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Felicità dove Sei

di kreszenzia daniela gehrer

 

 

 

 

 

 

In collaborazione con la Galleria Technè Contemporary Art, la Fondazione "Benedetta è la Vita Onlus" ha organizzato dal 16 al 21 marzo a Reggio Calabria una mostra fotografica di scatti celebri: dal Dario Fo sornione di Gerald Bruneau – che ho oltremodo stimato nella performance estiva al Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, per la sua capacità di appalesare con un solo gesto semplice la nostra natura più profonda di benpensanti che hanno sempre qualcosa di "giusto" da dire, nonché per la spinta motrice delle più mirabolanti piroette logiche dell’allora Soprintendente Bonomi – alla "depolarizzazione" di Vittorio Gui; dalle cristallizzazioni di Mustafa Sabbagh alle "architetture crepuscolari" di Luigi Spina, e per finire all’acchiappasogni di Ninni Donato.

Mostra fotografica a sostegno della Fondazione "Benedetta è la Vita Onlus", la cui mission è la solidarietà sociale, soprattutto per quel che riguarda i minori, e promuovere la ricerca di nuove terapie e metodologie di assistenza nella cura delle malattie onco-ematologiche, con particolare riguardo alla onco-ematologia pediatrica e infantile.

Nove anni di studi filosofici, di cui sei fuori corso, coronati alla fine – per puro clinamen – con il bacio accademico, non possono che mettermi sulla strada giusta per la fenomenologia dell’evento fotografico titolato Felicità dove sei.

Giocoforza sarebbe arrivare a parlare, secondo un sentiero culturale ben tracciato, di sommo bene (la felicità per i Greci), zompettando da Erodoto, poi Socrate, Platone e triplo salto carpiato con l’Etica Nicomachea di Aristotele. Giocoforza sarebbe esercitare la domanda millenaria del "ti estin" – "cos’è?", in questo caso la felicità – ossessione della metafisica classica.

Giocoforza sarebbe pure scrivere della felicità in quel senso utilitarista, tanto avversato al punto da definirla come una dottrina epicurea adatta ai porci – e che pur non disdegno – di piacere o assenza di dolore.

Ebbene. No, prenderemo invece un’altra via. Quella forse meno battuta, più rozza, in cui siamo più soli e meno acculturati, e, quindi meno degni di nota, ma per una volta, forse, più nostri e più sinceri – in questa selva di attori a cui preme dire sempre "qualcosa di giusto" piuttosto che "fare qualcosa di giusto".

La bella recensione di Jasper Wolf, che ci introduce alla mostra e al catalogo, ci fa notare l’assenza, non del dolore, ma del punto di domanda nel titolo dell’evento fotografico: Felicità dove sei. Artifizio questo per trasformare «l’agire inquieto della ricerca nella consapevolezza quieta della risposta: non esiste una sola felicità e non esistono felicità trascurabili.» L’assenza del punto di domanda suggerisce che la strada del "ti estin" filosofico non è quella che ci porta alla meta, se una meta ci fosse. Non dobbiamo cercarla, la felicità, semmai non dobbiamo "dimenticarla", secondo Tonino Nocera – che rimotteggia il buon Jaques Prevért – dobbiamo, cioè, condividerla.

Eppure, se posso, caro Jasper, non vedo assenze di segni grafici né di senso.

Il linguaggio è dimora dell’Essere, direbbe un’heideggeriana pentita come me. Ma pentimenti a parte, è vero che il linguaggio porta con sé dei deficit e dei surplus comunicativi. Va oltre le nostre stesse intenzioni e porta lui il fardello di ciò che non abbiamo ancora chiaro. Felicità dove sei. Nasce come un’asserzione bella e buona. Un’affermazione. Punto. Folgorante nel suo Essere. Dolorosa in quell’esito che abbiamo sotto al naso.

La felicità richiede che si sospenda il giudizio, la ricerca e quella vanità del dire a tutti i costi "qualcosa di giusto".

È là dove tu sei, suggerirebbe quel verbo coniugato alla seconda persona singolare. Dove tu sei, che anche dove è l’Altro. Nella tua propria permanenza. Nonostante tutto. Nonostante la perdita.

Osservando The Dreamcatcher di Ninni Donato, qualcuno ha attribuito alla bambina raffigurata nella stanza azzurra che la felicità sia una sorta di ritorno all’infanzia. Riguardiamo la foto. Senza le nostre strutture e sovrastrutture. Il messaggio è chiaro. La felicità (è, semplicemente) Essere lì. Permanere. Almeno una volta, una volta soltanto, senza quella presunzione tutta provinciale, che ci sfianca le menti e il fisico, di dire ad ogni costo "la cosa giusta".

«E la felicità? Sempre quella del Flâneur – di Baudelaire, meglio ancora di Walter Benjamin – per i più, improbabile storico del presente» (Jasper Wolf). Felicità, insomma, dove Sei. Abitare l’esistenza. Per Sé e per l’Altro.

Non so se sono stata abbastanza chiara.

 

 

 

 

 

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