LA SOLITUDINE:

MALATTIA O FISIOLOGIA?

di Pasquale ROMEO
Quando il direttore Pino Rotta mi ha chiesto di approfondire un argomento come quello della solitudine ed i suoi intrecci con la depressione, il vuoto, la noia mi sono immaginato le problematiche inerenti.
Allora sono ripartito come del resto avevo già fatto sul primo numero di Research dalla definizione di solitudine:
L' essere solo condizione di chi vive solo, deserto; ciò lascia supporre che essa non sia una condizione di chi vive una malattia, come per esempio può essere la depressione, dove incederei a stento, ma soltanto su quello psichiatrico.
La solitudine sia essa una condizione appartenente ad un quadro morboso, sia un fenomeno naturale può essere vissuta in maniera egosintonica, ossia in maniera sintona con sè stessi, oppure in modo egodistonico cioè in conflitto.
La solitudine di cui parlavo in Research è propria dell'intellettuale, dello studioso cioè di colui che frappone tra sè e il mondo il suo studio, i suoi libri, di colui che necessita di un luogo appartato dove non poter essere infastidito, un luogo senza una collocazione obbligatoriamente spaziale ma anche mentale, però che sia ben trincerato, in cui pensare sognare progettare... essere... cogito ergo sum.
Che poi l'intellettuale sia un disturbato mentale questo è un problema psichiatrico.
Di solito gli intellettuali di grande levatura non aborrono la solitudine vivendola in maniera egosintonica, quasi gustandola, infatti Kant, Kierkegaard, Spinoza, Newton, Leibniz e tanti altri non erano sposati e rifiutavano legami forti.
La solitudine in questo caso diventa perciò un momento di scelta, di ritiro dove poter far diventare fucina ciò che in mezzo agli altri, nella confusione e solo un forno, poter forgiare, quindi, e creare dando sfogo all' arte.
Al di là dell'artista accade spesso che la solitudine non sia una scelta ma divenga una costrizione, una forzatura. Il depresso è spesso solo e soffre nell'esserlo. Nella depressione, dove per tale si intende, nelle sue caratteristiche fondamentali, una deflessione del tono dell'umore con anedonia, il soggetto perde molte delle sue relazioni umane divenendo solo, non provando più nessun piacere nel rapporto con gli altri. Ciò lo rattrista maggiormente, come il cane che si morde la coda. La solitudine, una ineluttabilità della depressione, infierisce grammaticamente sul quadro psicopatologico.
Perciò come ho solo accennato in Research la solitudine in questo caso diviene un deserto dove per deserto si intende: una vasta estensione di territorio arido per scarsità di precipitazioni, incoltivabile. La scarsità di precipitazioni rendono il terreno, cioé l'individuo, impossibilitato a diventare steppa, savana o terreno lussureggiante. In questo caso la solitudine diventa invalidante, ma per gli psichiatri è sicuramente l'elemento meno preoccupante dell' intero corteo sintomatologico.
Al di là della depressione, che a volte può anche essere concomitante, succede invece che la solitudine si accomuni al senso di noia, di vuoto.
E' la noia che si avverte nel disturbo di personalità borderline. Una noia devastante da indurre il soggetto alla ricerca di novità (novelty seeking), una ricerca cos" impulsiva e coercitiva da sconfinare negli atti vandalici o nel suicidio.
Il suicidio diventa l' estrema ratio assumendo una forma brutale ed autolesionista.
Un suicidio che deve spegnere il senso di noia, il vuoto perciò il tagliarsi le vene diviene un modo per "svuotarsi dal vuoto" lentamente. Si assiste quindi in questo caso ad una solitudine, o depressione come è spesso indicata volgarmente dai pazienti, che è ben diversa da quella costruttiva dello studioso.
Questi sono i casi di noia, di vuoto dove si frappone questo sentimento di solitudine che sono ben difficili da trattare e che richiedono lunghi anni di psicoterapia poichè la genesi è ben insita nella personalità. Accade invece in alcuni casi come in quelli del disturbo di personalità schizoide in cui la solitudine è egosintonica. Il soggetto non desidera nessun amico che non siano i suoi familiari, non ricerca nessun contatto umano ed è indifferente a qualunque lode o critica.
Anche nei disturbi più banali, se cos" vogliamo chiamare poichè più facili da trattare, mi riferisco ad i disturbi d'ansia la solitudine può essere rappresentativa poichè il soggetto si allontana dal rapporto con l' altro che è causa di ansia.
In questo caso chiaramente la solitudine è egodistonica a tal punto che il paziente utilizza ogni modo per uscire da questa condizione cercando delle persone che siano come il Caronte, cioè che lo traghettino.
Come si può notare la solitudine è trasversale a gran parte della patologia psichiatrica essendo un elemento unificatore nell' individuo sano, nel depresso, nel soggetto con gravi disturbi di personalità ecc. La solitudine può quindi essere "buona" quando è la cornice del proprio laboratorio mentale divenendo un otium latino ed altre volte il chiaro indizio di una psicopatologia di cui è solo una punta di un iceberg. Lascio ai lettori più sensibili il piacere di continuare su altri testi specialistici quello che si è solo accennato e trattato sommariamente.

HELIOS Magazine ANNO II - n.2 HELIOSmagazine@diel.it