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Brasile - Bolsa Familia e La mia casa, la mia vita.

Politiche contro la povertà

 

di domenico grillone

 

 

 

 

 

 

"Finalmente posso farmi un bagno caldo". Dice così il trentanovenne Sebastião Luiz da Silva, dopo aver vissuto per vent’anni sui marciapiedi di Rio de Janeiro. Adesso ha una casa vera: due stanze, sala da pranzo cucina e bagno. Ed inserita in un condominio di 25 appartamenti situato in un parco con salone delle feste, spazi organizzati all’aria aperta, giardino e orto. Grazie a "Minha Casa, Minha Vida", il programma di sviluppo immobiliare ideato dal governo Lula e proseguito da quello presieduto da Dilma Rousseff per aiutare i senzatetto. E favorire tutte quelle famiglie che guadagnano fino a 10 salari minimi ( un salario minimo = 200 euro) a comprarsi il proprio appartamento. Un programma iniziato nel 2009 e, sia pure con ritardo, entrato nella fase finale con la consegna dell’80 per cento delle case previste: su un milione di unità immobiliari ne mancano all’appello circa 190 mila e di queste 81 mila sono ancora in costruzione. In questi ultimi cinque anni il governo ha destinato a "Minha Casa Minha Vida" 87,6 miliardi di reais e per il 2015 ne sono previsti altri 19,3 miliardi per un programma che rappresenta una fetta consistente del progetto di accelerazione della crescita (PAC) che dovrebbe modernizzare le infrastrutture del Brasile. Grande successo anche per la "Bolsa Familia", il programma di politiche sociali che tra i suoi punti centrali prevede un aiuto ai padri di famiglia di una cifra pari a 30 dollari al mese, a condizione che mandino i figli a scuola e li sottopongano a dei controlli sanitari. Il programma, messo in piedi dall’ex governo Lula e mantenuto da quello attuale, ha migliorato sensibilmente la qualità di vita dei meno abbienti: circa 20 milioni di persone, grazie alla Bolsa Familia e altri programmi sociali, sono uscite dalla miseria e 30 milioni sono entrate nella classe media. E da quando è stata creata, circa 11 anni, 3milioni e 155mila famiglie sono uscite volontariamente dal programma per l’aumento del proprio reddito che, quindi, non aveva più bisogno dell’aiuto del governo federale. Ad attestare la bontà dei programmi di contrasto alla diseguaglianza sociale attuati in Brasile è stata nei giorni scorsi la presidente della Fondazione delle Nazioni Unite, Kathy Calvin, pronta a congratularsi ufficialmente per il progresso fatto dal Brasile per ridurre la fame, la mortalità infantile e per il miglioramento riguardo l’inclusione nel mondo del lavoro e per la parità di genere. Un lavoro costante per combattere le disuguaglianze sociali per il quale più di 70 ministri di tutto il mondo si recheranno nei prossimi giorni in Brasile proprio per studiare da vicino le politiche anti povertà per una mega conferenza sud-sud cui parteciperanno anche rappresentanti di organismi internazionali, tra cui l'Onu e la Banca Mondiale. Questo non vuol dire che il Brasile ha risolto tutti i suoi problemi: il paese verde-oro rimane ancora pieno di contraddizioni con il suo carico di incredibile violenza, di una corruzione devastante, ingiustizie sociali, di una politica ambientalista che solo oggi si accorge dello scempio perpetrato in tutti questi anni. Resta il fatto che i passi fatti in avanti negli ultimi vent’anni sono innegabili. Ma paradossalmente a scendere in piazza è quella classe media, proprietaria di appartamenti da un milione di reais, colta da una sorta di isteria collettiva. Una classe media infuriata, che protesta contro il governo battendo le pentole, anche se dentro di esse mai per loro è mancato il cibo. Una sorta di isteria contro il popolo per una classe sociale che odia la bolsa familia, ( per loro la dipendenza dal sussidio non offre lo stimolo all'intraprendenza della popolazione che inevitabilmente si adagia in attesa degli aiuti. Ma si tratta di un assunto smentito dai dati ufficiali), come pure il programma di edilizia sociale e che mai è scesa in piazza a protestare contro la fame, la mancanza d’acqua, la malaria o la corruzione. Ma quello che più inquieta è il continuo appello, per niente velato, all’intervento dell’esercito. Uno spettro, quello della dittatura, ormai cancellato da più di 50 anni e che oggi riemerge prepotentemente. Per lo psicanalista e professore dell’Università di San Paolo, Christian Dunker, "l’odio, l’esclusione e la logica del condominio" sono i tre elementi che emergono da parte degli sconfitti alle ultime elezioni elettorali, quella destra che "anziché riflettere sulle causa della sconfitta sta consolidando una cultura esplicita dell’odio, del non riconoscere all’altro la possibilità di affrancarsi, cavalcando una specie di ideologia di alcuni segmenti della società brasiliana abituata ad una distribuzione non equa ed essenziale del potere". Da qui tutta una serie di considerazioni del professore, un’analisi spietata della società brasiliana che oggi, ancor più di ieri, "dovrebbe scrollarsi di dosso alcune eredità del passato per camminare ancora più speditamente verso quel processo di giustizia sociale e di benessere economico che tutti si aspettano".

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