5000 lingue costituiscono  una grande ricchezza culturale e ci possiamo rammaricare di  quelle che si sono estinte che sono morte come muoiono gli individui e anche le specie biologiche.

Tuttavia la differenza delle lingue supporta anche l’estraneità tra i popoli e le forme conflittuali legate al mancato riconoscimento dell’origine comune.

La differenza, lo scorrere lungo del tempo produce l’oblio delle proprie origini. I popoli non riescono a risalire alla nostra uscita dall’Africa e alla diaspora della specie. L’unità biologica si rompe in “eoni culturali” isolati. Quando avviene un incontro è facile che si trasformi in scontro conflitto, genocidio  eppure sono prevalenti le forme cooperative radicate nella luna storia della specie.

All’interno di questa storia la nostra area, il “mare nostrum”  ha svolto nel corso dei secoli una funzione più unificante che separante. Questo aspetto è stato messo in luce e la vivacità culturale dei popoli che vivevano in questa area è spiegabile proprio attraverso questi contatti.

Ricostruiamo sempre meglio gli eventi che portarono al “miracolo greco” notando che sono sempre più ampi i “prestiti” che la Grecia ebbe dal vicino oriente da un lato e dalle antiche popolazioni e culture europee dall’altro (molto interessanti a questo proposito  i testi di Semerano –“L’infinito un equivoco millenario” e “Le Origini della scrittura” di Bocchi-Ceruti entrambi editi da Mondadori).

Ma il mediterraneo non svolse solo una funzione di contatto culturale fu anche un’area dove si svolgevano mediazioni sociali improntate  alla cooperazione. Dall’antichissimo commercio dell’ossidiana agli scambi tra Fenici ed Etruschi la storia dell’antico mediterraneo ci dice che la modalità della guerra e della sopraffazione fu solo una linea storica tra le altre.

Il mediterraneo aveva favorito fenomeni che noi oggi riconduciamo alla globalizzazione anche se l’area restava limitata da quelle barbare e ignote (hic sunt leones). Poi attraverso la lunga preparazione medievale che solo per noi fu un’età di stasi (giacchè per la cultura islamica fu una grande fase di civilizzazione)  sopraggiunse il rinascimento, la stampa diffuse un nuovo modo di pensare e di essere e preparò, con la propria intrinseca serialità le catene di montaggio e altri  tipi di catene.

Ma nella grande complessità di quel periodo un fatto deve essere visto come cruciale: la caduta di antiche forme valoriali cioè il processo che chiamiamo secolarizzazione mentre si proponeva di liberare gli individui tolse la capacità di pensare in termini complessivi. I grandi miti antichi  le antiche forme delle attuali religioni (Cristianesimo, Islamismo) svolgevano un funzione di spiegazione complessiva che fu distrutta irrimediabilmente. Alla concezione complessiva del mondo, concepito ingenuamente come ordinato e voluto dal dio subentrava l’area individuale dei “fatti propri” della propria vita, delle proprie scelte insomma un latente individualismo che oggi diventa sfrenato perché supportato da nuovi mezzi tecnici e strumenti mediatici.

La difficoltà di questa visione sta nel fatto che non è possibile difendere le antiche forme religiose che assicuravano una forma di oppressione potente per popoli e individui; il problema è che esse avevano una grande apertura formale che assicurava una visione olistica del mondo.

L’età moderna doveva solo rompere le catene ma non buttare il materiale con cui erano fatte che sarebbe servito. Ma non fu così. Il tramonto di visioni ingenue o insostenibili fu accompagnato da una liberazione reale degli individui ma la perdita della visione complessiva con tutte le sue conseguenze fu il prezzo altissimo che si pagò.

La perdita del complessivo si identifica con l’impossibilità di pensare politicamente.

Ma possiamo dire di pensare tout court. Lo smarrimento dell’area della politica è la cosa più tragica che ci sta capitando di vivere: ancora più tragica perché indolore. Cioè non percepita. Essa ci toglie il senso del progetto e  la tensione per il futuro e alla lunga può toglierci il futuro stesso sostituendolo con una sorta di "presente esteso".

Forse si farà fatica a legare la spoliticizzazione contemporanea a fenomeni lontani nel tempo come quelli relativi ai primi secoli dell’età moderna. Ma  è proprio questa relazione che dobbiamo comprendere.

In mancanza di un senso e di un progetto per i quali la cultura moderna non si è allenata ogni uomo vede intorno a se un mondo incontrollabile che avanza.

Nessuna meraviglia allora se  la globalizzazione che galoppa trova una “resistenza” nell’ambito etnico-culturale che reagisce non solo perché si sente travolto ma perché non riesce a comprendere il senso e la direzione. Le culture diventano pezzi, si frantumano anche se esiste una colla che tende ad unirli ma prima che si uniscano davvero può succedere di tutto.

La radice di questo fatto è antica.

La perdita dell’orizzonte complessivo cioè la perdita della capacità di cogliere il problema generale del mondo di farsi carico e sentirsi legati al mondo si è avuta perché il processo di Secolarizzazione si è svolto nel modo che abbiamo descritto.

In altre parole l’incapacità di avere un  orizzonte politico tra le culture e tra i popoli apre la strada alla sola globalizzazione automatica che si realizza senza progetti umani ed è quindi disumana.

Nel XXI secolo questa attitudine ha raggiunto un punto cruciale: la massima apoliticità nei comportamenti (mancanza di pensiero, di assunzione delle responsabilità la massima potenza tecnologica (armi di distruzione di massa ecc.) inutile dire che il binomio è micidiale e caratterizzerà tutta la storia di questo secolo ancora bambino che però ha già qualcosa da dirci sullo scontro tra le culture attraverso le immagini sinistre del crollo di  simboli materiali dell’occidente. Lo scontro è in atto, il campanello è già squillato. Solo una gigantesca opera di pensiero può governare questi processi che altrimenti produrranno secondo i loro automatismi qualsiasi cosa.

Se le istituzioni dell’occidente non favoriscono questa opera la specie passerà in fretta e senza progetto.

 


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