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L’ipocondria della bellezza

di salvatore romeo  (*)

 

 

 

 

 

Guardarsi di fronte allo specchio provoca molto spesso un moto di autoanalisi severo e intransigente, spietato quasi nella maniera e nella misura con cui si scrutano e si analizzano, con scrupolosità e meticolosità maniacali, quei punti critici che in altri momenti passerebbero, ove effettivamente presenti, anche inosservati.

Le insicurezze e i sensi di colpa più o meno inconsapevolmente presenti in ognuno di noi, a causa di parole, azioni od omissioni che normalmente e naturalmente fanno parte della nostra quotidianità e dei nostri continui rapporti interpersonali, coadiuvano il nostro Super-Io nel compito più spietato che una parte di noi è chiamato ad esercitare su un’altra nostra dimensione, appartenenti ambedue, o tre, se all’Io e al Super-Io aggiungiamo anche l’Es, istanze che declinano tutta intera la personalità, alla stessa "persona".

Diveniamo pertanto i giudici più severi di noi stessi, criticando e sentenziando su emozioni e pensieri principalmente, poiché prigionieri di pregiudizi, aspettative e ideali dell’Io difficilmente raggiungibili, ma necessariamente presenti, come fari che indirizzino i nostri comportamenti e segnali che regolamentino il traffico dei nostri pensieri.

Sembra quasi che si sia condannati a sottoporsi a questi esami, come ad una sorta di supplizio e di punizione per scontare, come scriveva Ungaretti, la stessa morte, o la fortuna di star vivendo questa vita.

Purtuttavia, quest’attività è indispensabile, in una personalità matura e ben strutturata, per accettarsi e amarsi così come si è, esorcizzando preconcetti e attese irrealistiche e frutto in un certo qual modo dell’immagine che noi vorremmo costruire di noi stessi.

E’ una strategia che realizziamo in modo inconsapevole per rompere gli schemi, uscire dalla zona rassicurante che conferma ciò che pensiamo, per confrontarci con la realtà e con l’effettiva immagine di ciò che siamo.

Perché tutto questo avviene di fronte a uno specchio? Forse perché lo specchio cessa di essere un semplice strumento e acquisisce una valenza simbolica in virtù della quale gli occhi interiori cominciano finalmente a guardare dentro, oltre l’apparenza e l’inganno dei sensi.

Il corpo ha bisogno di metafore per accedere ai sensi e alle emozioni, per cui tutto parte da lì, dall’osservazione della materialità, concretizzando il salto di qualità che giunge dal semplice "guardare" al "vedere".

Si parte dall’analisi estetica, formale, dai piccoli particolari e dalle sfumature che costruiscono il nostro fenotipo, per poi, in un lavoro inconscio e subliminale approfondirsi nelle pieghe dell’essere e provare una sensazione di benessere e di appagamento che nutre il nostro bisogno di autostima e di amore per se stessi.

Per giungere a questa armonia è fondamentale, però, accettarsi, coi limiti, le imperfezioni, le emozioni e i pensieri che non collimano perfettamente con il nostro ideale, ma che sono lì, presenti e attivi a ricordarci la nostra "umanità".

Ove ciò non avviene, si rischia di cadere in quell’"ipocondria della bellezza" in cui il tema privilegiato dell’investimento libidico risiede nel culto della propria immagine corporea, che smette di rappresentare il mezzo dell’esistenza, uno degli strumenti della vita, per diventare un’idolatria fine a se stessa, avulsa da qualsiasi rimando significativo, senza valore alcuno, ma al contrario, a volte, fonte di frustrazioni depressive a causa dell’effimera utopia di fermare il tempo, di una chimera che rivela alla fine un disagio interiore che si apre all’esterno allo stesso modo con cui un piercing o un tatuaggio svolge la funzione di cicatrizzare una ferita psicologica, rendendola visibile.

(*) psichiatra

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